"Sono solo un romanziere"

Percival Everett



Incontro Percival Everett in un bar di Milano ai primi di gennaio. Un problema d’ernia gli fa dolere la gamba e lo costringe ad appoggiarsi a una stampella. Chiacchieriamo di Deserto americano poco prima di una presentazione con molti relatori durante la quale Everett, notoriamente restio a discutere la sua opera ("quando finisco un libro, lo lascio libero: deve imparare a cavarsela da solo"), parlerà pochissimo. In compenso seguirà i discorsi altrui con negli occhi lo stesso lampo d’intelligenza e pacata ironia con cui mi guarda durante l’intervista.

Partiamo dal titolo: ho letto che da principio il tuo romanzo non si chiamava Deserto americano. È vero?

Sì, il titolo originale era Making Jesus, che però, per qualche ragione, inquietava il mio editore. Quando, riflettendoci, sono arrivato a Deserto americano, mi sono reso conto che era comunque un titolo migliore, perché lasciava al romanzo una prospettiva più ampia. Però devo ammettere che a Making Jesus un pochino mi ero affezionato…

A questo proposito, il tuo traduttore italiano, mi ha anticipato che anche il titolo del tuo romanzo più recente è altrettanto stimolante e insieme parecchio impegnativo perché contiene un gioco di parole difficile da rendere in italiano.

Non saprei. Il romanzo si intitola I’m Not Sidney Poitier perché il protagonista è un afroamericano il cui nome è proprio "Not Sidney Poitier".

In italiano però la negazione va prima del verbo e quindi Mi chiamo "Non Sidney Poitier" non funziona.

Accidenti, il mio traduttore finirà per odiarmi… Già La cura dell’acqua dev’essere stato un lavoraccio…

Proprio come per Deserto Americano, nella Cura dell’acqua e ora anche in Non sono Sidney Poitier, il lavorìo sulla lingua, lo sforzo di liberare le sfumature delle parole, la loro carica di ambiguità, comincia già dal titolo. È un effetto cercato? Che rapporto hai con i titoli dei tuoi libri?

Per I’m Not Sidney Poitier il titolo mi si è imposto con chiarezza da subito. Con gli altri non è mai così. Di solito lavoro su una ventina di possibili alternative. Mi piace molto trovare i titoli, anche se a volte preferirei il contrario, preferirei essere capace di sentire subito quello giusto e partire da lì.

È stata la menzione del nome di Gesù a spaventare l’editore? In fondo uno dei temi del romanzo è proprio l’ondata di fondamentalismo che sembra attraversare ampie fasce della società statunitense.

È a questo che mi riferivo quando ho detto che Deserto americano era una scelta migliore. La tematica fondamentalista è solo uno, forse il più superficiale dei livelli di cui si compone questo romanzo e un titolo come Making Jesus anche se suggestivo, avrebbe appiattito la prospettiva su questo argomento.

Altra idea ricorrente in Deserto americano è il concetto di confine: quello tra la vita e la morte, ovviamente, ma anche quello tra fede e integralismo, quello tra conoscenze scientifiche e credenze religiose. Questo tema, con le sue grandi potenzialità, sembra affascinarti molto o sbaglio?

È così, ed è proprio per questo motivo che spesso nel romanzo si parla dei punti di sutura sul collo di Theodore. Essi costituiscono a loro volta un confine, una demarcazione, non tra due parti del suo corpo, ma tra due diversi stati di esistenza. Questo innesca la mia immaginazione. Non tanto il significante o le sovrastrutture che vi applichiamo ma proprio la linea di separazione tra loro. Allo stesso modo il mio protagonista è intrappolato in questa linea.

Una posizione di cui sono partecipi molti dei personaggi di Deserto americano. In particolare Theodore e la sua famiglia: sono persone normali, con le loro piccole virtù e le loro debolezze quotidiane. Poi, d’improvviso, lo spazio attorno a loro si riempie di situazioni estremamente problematiche: surreali interviste tv, sette religiose, laboratori governativi sotterranei …

Tutti noi -o quasi- siamo persone normali. I personaggi stravaganti ci affascinano ma penso che l’esperienza più frequente per ciascuno di noi è la combinazione di persone normali e ambienti stranianti. E ciò che alla fine va in crisi è la nozione stessa di normalità. E così, sebbene Ted parli e agisca come un uomo normalissimo persino dopo la sua non-morte, non potrebbe essere più eccentrico di quanto egli è nel romanzo.

Sei dunque convinto che la stranezza, l’anormalità possano insinuarsi nella nostra vita con la costanza sottile con cui ciò si verifica nel romanzo?

È un dato di fatto, comune a tutte le culture, che l’ironia dell’esistenza è lì, a nostra disposizione, e si manifesta non appena noi ci mettiamo ad osservare la vita con attenzione, giorno per giorno: dalla burocrazia ai rapporti interpersonali… sono tutte realtà sature di ironia, di difficoltà, di fraintendimenti.

Questo romanzo dà l’impressione che tu ti sia molto divertito a scriverlo…

Beh, se è capitato, io non me ne ricordo [ride]. Non ricordo mai molto dei miei libri una volta che sono finiti.

Certo che se l’autore è Dio per i suoi personaggi, qui Dio si prende un ruolo piuttosto importante. C’è una persona che non è né morta né viva, che va a zonzo con la testa legata al collo da una corona di punti di sutura…

Non penso a Dio come a qualcuno che sia lì per aiutarci. Direi che tutto sommato preferisca lasciare che ce la caviamo da soli. Come romanziere la vedo all’incirca allo stesso modo: è vero che situazione e personaggi sono sottoposti al mio controllo, ma non è per niente detto che questo sia una buona cosa, non ti pare?

Torniamo al tema del fondamentalismo religioso, che è una dominante di Deserto americano…

Una storia basata su una resurrezione è per forza di cose destinata a collidere con alcune coordinate della cultura in cui si vive. In primo luogo, se tu credi nella resurrezione, un evento del genere, che si verifica sotto i tuoi occhi in una maniera così poco spettacolare, così poco interpretabile secondo criteri sacrali o sapienziali pone un problema che porterà reazioni di vario tipo. E tutte eloquenti. È una sfida ai tuoi convincimenti perché non credi che possa accadere a una persona normale come Ted, oppure è una sfida che minaccia l’integrità della religione che professi? L’orizzonte mondiale, e quello americano in particolare, è inquinato… No, forse "inquinato" non è l’aggettivo giusto. Diciamo che è costellato da gruppi in cui persone di ogni sorta si sforzano di trovare un significato per un mondo che è così strano. Ecco perché le sette esercitano un’attrazione così forte.

E tu pensi che esista un significato? O che la sua mancanza sia alla base di questa ricerca che nella cultura americana contemporanea appare tanto massiccia e dominante?

No, vedi, io non credo proprio che ci sia una ricerca. E questo è una grossa parte del problema!
Quello che vedo io è soprattutto passività [Qui Everett fa una smorfia e si interrompe, prova a ricominciare, poi cede e accenna alla stampella]. Mi dispiace. Ogni tanto ho queste fitte terribili... Temo di aver perso il filo del discorso. La mia gamba me ne ha letteralmente scalciato fuori.

Preferisci interrompere? Se il dolore è troppo forte…

E perché? Il dolore è parte della condizione umana [ride]. Io sto solo imparando a trovarci un senso. Come tutti.

Molti dei tuoi romanzi (mi riferisco alla Cura dell’acqua, ma anche a Ferito e ora a questo Deserto americano) esprimono una critica ironica, ma non per questo meno forte, per una nazione dove il razzismo, l’intolleranza, la violenza improvvisa allignano appena sotto la superficie della vita quotidiana rendendo spesso le persone vili, egoiste, fragili…

Per la verità temo che non sia un problema solo americano. Il mondo è pieno di intolleranza e di razzismo. Questo è il paesaggio in cui vivo e io mi limito a registrarne le caratteristiche. D’altro canto non va dimenticata un’altra constatazione, che è poi quella su cui è incentrato Ferito: non serve un gran numero di individui a creare un’atmosfera intollerante. Ci possono essere molte persone perfettamente normali e una piccola parte di razzisti e questo basta a rovinare tutto.
Anche per questo è inappropriato mettere sotto accusa un’intera cultura, specialmente quando inizia a fare qualche progresso. Non molti magari, ma qualcuno... Dopotutto, ogni progresso è un bene, no?

Mi pare di capire che non sei d’accordo con chi ti assegna il ruolo di coscienza critica del tuo Paese.

"Coscienza critica"? Per carità. Sono solo un romanziere. Sono l’ultima persona a cui rivolgersi se si va in cerca di un ’messaggio’ o di ammaestramenti sul modo più appropriato di condurre la propria vita. Se poi in una storia qualcuno legge o ritrova delle verità, ecco in quel caso penso che io, come artista, ho fatto il mio lavoro.

Quest’intervista è stata pubblicata su «Pulp Libri» (n.83).








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 8 ottobre 2010