Appunti per un Sessantotto delle montagne

Franco Arminio



Io sono un maestro elementare, ma invece delle aule scolastiche, da qualche settimana, frequento il tetto di un ospedale. Mi sono messo in aspettativa non retribuita con lo scopo di partecipare liberamente alla battaglia per reclamare quello che non abbiamo mai avuto: una sanità decente. Dovrei fare il paesologo, girare per i miei amati paesi e invece sto qui su questo tetto a vagheggiare la nascita di un sessantotto delle montagne. Sono io che deliro o è veramente possibile scuotere la polvere e la miseria spirituale partendo proprio dai luoghi marginali e dalle cause perse? Non so che pensare, un giorno mi sembra che l’esercizio della lotta si vada allargando, il giorno dopo mi sembra di vivere nella solita democrazia sempre più anginosa, dove perfino la lotta è una fiction e nessuno crede veramente all’idea di cambiare il mondo. Questa è l’epoca delle oscillazioni. Nello stesso giorno si intrecciano pulsioni autistiche e pulsioni comunitarie.
Immunitas e communitas non stanno su due fronti contrapposti, convivono in noi in adiacenza nuziale. Il sessantotto delle montagne dovrebbe avere come cuore pulsante la richiesta di un modello economico basato sulla decrescita e di un modello culturale basato su un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne. Non più l’uomo come ingordo produttore e consumatore, schiavo insonne nella piramide capitalista, ma essere che si muove tra le cose sapendo che siamo qui per passare il tempo e spesso per non venire a capo di nulla, siamo qui per immaginare, per emanciparci dalla nostra psiche ristretta e avara e accasarci in una mente più grande, più generosa, più accogliente: i nostri impulsi intrecciati al moto delle nuvole e al grano che cresce, al fiuto delle volpi, al richiamo dei falchi, insomma una nuova alleanza con la natura.
Questo nuovo movimento può nascere solo nelle zone dove l’umano è più fragile e dove il mito della potenza è stato dismesso a favore di sentimenti più arresi, più umili. È questo il paradosso della rivoluzione che mi piace evocare, una rivoluzione che metta al centro la resa. Più che barricate si tratta di organizzare ritirate. Più che l’esposizione al mondo, quello che immagino è un sessantotto basato su un vivere nascosto, un rimanere sui margini, sui confini. Non c’è un centro da abbattere o da conquistare, ma un orlo che sia fatto di sfilacciature riammagliate che mai prima si erano incrociate. È una rivoluzione artigianale, fatta sui gesti che ognuno sa produrre, senza slogans che valgano per tutti. Ulteriore paradosso: un movimento collettivo che esalta il dettaglio, l’eccezione, il singolare. Quando nevica nessun fiocco è simile a un altro e il nostro sessantotto deve essere così: un movimento che si accende e si spegne, che avanza e si ritira, che si apre e si chiude, un movimento fatto anche di timidezze, di affanni, di ritrosie, di debolezze, di esposizione, di furie. Una rivolta concepita come sistema di depurazione, come tentativo di accogliere con lo stesso amore il rigore, il furore e la desolazione. Il sessantotto delle montagne non può che essere silenzioso, frugale.
Oggi le cose vere quando arrivano alla ribalta mutano segno, un po’ si perdono. E allora avanti, con pazienza e a testa china: essere in pochi è il nostro successo, produrre perplessità è la nostra missione, non abbiamo un vangelo da sostituire agli altri, non viviamo quest’epoca in attesa che ne arrivi un’altra. Siamo qui, provvisoriamente felici, provvisoriamente perplessi.

Questo articolo è stato pubblicato sul "Manifesto" del 7 ottobre 2010








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 7 ottobre 2010