Il quarto ragazzo

Andrea Tarabbia



Luigi Christopher Veggetti Kanku è un pittore trentenne di cui Giorgio Mondadori pubblica in questi giorni il primo catalogo ufficiale, 30 Tele, che traccia il percorso di una carriera artistica breve ma già contrassegnata da numerose fasi e scoperte. Per i testi del catalogo, Christopher e la curatrice Laura Luppi hanno avuto un’idea coraggiosa e originale: chiamare alcuni autori esordienti e chieder loro di rielaborare, in forma narrativa, delle tracce biografiche di Christopher in poche migliaia di battute. Questa è la mia rielaborazione. (A.T.)

La merda stava immobile nel secchio, è così che mi sono svegliato.
Il quarto ragazzo era fermo davanti alla scrivania, il collo della camicia slacciato e i jeans slavati, e ci guardava tutti con qualcosa di simile a un sorriso. Non ha mai guardato la merda sullo schermo, sono sicuro che non si è voltato nemmeno una volta. Ha fatto partire il video con il telecomando e la merda, una merda gigante dentro a un secchio, è comparsa all’improvviso e mi ha svegliato. Non avevo nemmeno ascoltato come si chiamava, quando il presentatore lo ha introdotto: me ne stavo abbandonato sulla mia seggiola in seconda fila e non pensavo a niente. È per colpa dei tre che lo hanno preceduto: io ero partito attento, avevo addirittura pensato di fare come alcuni signori della prima fila – che appena era cominciata la presentazione avevano tirato fuori i loro taccuini neri – ma a metà del primo discorso non ce l’ho più fatta.
«Io facevo cose così» dice intanto il quarto ragazzo, e nel dirlo butta il pollice verso lo schermo, dove la merda se ne sta immobile e placida dentro il secchio, «Facevo delle cose che credevo fossero bellissime e invece erano…»
Nella sala si alza un brusio leggero, il pubblico si sposta sulle sedie, tira dei colpi di tosse. Si vede che anche loro si sono ridestati appena hanno visto l’immagine che ci sta davanti e ci sovrasta da qualche secondo. Gli altri tre ragazzi guardano il quarto da dietro la scrivania con l’espressione di chi finge sorpresa e accondiscendenza.
C’è un Luigi, nel nome di questo ragazzo: il nome completo è lungo, complicato, di quelli che una volta che hai imparato non dimentichi più – ma che adesso non riesco a far venire a galla. C’è anche un Christopher, sì, è così: il nome di battesimo è Christopher Luigi, perché Christopher viene prima. Ho sentito dire che le persone con troppi nomi sono nobili e bisogna star loro lontani: non mischiano il sangue, si accoppiano tra loro e non sai mai quello che ti può succedere quando le incontri.
Invece, uno viene alla serata finale di un premio di pittura e si ritrova a guardare una merda di dodici metri quadrati piazzata nel centro di uno schermo. Non so perché ci sono venuto. Credo di aver ricevuto un invito dalla Galleria, perché la Galleria invita tutti i pittori e gli ex pittori che in passato hanno partecipato al premio. Io devo aver partecipato quattro o cinque anni fa. Naturalmente, non ho vinto, e non mi sono dovuto presentare alla serata finale con il discorso preparato e le immagini dei miei quadri in un dvd. Ho anche smesso di dipingere e solo ogni tanto mi interessa il lavoro degli altri. Il primo ragazzo non diventerà nessuno. Non ne ha la stoffa: si è parlato addosso per venti minuti, ci ha spiegato per filo e per segno ogni singolo tratto di quei suoi quadretti, ha parlato del valore simbolico dei colori, della sintesi tra il bene e il male che si può fare usando del rosso, del giallo e del bianco o qualcosa del genere. Aveva la spocchia dell’arrivato. Qualche vecchio in prima fila, mentre parlava, ha chiuso gli occhi – che è la cosa peggiore che può capitare a un pittore.
Il secondo era una ragazza, anche carina, per carità. Arrotava la «r» come un parigina espulsa dalla metropoli che deve far sapere a tutti da dove viene. Usava continuamente la parola «rigore», che nella sua bocca diventava «VigoVe», con le maiuscole. Mentre parlava, i due di fianco e me, marito e moglie, si sono accasciati e hanno cominciato a sostenersi l’un l’altro con le teste. È tutta gente che esce dall’accademia, questa, gente che ha studiato e che lo vuole far sapere.
La terza ragazza aveva i denti un po’ separati: aveva una strisciolina nera in mezzo al bianco, come un sorriso verticale. Mentre parlava dei suoi quadri astratti, alcune persone sono uscite a fumare, e l’avrei fatto anch’io se non mi fossi appisolato. I quadri più belli sono quelli davanti ai quali non ti viene da dire niente.
Poi… poi è adesso. C’è questo Christopher Luigi, che ha anche un paio di cognomi ma a guardarlo si capisce che non è nobile, che ha il sangue mischiato. Veggetti, eccolo il primo cognome. Christopher Luigi Veggetti. A me sembra ci sia una «g» in più, e che ci vorrebbe un cognome più magro, che stia su da solo senza bisogno di appoggiarsi a un’altra parola e a una consonante doppia. Ha appena detto che ha fatto un sacco di quadri di merda, ed è quello che avrei voluto dire io se avessi vinto il premio quattro o cinque anni fa: «Sapete, io faccio quadri di merda».
«Io credevo nelle cose che facevo: se avessi saputo che erano inguardabili non avrei certo continuato a dipingere» dice, e intanto sullo schermo sfilano le sue tele, «Però non lo sapevo, e lavoravo comunque per migliorarmi. Ecco perché sono qui».
Ci racconta la sua vita, non i suoi quadri. Ci racconta delle cose che ha fatto, poi dice che non vuole spiegare le sue opere, perché lui è un pittore, e il segreto delle cose che fa sta in quello che è. Ci ripete il suo nome, tutte e quattro le parole: «Io sono molte cose, molti nomi» dice «Luigi ad esempio è la mia parte infantile».
Nel video ci sono adesso uomini e donne e piazze e strade e corpi e volti e spiagge e Milano, e sembra che non ci sia nient’altro in tutta la sala a parte loro e me.
«Poi c’è Christopher, che è qualcosa che non c’era e all’improvviso c’è stato, è diventato reale». Sullo schermo ci sono figure sfocate, che non hanno contorni perché i loro contorni sono il mondo in cui sono immerse.
«Veggetti… Veggetti siete voi, è l’Italia, la lingua che sto usando per parlarvi – che è anche la mia. E infine c’è Kanku».
Finalmente trovo anche l’ultimo cognome.
«Kanku è il colore della mia pelle, è quello che sono».

I quadri che amo di più sono quelli in cui c’è tutto e a guardarli li senti tuoi. È come quando non serve parlare perché si sa che l’altro ha già capito. Le figure di Christopher continuano a scorrere sullo schermo, continuano a muoversi e a mischiarsi con le cose, e io sono dentro di loro, sono lì con loro. Noi siamo contorni in cerca di un nome.

Adesso sullo schermo c’è il volto di una donna: ha gli occhi chiusi e sta pensando a qualcuno ed è viva, e anche i suoi tratti sono mescolati col mondo. Sembra stanca e forse sogna, sembra felice.

Luigi Christopher Veggetti Kanku, 30 Tele, a cura di Laura Luppi, editoriale Giorgio Mondadori 2010, euro 25.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 5 ottobre 2010