Il sogno di un proiettile

Giovanni Spadaccini



All’ultimo piano di un palazzo, in una piccola capitale di un disastrato e disperato paese, un uomo con i baffi e una stampella si alza dal letto. Il salotto è aperto con cinque finestre sui tetti neri della città appena sveglia. L’aria è profumata e da sotto, dalla strada, cominciano ad arrivare i fruscii delle giacche di piuma d’oca, rumori di tacchi, di portoni che si aprono, di biciclette indifferenti al freddo, di colleghi appena scesi dal treno, di quotidiani e pallidi dolori. L’uomo con i baffi prende una sedia dal tavolo da pranzo reggendosi sulla stampella e la mette davanti a una delle finestre, che spalanca. Si siede e, volgendo le spalle al cielo chiaro e terso di una insonne giornata di ottobre, carica la pistola che tiene nascosta tra i calzini nella cassettiera. Un proiettile solo, che è per sé. Infilata la pistola in bocca sente di non avere ripensamenti. Un’ultima occhiata alle lettere che ha lasciato sul tavolo, tutte chiuse in buste bianche con il nome del destinatario battuto a computer, e fa fuoco. La punta dei baffi si ritira in un brivido, le labbra si contraggono e gli occhi chiusi non tradiscono emozioni. La pallottola è partita. Uscendo dalla nuca dell’uomo con i baffi, la piccola palla di piombo attraversa lo spazio che separa la testa dall’edificio di fronte. È un vecchio palazzo malandato, disabitato, senza più finestre, un dormitorio per i colombi, in questo momento in giro, in volo, a cercare di recuperare le briciole che cadono dai piccoli furgoni che riforniscono i bar di paste e salatini. La palla di piombo fende lo spazio e, dritta, senza evoluzioni aeree, colpisce una delle lastre metalliche che coprono il tetto della casa dei colombi. Qui s’impenna nell’atmosfera e comincia a salire, sempre di più, attraverso la rarefazione dell’aria. La pallottola viaggia velocissima. Non conosce più la gravità, la evita, la irride. Sale oltre le poche nubi, dove l’aria è gelida nonostante il sole sia accecante e rovente. La piccola palla va lentamente scrostandosi dai residui di materia cerebrale dell’uomo coi baffi, dal sangue, da un minuscolo ciuffetto di capelli rimasto attaccato al piombo, incollato dal calore dello sparo. Le resta solo una piccola codina di materia organica, sul lato in ombra, che le servirà, e che protegge tenendola sotto, al riparo dalla velocità e dalle correnti. La piccola palla di piombo è al limite dell’atmosfera ma continua a salire e la sua temperatura aumenta, senza che questo interrompa la sua folle caduta all’insù. Si sbruciacchia appena e continua. È fuori. Ha attraversato la cintura fiammante dell’atmosfera e prosegue verso un punto che all’uomo con i baffi era ignoto. Oltrepassa pianeti, orbite, satelliti, meteoriti, frammenti di stelle morte, nebulose, galassie. Oltre l’ultimo pianeta trova la sua destinazione e vi si dirige perentoria. Un piccolo pianetino spento di pietra verde e morbida, apparentemente vuoto ed estinto. A tutta velocità la piccola palla si spara sul suolo del pianetino spaccandone la superficie in un totale silenzio. È qui che la codina prende a scendere sotto la crosta mettendo radici. Inizialmente solo sottilissimi filamenti di piombo, poi fasci spessi e grigi di radici sempre più grandi. E poi il fusto. Un tronco di piombo via via più nero e duro. Il tronco partorisce rami e qualche rara foglia di piombo, da alcune estremità pendono delle sfere simili a bacche o a mele cotogne, piombate. L’albero si alza e troneggia sul piccolo pianeta, abbandonato enormemente oltre il nostro sistema solare. Si assesta, sprofonda le radici in modo da legarle al terreno cosicché il vento dello spazio non abbia presa e non lo smuova. Dal ramo più alto il piombo comincia a colare, prende la forma di un nodo, poi di un filamento allungato, poi di una fune, poi di un cappio. Sull’altra faccia del pianetino un uomo cammina. È solo e sconsolato. Non ha volpi, o rose o stelle con cui parlare o passare il tempo. Ha però quell’albero, venuto e cresciuto lì apposta per lui. Non gli serve molto per capire. Un’occhiata e il piombo del cappio gli stringe l’ultima sfera della spina dorsale. Quindi sale sul ramo più alto e, da lì, benedicendo l’universo, dio, il pianetino e lo sconosciuto che ha avuto il cuore di mandargli quel dono, dolcemente si lascia cadere.








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 4 ottobre 2010