Rousseau e il commercialista

Andrea Amerio



Visto che fa ancora caldo aspettando la 27 mi lascio cadere su una panchina sotto gli alberi della strada e passo una mezz’ora di totale ansia. Penso che la storia è stata avara di momenti di vera illuminazione. Archimede nella vasca, Paolo sulla via di Damasco, Newton sotto il melo. E Jean-Jacques Rousseau, naturalmente, "il Newton del mondo morale", cui l’illuminazione arriva un afoso pomeriggio d’estate del 1749. E il merito è di una rivista.
Rousseau era in cammino da Parigi a Vincennes, dove aveva intenzione di fare visita al suo amico Denis Diderot. La strada, lunga poco più di cinque chilometri, passava accanto all’Hòpital des Enfants Trouvés dove Rousseau aveva regolarmente abbandonato i suoi figli illegittimi e si dirigeva verso la fortezza medievale in cui all’epoca l’amico era imprigionato per aver appena pubblicato l’empia Lettera sui ciechi ad uso di quelli che vedono. Il sole picchiava forte e Jean-Jacques sfogliava la copia del «Mercure de France» che si era portato da leggere lungo la strada. E mentre legge qualcosa lo porta al midollo, cede una diga.
«Non potendo più respirare mentre cammino, mi lascio cadere sotto uno degli alberi della strada, e vi passo una mezz’ora in tale agitazione che, alzandomi, notai di avere il davanti del vestito bagnato di lacrime senza essermi accorto di averle versate. [...] se mai avessi potuto scrivere un quarto di quello che ho visto e sentito sotto quell’albero, con quale chiarezza avrei fatto vedere tutte le contraddizioni del sistema sociale, con quale forza avrei esposto tutte le ingiustizie delle nostre istituzioni…»[1]
L’influenza delle riviste negli ultimi duecentosessanta anni è andata scemando: nessuno è più collassato in lacrime sotto un albero dopo la lettura. È quanto potrebbe asserire il reazionario maldicente dotato di un qualche spirito paradossale, una caricatura di Maurras. D’altronde il vero Charles Maurras, che lo chiamava il «miserabile Rousseau» ebbe a scrivere:
«Né lo spirito di famiglia, né lo spirito di partito, né quell’interesse politico che avrebbe moderato qualunque altro ginevrino erano capaci di temperare la rabbia mistica di quel vagabondo dai natali sfortunati, sferzato malamente da una vecchia zitella e guastato sino al midollo dai suoi primi amici. Capace di tutti i mestieri, compresi i più disgustosi, di volta in volta lacchè e favorito, maestro di musica, parassita, mantenuto, si è istruito praticamente da solo; il capitale morale gli fa difetto non meno del capitale intellettuale [...] Nato sensibile e versatile, assolutamente impossibilitato ad attaccarsi con forza alla verità, i suoi vari ragionamenti concordano solo con il ritmo del suo lamento, e in lui si trovano, in dosi pressoché uguali, il criminale, il selvaggio e il semplice pazzo».[2]
Allora la questione non è indagare se l’influenza delle riviste negli ultimi duecentosessanta anni sia andata scemando, ma ammettere che le riviste, per vocazione, chiedono un lettore raro. Motivato, singolo, individualista, attento. Ma anche fragile e disastrato come è Rousseau nel ritratto di Maurras. Così, come a Rousseau «per meditare tutte le ingiustizie delle nostre istituzioni» bastò una pagina del «Mercure de France», a questo tipo di lettore per collassare basterà un trafiletto del presidente del Consiglio Nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili trovato sul giornale della Confederazione dell’Industria: «Com’è possibile considerare equo un sistema che tassa al 12,5% chi può permettersi il lusso di vivere della rendita di 120mila euro che gli assicura un patrimonio multimilionario e che al contempo tassa al 43,01% chi i suoi 120mila euro se li guadagna lavorando ogni giorno?».[3]

[1] J.-J. Roussau, Lettere morali, Roma 1978; [2] C. Maurras, Romantisme et révolution, Nouvelle Librairie nationale, Paris 1922; [3] C. Siciliotti, Dare e avere. Dall’analisi dei conti pubblici una nuova stagione dei diritti e dei doveri, Ipsoa 2010; vedia anche R. Darnton, La vita sociale di Rousseau, in Tre Letture di Rousseau, Roma 1994.








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 4 ottobre 2010