Libro sui libri

Teo Lorini



Ancora oggi e a dispetto della continua invasione che altri mezzi di comunicazione operano nella vita di tutti i giorni, la lettura può essere considerata un’esperienza decisiva e centrale e il libro un oggetto rivoluzionario. Lo scrive Rossano Astremo nella prefazione a Libro sui libri, un’antologia che riunisce le testimonianze di nove giovani autori e lettori: G. Braga, E. Clesis, G. Dadati, M. Gancitano, E. Liguori, G. Liviano D’Arcangelo, F. Piccinni, N. Terranova e io. A ciascuno di noi è stato chiesto di raccontare il proprio rapporto con la lettura.

Ecco un brano del mio racconto.

Inizia con un telegramma. Leggere, leggevo già parecchio prima di quel 14 febbraio dei miei 21 anni in cui la Patria si è ricordata di me, ma è stato quel San Valentino un po’ particolare a innescare il processo che mi ha trasformato nel lettore che sono oggi. La Patria in verità era abbastanza dispiaciuta. Il fatto che fossi pronto a servirLa solo come obiettore di coscienza un po’ La deludeva. Ma la Patria ha spalle larghe, ci vuol altro per smontarLa: la mia convocazione alla sede attribuita, il Comune di Milano, era scandita con voce perentoria e – incredibilmente – con grosso anticipo.
Quando cominciai a dare il mio contributo alla Patria come obiettore di coscienza, maggio stava finendo. Destinato al servizio bibliotecario in un ufficio di via Cadore, una specie di biblioteca itinerante il cui responsabile non mi poteva vedere. Ma non ce l’aveva con me in particolare. Il Dottor Cataldo Sorrentini (lo diceva così, con tutte le maiuscole e un lampo di sfida negli occhi sulla parola "Cataldo": chissà quante volte gli avevano chiesto: Ma che nome è?) gli obiettori li odiava. Me lo diceva sempre. Imboscati e sovversivi, diceva. Poi aggiungeva: Niente di personale, eh, Lorini? Apparteneva a quella categoria di persone che chiamano tutti per cognome, anche dopo trent’anni di lavoro insieme: Non ce l’ho con lei, sia chiaro. Absit iniuria!
Il Dottor Cataldo era uno di quelli che trovano molto distinto arricchire le frasi di proverbi e motti latini. O tempora, o mores!, era il suo preferito, di solito lo sfoggiava al mattino durante la lettura del Giornale che si faceva mandare in abbonamento. I primi tempi era più ardito e attribuiva anche autori alle sue citazioni. Poi ha scoperto che ero iscritto a lettere classiche e ha ridotto le esternazioni latine, preferendo commenti sociopolitici su piaghe come la droga o l’obiezione di coscienza, flagelli che spesso appaiava guardandoci con intenzione […]
C’era un computer in biblioteca e qualcuno, prima del mio arrivo, ci aveva istallato un simulatore del flipper. Il Dottor Cataldo era imbattibile. Ci passava i pomeriggi, quei pomeriggi lunghissimi, interminabili come possono esserlo solo i pomeriggi dei dipendenti comunali. Alla fine di ogni partita il flipper faceva vedere i dieci migliori risultati. Se uno dei record era stato superato appariva uno spazio in cui scrivere il proprio nome. In classifica c’era solo lui. Al termine di ciascuna partita lo schermo rimandava una fila di dieci "Cataldo", uno sull’altro. Mi sono sempre chiesto perché non firmasse per esteso "Dottor Cataldo". Forse non c’erano abbastanza caratteri.

Fausto arrivava da Verona, come me. E anche lui, di Verona era stufo.
Finché ne è rimasto lontano, di Verona peste e corna. Leoncavallo e marijuana, fintanto che abitava a Milano. Manifesto tutti i giorni, Cuore tutte le settimane. E poi libri. In un certo senso è stato lui a dare il via al processo. Circondati di volumi com’eravamo, liberi da grossi impegni per buona parte del nostro turno, con il flipper perennemente occupato dal Dottor Cataldo, passavamo pomeriggi interi a leggere. Fuori dai finestroni della biblioteca l’estate bruciava l’erba di uno dei rari parchi di Milano. Nelle ore più bollenti il caldo martellava le teste e la polvere brulicava fra i raggi di sole. Noi ci sparpagliavamo fra gli scaffali, sceglievamo un libro fra i "ping" del flipper e giù a leggere, mezzi cotti dal calore.
In mezzo a tutti quei volumi in me si creava l’effetto che fanno certi videonoleggi enormi, ormai in estinzione, il Blockbuster di viale Papiniano, per dire. La biblioteca di via Cadore gli assomigliava; anche qui metri di scaffali, file e file di titoli, e gli ultimi arrivi sempre fuori in prestito. Sono posti che mi mettono in confusione. Tempo cinque minuti non capisco più cosa sto guardando e finisce sempre che mi aggrappo a un film che ho già visto e decido di riguardare quello. In via Cadore era così, tornavo sui miei preferiti, quelli che non ti tradiscono mai. I tre moschettieri ad esempio, che dentro c’è tutto: l’umorismo, la lealtà, i combattimenti, l’amicizia virile, il tradimento, l’intrigo, e poi quel dolore che uno si tiene nascosto in uno spazio segreto, tutto suo. Di là dal fiume e tra gli alberi, con lo scandaloso giro in gondola di Richard e Renata e le soste all’Harry’s Bar o la Favola di Venezia in cui Pratt fa visitare al maltese Corto la sua città, che poi è anche il posto dove sono nato. O magari Scerbanenco. Mi piaceva rileggere i primi capitoli di Venere privata e raffigurarmi che i "roventi giorni d’agosto" in cui si muovevano Duca Lamberti e Davide, il gigante alcolista, avessero la stessa luce di quella mia estate torrida di strade semivuote.

Chi finiva un libro girava fra gli scaffali a chiamare gli altri sottovoce, cercando di non risvegliare il Dottor Cataldo dalla trance elettronica. Uscivamo senza permesso da uno dei finestroni, con un boccione d’acqua gelata comprato al baretto attraversavamo la strada e sbracavamo nell’ombra sempre più piccola di un albero. Stavamo là sotto a chiacchierare giusto il tempo di una canna. E a scambiarci consigli. È lì che Fausto ci ha parlato di Sciascia. Ha raccontato L’Affaire Moro, il modo in cui Sciascia esamina le lettere di Moro dalla prigione, come ricostruisce i messaggi e le allusioni nascoste fra le righe, il ragionamento lucido, implacabile e insieme pacato con cui svuota completamente di senso i sofismi del "partito della fermezza". Fausto parlava con un entusiasmo che faceva venir voglia di correre a prendere il libro (e infatti per anni ho avuto con me una copia dell’Affaire Moro col timbro del Comune di Milano). Da lì le cose hanno cominciato a procedere sempre più veloci.

Perché dentro Sciascia trovi un mondo intero. Prima ti appassioni e non sai neanche perché; poi comincia lo stupore, quando capisci che in ogni periodo, in ogni singola frase le parole sono esatte; che verbi, aggettivi, avverbi, sono e non possono essere che quelli scelti da lui, dopo un lavoro incessante e tenace; o quando noti come la sua lucidità, altrettanto inesausta, altrettanto conseguente risulti poi precisa, profetica. Da Sciascia poi deriva molto altro. La sua è una letteratura che si nutre di letteratura, che con la stessa metodica pazienza del suo comporre elabora infiniti libri, interpretandoli senza timori reverenziali e proponendoli con una pacatezza ancor più contagiosa dell’entusiasmo di Fausto.
Borges, ad esempio, cui associavo quasi solo la Biblioteca di Babele con cui Fruttero & Lucentini avevano chiuso quel Secondo libro della fantascienza letto e riletto da adolescente. Nelle pagine di Sciascia abbiamo incontrato I teologi e il Pierre Menard e da lì siam partiti per inoltrarci via via fra le Finzioni labirintiche, le creature del Manuale di zoologia fantastica e le provocazioni di quel folle di Bustos Domecq. Tutti letti alla biblioteca del comune o spuntati a metà prezzo dopo delle mezzore a passar volumi nel Libraccio di viale Vittorio Veneto o, meglio ancora, in quello di via Corsico, da dove fuggivamo, inseguiti dalle zanzare, per rifugiarci in Piazza Vetra che non era ancora un cintata come un cimitero e ci si poteva tirar notte senza sirene d’evacuazione né vigilantes col rotweiler al guinzaglio.

Poi i viaggi nel passato. Casanova, per cominciare: l’Histoire de ma vie, di gran lunga il più bel libro del Settecento italiano con l’unico difetto di essere scritto in francese. La biografia di Casanova riassume in sé il secolo e lo domina con la sua modernità, il suo senso del ritmo, dell’avventura, dell’ironia, anticipando a buon diritto i Promessi Sposi. E ancora una volta Sciascia aveva ragione: il romanzo di Manzoni funziona molto meglio, si capisce infinitamente più a fondo solo dopo aver letto l’Histoire. Bisogna immergersi nel vitalismo di Casanova, nel suo candore, nella volontà di mettere a nudo tutto, in quell’innamoramento di sé che lo porta a esibire anche le millanterie, le truffe, persino alleanze e stratagemmi disonorevoli, solo per il gusto di poter dire: Ecco, io l’ho fatto. È dopo quest’orgia meravigliosa di titanica autoreferenzialità che s’apprezzano davvero le ellissi di Manzoni, il suo pudore intelligente, la tecnica raffinata di quelle allusioni tanto impalpabili da farti dubitare della loro intenzionalità.
Chi invece intenzionale lo era sempre, e ci esaltava per la sfrontatezza, ancor più grande di quella casanoviana, era Stendhal, il gran falsario. Non solo per quella Certosa che a Parma non esiste, ma per la faccia tosta con cui scrive un romanzo settecentesco nell’Ottocento, inventa di sana pianta le sue epigrafi, e soprattutto maschera da romanzo storico-sociale una straordinaria e meticolosissima disamina del rapporto amoroso: "Un viaggiatore inglese racconta l’intimità in cui viveva con una tigre: l’aveva allevata e l’accarezzava, ma teneva sempre sul tavolo una pistola carica. Giuliano non s’abbandonava a tutta la sua felicità che quando Matilde non poteva leggere nei suoi occhi. Compiva rigorosamente il dovere di rivolgerle ogni tanto una parola dura".

De Il rosso e il nero maneggiavo due versioni diverse. A casa tenevo il tascabile Einaudi, che mi ero concesso a prezzo pieno, siccome però non volevo sfasciarlo portandomelo avanti e indietro in tram e maneggiandolo nel caldo di via Cadore, per i viaggi prendevo a prestito l’edizione bur della biblioteca. L’italiano più macchinoso di Ugo Dettore però m’innervosiva e non vedevo l’ora di arrivare a casa per riprendere l’altro con la traduzione di Diego Valeri, che a me sembrava più elegante e fluida. Curiosamente, tanto per Fausto che per me il servizio civile aveva coinciso con quel genere di delusioni che sconquassano dal profondo e trasformano definitivamente e irrimediabilmente la percezione della dinamica amorosa: a notte ci telefonavamo per leggerci, ridendo amaro, i passi in cui Giuliano chiamava Matilde "il nemico". E poco più avanti, nelle interminabili sere di quei weekend deserti, dove sembrava che al parco delle Basiliche ci fossimo solo noi e i maghrebini che pescavano le birre gelate da frighetti portatili e ci staccavano cubetti di fumo sempre più grossi, forse perché eravamo gli unici clienti, forse perché ormai ci riconoscevano e un po’ gli facevamo simpatia, con le nostre banconote da due e da cinquemila lire sempre ciancicate, in quelle serate d’agosto commentavamo i capitoli di Dell’amore, riferendoli ai nostri casi personali, mentre le osservazioni di Stendhal ci facevano ricordare episodi minimi o irrilevanti che ci affrettavamo a raccontarci...

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pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 29 settembre 2010