Timpano

Sergio Nelli



Il mio figlio più piccolo m’è arrivato addosso a gamba tesa, schiacciandomi sott’acqua sul fondo di una piscinetta prefabbricata. Ero riaffiorata a malapena, mi girava tutto intorno e l’orecchio destro sanguinava. Se soffiavo con le narici chiuse mi usciva da lì una pernacchietta umida. Ho pensato che un pugile che va al tappeto poteva provare quel che provavo io... Al pronto soccorso sono entrata, ma per le molte urgenze ho dovuto aspettare prima in anticamera e poi su un lettino in corridoio. Un’infermiera vedendomi alzare la testa e il busto per mettermi in piedi mi ha ricacciato giù come fanno i diavoli con i dannati. Perché quel gesto che non era punto affettuoso? Quando è arrivato il mio turno, la stessa diavolessa mi ha portato nella stanza delle visite. Si è messa a raccontare a un infermiere di una sua amica che aveva sorpreso a casa propria il marito mentre faceva all’amore con un’altra donna. I due amanti non l’hanno nemmeno sentita perché in camera andava a tutta birra un cd dei Coldplay. Lei è uscita e ha telefonato al marito da sotto casa e senza nemmeno essere in grado di imbastire una storia qualsiasi per prenderlo in fallo, gli ha detto, guarda che ti ho visto, in camera nostra, ora... A volte sembra che la gente parli e dica quello che dice perché c’è un terzo uditore, un orecchio estraneo e diverso che capta un’esibizione. Quell’orecchio ero io. Così mi è sembrato. Hanno buttato il seme, ma poi mi hanno lasciata sola. Ho sentito che continuavano a parlare nella stanza accanto, scrutavo le loro sagome dal vetro zigrinato. Avrei voluto sapere a quel punto cos’era successo dopo, lo sviluppo della storia dei Coldplay, ma ho captato solo una protesta rivolta alla mia presenza lì, quando in sala d’attesa c’erano dei casi più gravi. Ho pensato che se mio figlio fosse stato qualche chilo più pesante, ci potevo restare, stramazzare in un metro d’acqua con la testa fracassata. Allora la mia avaria sarebbe stata adeguata a un pronto soccorso. Non avrei fatto fila, subito un medico e un’infermiera intorno a constatare il decesso, mi avrebbero messo sopra un lenzuolo coprendomi anche la testa nella barella con le ruote subito trasportata nella stanza di passaggio verso il nulla. Invece mi sono rialzata dall’acqua trovando il bordo per aggrapparmi come il pugile alle corde del ring, mentre gli olivi e i cipressi vorticavano... Forse mi sono addomentata sul lettino qualche minuto e insomma a un tratto c’erano delle infermiere che trafficavano come formiche su un corpo e avevano in mano delle forbici e dei coltelli. Pigolavano e facevano zac zac con quegli aggeggi che brandivano molto vicino alla testa del paziente disteso. Pigolavano stridule, e i loro camici si muovevano come se rasoterra ci fosse del vento, dell’aria smossa. Mi era venuto in qualche modo il timore che il paziente disteso fosse un mio familiare. Il medico in camice verde coi laccini scoloriti mi ha sottratto allo sviluppo di questa visione con il suo odore di dopobarba che non l’aveva mollato. Sta dormendo signora? ha detto senza gentilezza. Ha sonnolenza? Ha disturbi della visione, male alla testa, dolori particolari, nausea? Ho risposto sempre no. Ha diagnosticato la rottura del timpano. C’è stato un attimo a guardarmi dentro. Gli ho prodotto la pernacchietta dall’orecchio come in un cabaret e lui è venuto vicino con quel visore a becco e gli ho visto i peli del petto arricciolati e scuri. Non ci si poteva far niente: riposo e antibiotici. Ha compilato una ricetta al computer... Per un attimo ho dubitato ancora che quella situazione fosse totalmente reale. Era il trauma che mi faceva sanguinare e i numerosi recettori e condotti e ossicini dell’orecchio quasi sognare. Avevo due occhi, due orecchie, due narici, due braccia, due tette ecc.. Ero divisa e sbilanciata: pendevo da una parte... Mentre uscivo sulle mie gambe mi è partita da lontano una risata. Ne avevo avvertito il sommovimento come di motore appena avviato. L’ho lasciata venire su piena e sembravo una matta quando sono uscita alla luce. Chissà che cosa ha pensato la mia ospite che mi aveva accompagnata in macchina (i nostri figli erano invece restati a casa sua) e aspettava fuori senza distrarsi e ancora costernata, in attitudine di scusa, come se la colpa dell’incidente ricadesse sull’insufficienza della sua piscina.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 settembre 2010