Giulia

Tiziano Colombi



In una fredda mattina di gennaio un uomo non più giovane e non ancora vecchio camminava verso il Monastero di Santa Giulia. Si fermò a leggere la notizia del giorno: Un’altra giovane tunisina scomparsa a Brescia.
Seguì il recinto sacro del Tempio di Vespasiano e arrivò in mezzo alla piazza, proprio dove iniziava il quartiere dei tunisini: aria di kebab, palazzi abbandonati, non si sentivano le anime vive.
Il vento fece sbattere l’anta di un portone, il rumore ridestò l’uomo dal torpore.
L’ala del palazzo pareva bruciata, finestre murate, porte chiuse da pesanti inferriate.
L’uomo si abbassò a spiare attraverso uno squarcio nel muro. Moquette scollata, materassi lerci di sangue, cartoni di vino, fili penzolanti e odore pungente d’aria ammuffita.
Ad un tratto sentì il verso di una bestia rantolante. Fece un balzo e scappò lungo la facciata.
Una forza ignota lo spinse ad accostarsi ancora: montava odore di sangue, di animale ferito.
L’uomo scivolò verso l’ultima finestra, alzandosi di tanto in tanto sulle punte per vedere meglio, non sentiva più le mani.
Quando infilò la testa venne fuori il volto rovesciato di una donna. Si sentì cedere sulle gambe.
La donna, accasciata sotto la finestra, emise un gemito.

Salam Aleikum.
Sei araba?
Tunisina.
Come ti chiami?
Giulia.
Sei ferita?
Ho male nelle mani.
Ti sei tagliata?
Non avere paura del mio sangue, è versato in memoria di me. Da quanto tempo sei qui?
Da tempo immemorabile. Quando mi hanno traslato in questa città, c’è stata grande accoglienza
Tu chi sei, veramente?
Io sono Giulia, Giulia di Cartagine.
La mia famiglia è stata sterminata da un’epidemia di tifo. Sono rimasta orfana. Di me si è interessata una zia che mi ha fatto rinchiudere. Sono cresciuta lavorando tappeti, dodici, quattordici ore al giorno, come una schiava. Mi hanno impartito una piccola educazione e tante mortificazioni fisiche e psicologiche.
Avevo ventun anni, quando un parente venne a reclamarmi all’istituto. La superiora mi concesse di guardarmi allo specchio. Era la prima volta che vedevo la mia faccia. Mi accarezzai gli zigomi, scoprii di avere labbra carnose, occhi maliziosi, larghe spalle e fianchi accoglienti.
Mi strappai le pazienze e fui libera.
Lo zio mi mise in cucina, dove mi tormentava con le sue mani. La zia stava alla cassa, muta.
Ma come hai fatto a raggiungere l’Italia?
Un giorno entrò un cliente straniero, un ricco mercante siriano di nome Eusebio che s’invaghì dei miei occhi neri. Offrì mille euro, la zia non esitò a vendermi.
La notte fui imbarcata, Eusebio mi tolse il velo e venni chiusa in cabina, come perla nera.
Il motoscafo era diretto a Marsiglia, trasportava alcune casse di armi e droga e una decina di clandestini della Costa d’Avorio. Dopo alcune ore di traversata notturna, costeggiammo la Corsica. La vedetta della Guardia Costiera ci intercettò. L’elicottero ci versò addosso un cerchio di fuoco. Eusebio ordinò ad un soldato marocchino di alleggerire il carico. Il ragazzo sparò ai clandestini che caddero in mare. Vidi la chiazza di sangue nella scia dei motori.
Il pilota cercava di sfuggire, ma le guardie ci colpirono. Le mani slittavano sulla balaustra viscida del motoscafo. La chiglia s’impennò sulle onde, imbarcavamo acqua che si mescolava alla nafta e all’orina dei soldati.
Un boato sfondò il motoscafo. Mi dibattevo tra le onde, aggrappata ad un rottame.
Poi le forze mi abbandonarono e fu la corrente a guidarmi.
Al sorgere del sole, tre pescatori mi presero nella loro rete. Mi trascinarono in una grotta e mi violentarono a turno.
Quando videro la croce che portavo al collo, decisero di ammazzarmi.
Il più vecchio se ne stava seduto a guardare, giocando ai dadi. Aveva la barba nera, attraverso la quale vedevo lo sfregio. Era un legionario addetto alla crocefissione. Invocai pietà, ma i soldati mi minacciarono con la spada: uccidiamola e basta, porta male crocefiggere una donna.
Il vecchio insisteva: è giusto così, questa è la punizione che si meritano i ladri e i cristiani.
All’alba mi trascinarono sulla spiaggia.
Il vecchio si muoveva su di me, come uno scarafaggio, mi inchiodò mani e piedi.
Lasciarono che le mie preghiere si spegnessero, come fuoco senza luce.

La donna si alzò mostrando i palmi all’uomo che arretrava spaventato.
Guarda le mie mani. Le ferite non si sono mai chiuse. Quando gli uomini rinnovano offese, le mie mani riprendono a sanguinare.
Io sono Giulia.
Santa martire della Chiesa.
Prostituta tunisina.
Protettrice di Brescia.
Crocifissa d’oblio.

Tiziano Colombi è autore di Il segreto di Cicerone (Sellerio) e Made in Italy (Greco&Greco editori).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 23 settembre 2010