La guerra di Topolò e altre divagazioni mantovane

andrea amerio



Giovedì alle 18 tornando dall’ufficio vedo Marco Belpoliti che entra al freezer di via Sismondi. Guardo la locandina affissa e scopro che proiettano Senza scrittori, il documentario sull’editoria prodotto dalla Rai che tanto ha fatto discutere e pochi hanno visto (si auspica vada quanto prima in palinsesto, magari non a notte fonda, magari non sul satellite). "È vero!" mi dico. L’avevo pure letto nel programma del Milano film festival. Destino che vada. "Sono qui per caso" dico agli amici che incontro. Non mi credono: "eh sì dicono tutti così". Ad un certo punto arriva il simpatico Andrea Cortellessa in tenuta rossa a presentare brevemente la pellicola. Poi comincia la proiezione rasoterra, così vediamo solo noi delle prime file. L’audio è pessimo. Cortellessa nel film ha la stessa tenuta rossa di stasera e trascina un trolley pieno di libri su uno spiazzo con sullo sfondo un gasometro, forse un omaggio alla poesia di Sara Ventroni. Mi distraggo. È quasi ora di cena e io non ho nemmeno pranzato. Le sedie trasparenti in plastica dura sono eleganti e scomode, tanto che già dopo dieci minuti dico alla vicina Mariarosa Mancuso: "Ho le piaghe da decubito". Intanto sullo schermo si strizza l’occhio a Cafonal nella ricostruzione del premio Strega. "Quest’è l’Italia". "Frolla", dice Zeichen. L’unico che ci fa una bella figura pare Pedullà che ricorda l’attacco di Pasolini ad un postumo Fenoglio, e lo riconduce ad un conflitto per lo Strega nella scuderia Garzanti. Scarpa, emozionato, vola basso. Scurati con i nervi tesi dichiara che con queste cose ha chiuso. Il pubblico ride, io avverto fame e disagio. Belpoliti alla fine giustamente rileva che in questo film anche gli scrittori non fanno la parte degli scrittori. Intanto vedo Maria Nadotti che si sposta avanti lungo il muro per vedere qualcosa dello schermo. Lo stomaco brontola. Lo seguo. Parto per la tangente. Ritorno a Mantova, dove Maria la scorsa settimana ha tenuto con John Berger un affascinante incontro sulle storie che necessitano di essere traslocate altrove, nella speranza di trovare ascolto, e casa. E poi della plurale unicità della lettura e dei lettori, della difficoltà di trovare una forma adeguata alla propria espressione, della fratellanza inconsapevole che unisce due lettori uniti dalla scelta di un classico di Dostoevskij in biblioteca. Intanto un Cortellessa spaesato nel megastore colmo di robaccia pesca anche lui un Dostoevskij. "Ecco un vecchio amico". Ma col pensiero torno subito a Mantova. È stato un incontro profondo eppure capace di riempire la chiesa di san Maurizio di persone paganti 4 euro e 50 per l’ascolto. Ogni volta che vado al festival ho la sensazione di trovarmi in un paese civile e forte. Mi stupisce il pubblico che c’è ogni volta, ad ogni incontro. L’anno prima c’era stato il pienone anche per Edouard Glissant, un autore certo non facile né troppo conosciuto qui in Italia. Penso che lì c’è il pubblico vero della lettura privata, disinteressata, attenta. E intanto anche nel film Cortellessa sta intervistando due degli organizzatori del festival di Mantova che dicono esattamente la stessa cosa. Si parla di un’idea di comunità che pare mettere tutti d’accordo. Se non fosse però che poi si scopre che anche la comunità è infetta, anzi sono proprio le gemme dei rami più alti, i teneri virgulti, i ragazzi volontari che tengono in piedi la macchina ad avere il cattivo gusto di votare e scegliere come loro lettura preferita la Mazzantini. E vai di inquadrature a Castellito. Intanto, fuori, in controluce, Andrea passeggia e medita: "non capisco, non capisco". È la parte che ho preferito nel film. Simpatica. Mi ha fatto sorridere: la tenda gremita, dentro, e il critico che rimugina, fuori. È l’ironia malinconica, sconfortata e sconfortante rilevata da Belpoliti nei suoi commenti. "Sono abbastanza depresso" ammetterà Andrea, "quindi se nel film questo trapela, nulla di male". Penso ancora a Mantova, a quegli stessi ragazzi volontari mostrati nel film. Ricordo che pochi giorni prima ne avevo visti alcuni all’esposizione della Biblioteca di Flaiano, al palazzo dell’agricoltura. Mentre registravo compulsivo alcuni dei titoli più interessanti e sfogliavo Penisola pentagonale vedo un signore intento ad arringare questi giovani e giovanissimi sull’importanza della letteratura: "Invece di leggere quella robaccia dovreste leggere i classici greci e latini, i grandi romanzi dell’ottocento, Italo Calvino". "No Calvino no", dice una ragazzina ridanciana, "la prof. ce l’ha dato per l’estate… che palle!" "Va bè Calvino non piace anche a me, ma è un classico..." L’uomo si dilunga. Un sodale meno attempato dell’uomo loquace, forse un accompagnatore, dice ai ragazzi "adesso ve lo porto via". Il contesto è bonario, ognuno fa la sua parte: l’uomo la predica, i ragazzi scherzano mentre scrivono la Smemoranda e fanno i cruciverba, svagati e lucenti come il piccolo gruppo di Balbec. Uno approfitta dell’intervento dell’accompagnatore per spezzare l’incanto predicatorio. "Mi scusi, sono sicuro che questa la sa: ’Rosa, critico letterario’. Quattro lettere". "Asor" risponde l’uomo. "Lo sapevo che lo sapeva" ... "Ecco anche quello dovreste leggere". Mentre avvicino il piccolo gruppo attorno al banco, sorrido a tutti. Poi mi sposto alle bancarelle di libri antichi in piazza Sordello. Trovo una mamma e una figlia. Lei ha finito l’ultimo anno di liceo. Ha amato la poesia di Ungaretti e adesso con la madre fa la spola tra due tavoli che vendono a prezzi abbordabili le prime edizioni dell’Allegria mondadoriana (non quella del 1919, ovviamente) e del Sentimento del tempo. Non sa decidere e dice alla madre: "in caso avessimo bisogno, possiamo venderle". È quanto mi dico ogni volta che spendo per un libro da collezione. Mi commuovo. Lei è bella e vorrei dirle: "che caso, sai io so tutto di Ungaretti, ne so più di Carlo Ossola! Ho anche trovato cose rarissime, certi suoi scritti pubblicati su «Circoli» e mai più ristampati… e ho studiato sue traduzioni da Paulhan che ci sono solo nell’edizioni del 1936 pubblicate da Novissima". Vorrei dirle che potrebbe anche innamorarsi di me, perché abbiamo tante cose in comune… Poi sullo schermo passa e ripassa un pavone e io mi stacco dal sogno. Torno al sodo. Al film che intanto ha smontato la filiera produttiva del libro mostrando le sproporzioni e i conflitti di interesse delle grandi concentrazioni editoriali che gestiscono il ciclo produzione/distribuzione /vendita, a scapito degli editori indipendenti ("i garanti del libero mercato" fa notare, non senza sottolineare il paradosso, il team di Derive/Approdi). Dopo aver stigmatizzato le sinossi al posto della vera lettura delle opere in uso a Mondadori (con Franchini che ammette "non piace lavorare così" – ma, come fa notare Cortellessa, non ammette di non doverlo fare suo malgrado); dopo aver mostrato l’abisso che divide la vecchia libreria Tombolini dagli spaventosi megastore; sentito il mitico Gelli della vecchia Garzanti per far vedere come si faceva una volta, e consultato un libraio di lungo corso come Montroni oggi aperto alle nuove possibilità della grande distribuzione, Senza scrittori si avvia alla conclusione offrendo una proposta positiva, concreta: un modo per reagire all’incomprensibile "tradimento" – per citare il Landolfi (il poeta!) che apre e chiude il film – dei giovani ormai assuefatti a un’idea di letteratura distorta, succubi di un orizzonte d’attesa falsificato, sabotato. La soluzione è a Tombolò. In un festival piccolo dalle caratteristiche peculiari e uniche. A questo punto mi sono distratto del tutto. Vedo scorrere un paesaggio che pare non appartenere a questo paese. È l’est dove è morta tanta gente. Sono cose grandi che non voglio, non posso, non ho la forza di pensare. Una linea del fronte nella guerra 15-18 se ricordo bene, ma sono stanco, davvero, non posso. Chi se ne frega. Pare l’Albania. Riparto. Torno a Mantova dove c’era Ismail Kadaré. Sono via. Penso a un autotrasportatore albanese cui mancava un dito. Ci eravamo visti alle 6 del mattino. Era buio, pioveva. Dovevamo lavorare sgomberando un magazzino. Io speravo di ricavarci dei libri. Lui fumava le malboro e a me veniva la nausea. Mi dice che è in Italia dal 1991. È sposato ma non ha figli. Gli dispiace. Parliamo di libri. Mi dice che da giovane leggeva molto. Chi ti piaceva? Gli chiedo. Remarque. Gli dico che il mio preferito è Tre camerati. Lui si illumina. "Anche il mio". Eppure non è tra i più famosi né impegnati. Eppure fa piangere. Gli dico che ci hanno girato anche un film che nessuno dei due ha mai visto. Poi gli chiedo degli scrittori albanesi. Mi racconta una storia molto dolorosa su Kadaré che si adoperò per evitare che una delle sue figlie sposasse un suo nipote. Convinse le autorità a far allontanare dalla città tutta la famiglia, in modo da dividere i due."Così ci siamo andati di mezzo tutti... lui era influente, capisci..." Non so che dire, ci resto male. Spero non sia vero, ma qualcosa mi dice il contrario. Poi dobbiamo caricare le casse mentre siamo arrivati all’ultimo capitolo del docufilm. Non voglio e non posso più pensare. Sullo schermo Antonella Bukovaz legge alcune sue poesie. Non sarà l’antidoto, non sarà la cura, ma è una possibile direzione "verso l’uscita", come titola l’ultima parte del film. "Poesia da agriturismo" sussurro, perché la stupidità si nutre anche in me della stanchezza, compiacendo di sé la cattiveria del mondo, immiserendolo. La Bukovaz è direzionata verso l’uscita da questo meccanismo di morte. Lei e il festival della stazione di Topolò. Una delle tante realtà che vanno preservate così come va preservata la "bibliodiversità". Si tratta, lo dico in soldoni, di consolidare dei presidi del gusto che salvino la letterarietà un po’ come si salva il cardo gobbo. Altri interventi dal pubblico. Mi pare di capire che Paolo Zublena avanzi dei dubbi sull’effettivo valore, anche politico, della nozione di letterarietà come discrimine; cita Marx con efficacia ma anche qui la memoria privata mi distrae. Torno quando Belpoliti rileva impietosamente che Antonella Bukovaz e la Mazzantini sono due facce della stessa medaglia, l’una il negativo fotografico dell’altra. Andrea ammette che questo è stato lo stesso commento di Walter Siti ad una presentazione romana. La differenza però, dice Cortellessa, sta nel fatto che Antonella Bukovaz non la conosce nessuno, mentre la Mazzantini è super esposta; e che una dice io io io e l’altra no. Ah ecco. Allora qual è il fine della critica, dell’intellettuale? Ma è ovvio! Parlare di chi non è super esposto, e possibilmente far sì che lo sia un po’ di più. Non troppissimo, ma un po’, ecco, giusto un po’. Il ritratto del critico da ufficio stampa. Anche lui al suoi posto nella filiera. E se il cardo gobbo cominciano a ordinarlo due milioni di cinesi allora è la vittoria del cardo gobbo? Oppure non è più il cardo gobbo? No, non è più il gobbo. Il gobbo adesso è un’altra cosa. Ma non sarà che i meccanismi che spingono in una direzione o nell’altra partecipano di un identico movimento sclerotizzato? Intanto Rossari si scalda ed entra a gamba tesa, interrompendo: "è un mix tra il Gabibbo e Michael Moore, una puntata di Report mal fatta e la regia latita. Ti rispetto come critico… nonostante tutto, ma questo film a cosa serve? È inutile! Uno fuori dal giro non capirebbe nulla! Sei un apocalittico integrato… metti in ridicolo gli scrittori … ci vuole poco a far vedere l’abisso che divide la libreria Tombolini e il megastore … hai scoperto l’acqua calda! ... mi hai rovinato la serata … e via dicendo". Si crea uno steccato invalicabile di cui mi rammarico perché sono come Bondi: non odio nessuno e amo la poesia. "Non ho mai detto né rivendicato di essere ’un puro’" risponde Andrea; sono nel sistema e so di esserlo, ma cerco di creare spazi". Marco Belpoliti, che pure prima si era espresso in termini garbatamente critici ("Mi fai fare la parte del grillo parlante, hai tagliato e montato a piacere…") ritiene le critiche di Marco immeritate e ingiuste: "se pensi a quanto ha lavorato per la letteratura: a tutti i livelli: accademico militante ed editoriale … quella di Andrea è un’operazione coraggiosa. … Ci ha messo la faccia, si è esposto anche a critiche feroci, si è reso disponibile a discutere nel merito". Il clima peggiora. Si gioca a chi ne sa di più. Marco si scurisce, Andrea ribatte colpo su colpo. I due sono alle corde. Si sottilizza sui termini, si invita a non monopolizzare il dibattito, si deborda. Ormai è inutile. Come al solito dopo il gong non è cambiato nulla e si va via con l’amaro in bocca. Ci si saluta, pestati. Con Belpoliti che pare più offeso con Rossari di quanto non lo fosse Cortellessa stesso. Ma magari sono solo impressioni sgradevoli infinitamente secondarie, inutili come il destino. Io vado a salutare Zublena che non vedevo da dieci anni e a comprare il roast beef prima che mi chiuda il supermercato.








pubblicato da a.amerio nella rubrica qualità quantità il 21 settembre 2010