Alt! Fermati lì in piedi

Roberto Pusiol



Mi masturbavo. Cioè quando la mia Dani entrava io gli dicevo: Alt! Fermati lì in piedi tutta bella dritta, e: Metti adesso giù le borse, gli dicevo, e già me lo estraevo.
Dopo io dicevo: Ben così, e dopo dicevo: Aprire la bella camicetta profumata. Sì sì sì bene così, dopo dicevo. E già lo avevo tutto duro che quando entrava con la spesa sempre mi eccitava forte la mia Dani. E dopo: Tetta fuori adesso. Sì sì sì ben così così, io gli dicevo. Adesso fuori l’altra! dopo dicevo. Seduta seduta seduta! Sìsì, seduta sì, io gli dicevo. La gonna... su la gonna bene, io gli dicevo. In vista in vista, ben in vista le tue cosce.
Guarda fuori, dopo dicevo. E dopo: Guarda in alto guarda in alto guarda in alto guarda in alto!! io gli dicevo. Fai finta come fosse niente, io gli dicevo. Sei serena ...sei serena sei serena sei serena! io gli dicevo. Sììììììììììì! Seiserenaseiserena! io gli dicevo.
Aaaah! dopo dicevo, eiaculavo lì sul pavimento.

Dopo lì io gli dicevo: Okay, okay. Ho già capito, che stasera a te ti serve di sicuro un cuoco. Ma sì che faccio io, eccolo il cuoco! Tira su le maniche campione! Che ti risolvo io il problema della cena, che te sei svogliatona, no, che è vero, Dani?

Scatto opero e produco. Un buon piatto per cena? Voilà, madame! Uno squisito risottino con le seppie. Rapido semplice gustoso equilibrato, contenuto calorico modesto bello a vedersi (snap, snap, faccio schioccare le due dita della mano destra). Dammi solo il tempo strettamente necessario, non un secondo in più, non un secondo in meno.
Okay... Allora sistemare, fare spazio, predisporre gli strumenti.
Voilà! un’ oretta in tutto non di più... Eh, ti va bene, no, Dani? Sessanta minutini per lo chef.
Dolcezza, per due sto risottino, 120 grammi a testa di vialone (snap snap faccio schioccare le due dita della mano destra).
Le seppioline (le estraggo, mentre dico, dal frigo), cinquecento grammi già lavate da tagliare a pezzi piccolini. Non sono più di 600 calorie, sicuro. Non di più, e bastanti, sì bastanti, bastanti per la sera, no, Dani?
Rambo, Stallone, Sylvester Stallone, si nutre di riso e pesce, risottino e pesce. Riso, riso riso e pesce. Ehi? Senti? Dani, Stallone, no, Rambo ... Cazzo! Quando te li fa fuori col pugnale, quando punta tende l’arco centra l’elicottero con la sua freccia esplosiva… Cazzo, devo rivedermi la cassetta.
Mi guardavo nel vetro della finestra aperta, spiegavo il mio grembiale, mettevo su il grembiule. Peraltro… ho detto. Mi donavano veramente un sacco quei volant ampi sulle spalline del grembiule (apro e chiudo la bocca lì davanti al vetro, tiro le labbra mostro i denti).
L’aria così carica di umidità mi fa tutti i capelli flosci, ho detto. Spingevo su le maniche che venivan giù, legavo intorno alla vita le stringhe del grembiale. Cazzo!, mi toccavo i capelli con le dita, cercavo di mandarli su di farli un po’più mossi.

Cipolla, aglio, l’olio, il riso che é già stato pesato, vino bianco e salsa. Okay okay okay! ho detto. Facevo ancora spazio, cadevano certi grissini abbandonati, li pestavo dopo con le scarpe. Cazzo! Fregavo sul pavimento le suole della scarpe, spingevo sotto il tavolo con la scarpa il briciolame.
Opera lo chef! produce crea (faccio snap snap con le due dita della mano destra, tenute basse lì vicino al fianco tra il grembiule ed il pantalone). Creo! le ho detto. Juve! Juve! sempre Juve! ho detto.
Aprivo e sbattevo sportelli dentro lì in cucina. Ho visto sul tavolo, quell’altro, quella tovaglia tutta a macchie. Ma Cristo Santo! ho detto. Butta via questa tovaglia! ho detto. Un’ altra, no, bella pulita!
L’ ho presa fuori dal cassetto, l’ ho spiegata intanto che i raggi del sole tramontante battevano e accendevano quel vetro. L’ho lanciata, l’ho stesa bene, ho annusato quel piacevole profumo di pulito.

Non sopporto le mani sudate... Veramente, ho detto.
In agenzia, no, quando ti allungano uno schifo di mano sudata..., gli dicevo a Dani. Passavo le mie palme sul grembiule con cura e con vigore.
Coltello affilato bene bene, ho detto. Fettine sottilissime come foglietti trasparenti.. Polso fermo. E rapidità di esecuzione, ho detto.

Faccio schioccare la scintilla, accendo. Sfrigola l’olio, calano gli spicchi d’ aglio e la cipolla. Soffrigge la cipolla. Ecco l’aglio rosolato al punto giusto, ecco il momento. Lo faccio saltare via dalla casseruola con un colpo di forchetta. Qualche secondo ancora… Giù! é il momento! E’ il momento delle seppioline e del prezzemolo tritato. Friggono le seppioline con il prezzemolo tritato. Distribuisco bene e rivolto col cucchiaio.
Lo chef calibra i tempi, i movimenti, coglie i momenti. Arte, arte! ho detto. Cazzo! mia cara, è tutta qua la differenza. Stare all’ erta cogliere il momento, scattare tac mettere giù la pennellata giusta...Quella! e non un’ altra, ho detto

Certa gente cazzo mi fa girare, io dicevo a Dani. Li vedo cazzo, e come li vedo ... Un colpo di karate, ho detto. Cioè, non sanno come vivono, capito? Non hanno coscienza di se stessi, non sanno sollevarsi di una spanna… Cioè si muovono come vacche in questo mondo dove invece devi starci elasticamente, cazzo di un cazzo!..... Devi essere tonico, asciutto... Questo qua di sopra, gli dicevo a Dani, Tanto per non fare esempi, ho detto. E anche questi qua di fianco....
Dio ci salvi! Per dire, tanto per fare l’ esempio più banale no, ma è una spia naturalmente. Guarda come si immettono nel tunnel, come manovrano per entrare nel garage ... Cioè, veri animali! Guarda la banda sinistra del loro basculante. La pacca, no, lo stampo della pacca. Hanno una rientranza ogni giorno più bella fonda e tonda. Gli danno dentro regolari. Cioè, capito? Quanto è che sono qua...un anno, più, e non hanno ancora imparato a imboccarti l’ entrata di un garage in retromarcia.
Cazzo su! Coordinamento! no... Non so, controllati le leve... Sveglia su! ragazzo!...Connetti, no, un pochettino, occhio, mano, cervello...
E dentro, no, per dire... Hai visto dentro? Hanno dentro scarpe giornali sporte bottiglie. Cioè, no, tipo le auto dei bosniaci o dei senegalesi... E poi non so, questo sopra qua… Quanti anni avrà quell’ auto lì? Quindici? Venti? Trentotto? Sessantotto…Ma cos’è, muori di fame? Non puoi cambiarla? Oppure fai antiquariato? No? Non so se rendo...
No ma poi tutto... Come ti stendono la roba d asciugare, come ti lasciano regolarmente aperto il portoncino, come ti appendono pagliaccetti del cazzo sulla porta, come fanno finta magari di non averti visto, come ti lasciano i loro giocattoli in giro per i marciapiedi...
No ma allora sai cosa ti dico? Ti dico che anche tu persona -tu, te, Io- che anche tu come l’ auto che hai che sta perdendo pezzi, anche te stai perdendo i pezzi, cioè che non ti hai sotto controllo, che non sai disporre, non hai il senso, che tu non disponi mica del tuo Io, Io intero... interno, esterno, interiore... No capito?
Che allora cazzo, ti dico anche: come puoi essere reattivo, come puoi cogliere il momento, come rispondi, domani, oggi, tra un ora? come puoi pretendere qualcosa? Cazzoni, ho detto. Rifletti un momento su te stesso no, cazzo! Renditi conto! E vedi anche magari di abbronzarti un pochettino che ti fa anche bene, che ti presenti civilmente, che ti tonifica la mente. E fatti magari anche un po’ di pesi.....
Cioè, sei in tribuna, cazzo -perché sei in tribuna-, ma potrebbe anche arrivare un’occasione, no, le vie del signore no, sono infinite. Passi in panchina, sei chiamato in campo. Allora: sei elastico? sei pronto per lo scatto? ci sei con la testa? Sei caricato? O sei zavorrato … O presenti la giustificazione? Che c’era il pupo che pisciava e che tu gli stavi a cambiare il pannolino? O che stavi con tutta la testa dietro al giornale e che non hai sentito. O che contemplavi il cielo sull’ erbetta all’ ombra sotto il pero? Cazzoni! ho detto.

Mi infastidiva un poco intanto il cazzo pene, lo sentivo umidiccio, pizzicoso. Entravo con la mano in zona, grattavo, giù, mi sistemavo. Mi grattavo dopo anche lì sotto l’ascella.
Il pene prude ancora. Cazzo! calo le mutande, ripasso bene con lo strofinaccio la punta umida del pene.

Mi era venuta lì un momento una strana sensazione.
Cos’è? Si è ridotta la cucina?
Mi prendevo le mani, le pressavo una contro l’altra, facevo scattare in fuori i pettorali. Sollevo una sedia, contemplo il bicipite in azione.
Ma qua dentro è troppo scuro, cazzo! ho detto. Cazzo, accendiamo! Schiaccio interruttori, accendo tutti i punti luce lì in cucina.
Facciamo luce, cazzo! ho detto.

Stare sull’onda, ho detto.
Ma a monte, a monte cazzo! allora ci trovi impostazioni... . L’igiene del corpo, l’ igiene della mente. Mescolo piano, siamo quasi al giusto punto di cottura.
E mi domando, no, così, per dire, se si cambiano ogni giorno le mutande, se curano le loro intimità... Fanno il bidet ogni volta? (snap snap faccio con le dita della mano destra tenendole basse quasi dietro, ad altezza femorale, un po’ dietro rispetto all’orlo del grembiule. Snap snap snap snap).
Stare sull’ onda, saper cogliere il momento.
E là fuori, ho detto, coi quattro stronzi in agenzia, chi dà il colpo di barra? chi ha le antenne? Chi pompa? cazzo! Chi fa gli slalom perchè è ben tonico, cazzo, tra le buche che sono sature di merda?
Chi? Chi? io ho detto.
Il sottoscritto, ho detto. Fasciato in candide Tshirt, con bicipiti degni e con il cazzo grosso.

Fanculo, ho detto. Cadevano residui, cadevano chicchi duri dal piano giallo di lavoro sulle piastrelle rosa. Li calciavo lì sotto l’armadio. Raccattavo dal piano di lavoro le carte, i contenitori, e li schiacciavo.
Cazzo! con quella operazione mi ero smerdacchiato di salsa e olio il davanti del grembiule ...
Stare sull’onda! cazzo, stare sull’ onda!, dopo, ho detto.

Ho visto che mi si indurisce un poco la pelle dei talloni, dopo io dicevo alla mia Dani. Ma ho scoperto un ottimo rimedio, ho detto.
Un tipo di pomice, nera, porosa, leggera, che trovi anche al supermercato. Lavi bene i piedi, inumidisci, freghi il tallone, risciacqui, e la pelle ti torna liscia sul momento.
Mia cara, ho detto, voilà! E’ pronto!
E il mio lasciarlo al caldo, che lo mangio quando torno.

Andavo, che facevo un’ oretta e mezza di palestra.
Stavo andando, e lei stava a guardare la tv e si apprestava anche a portarsi lì davanti il piatto con il suo risotto. Stavo andando, e stavo nel mezzo della stanza col borsone, cioè mi ero bloccato e stavo a guardare fuori dalla più grande delle due finestre. Si stava in quella casa lì già da quattro mesi ma non mi ero mica mai accorto di tutta quella roba scura là davanti, là fuori, oltre il muretto e oltre il giardino confinante.
Ma cos’è?, le ho detto. Ci hanno messo una scenografia davanti?
Che? Cosa dici? Sto vedendo la tv, mi ha detto.
Ma era proprio una boscaglia vera quella fuori, scura, compatta, che stava piazzata là di fronte, che ti chiudeva tutta la visuale. I fusti fini andavano su forte, erano ben fitti, un muro verde scuro. E in mezzo a tutto quel fogliame ti pendevano per qua e per là tanti grappoli bianchi.
Cominciava in quel momento a tirare vento forte e allora cominciava a entrare in movimento tutta la muraglia. E dopo là nel mezzo ho visto che c’era qualche cosa, una sagoma tonda, nera.
Guardo bene, vedo che è un uccello, grosso, che adesso salta su quei rami che si sono messi in movimento. Si sposta. Su, giù, di qua e di là.
Cazzo, ho detto, adesso salta in su, ma cazzo andava giù.
Cazzo, salta a destra, ma cazzo invece saltava giù a sinistra.
Va a sinistra, ma saltava a destra.
Avevo messo giù il borsone, mi ero fatto sotto. Ma lo stronzo, l’uccello, ha fatto dietrofront, è sparito, si è nascosto. E vaffanculo! E sto facendo tardi, ho detto.

Dopo tornavo. In tangenziale, con la moto, tutto quanto ben pieno di me stesso, ben depurato, e tosto, ben tosto. E davo gas lì in tangenziale.
Juve! Sempre Iuve! Iuveee! Davo gas nel rettilineo sovrappasso, tiravo i pettorali. Che avevo i miei bicipiti e tricipiti sentivo, che mi facevano piene, ben piene le maniche della mia T-shirt con sopra la camicia. Poi deceleravo, svoltato, procedevo tranquillo e rilassato.
Parcheggiavo, chiudevo, mi toglievo il casco, sistemavo anche un po’ i capelli. Salve! ho detto quando sono entrato. Ma non c’era un bel cazzo di nessuno dentro, stranamente.
Ehi! Che cazzo! ho detto.
Silenzio. Con la mano dentro nella tasca mi ero dato una grattata lì sopra all’uccello.
Be’? Non c’ era un cane da nessuna parte. Le lampade spente pendevano dai loro cavi neri, le bottiglie se ne stavano schierate sui tre piani. Erano accese solo le luci intorno alla specchiera. Dino non c’era al posto di comando.
Seduto lì nello sgabello mettevo la mano sui jeans dove sta l’uccello. Io mi cercavo nella specchiera dietro il banco. Con un piede che era su con uno che era giù, in torsione, il braccio storto, ero fisso lì come una statua.
Mi arriva dopo nelle orecchie qualche cosa, scricchiolii, sussurri.
Io ruotavo, io smontavo, e procedevo dopo –li sentivo tutti belli stretti- dentro nei miei boxer viola, indossati estratti, quei venti minuti prima, dalla confezione. In fondo, oltre il tramezzo c’era qualcuno. Di là, con le sedie girate contro il biliardo, c’erano i due vecchi con le facce voltate verso l’ ultima vetrina per guardare fuori. Li ho visti. Zitti in quel momento, mogi, abbandonati.
Eilà!, allora gli ho gridato.
Eilà, Salute! e davo una manata sul biliardo.
Cazzo, in gamba!
Hanno fatto un salto e anche una specie di lamento, ha girato ognuno la sua testa.
Ah, ha detto Antonio Beinat, dopo, coi baffi, con la camicia rossa.
Ehilà! Niente paura! niente paura! ho detto. Ehilà gente da assalto! ho detto, e alzavo il pugno, io stringevo il pugno, io scuotevo il pugno.
Assalto cosa?, ha detto, Cosa? Ma che cazzo assalto, ha detto. Non c’è nessun assalto, ha detto. Se non c’è la baionetta, che cavolo assalti? eh? cos’é che assalti? ha detto.
Gli ho messo la mano sulla testa calva, dopo gli ho fatto una carezza sulla testa calva.
L’altro vecchio, il più vecchio dei due vecchi, invece stava lì in sospeso.
Dopo lui ti mette la mano sul braccio del collega: Sì c’è questo merlo, dice, col becco giallo lungo ... E’appena aperto, e sotto nel posto apposito sono messi gli stecchini. Il merlo va giù dritto e allora nel becco si incastra lo stecchino. Dopo torna su e lo prendi, lo sfili via dal becco .... Da mia nipote ... Sì ... Tac su ... tac giù il merlotto ... Tac su tac giù, tac su tac giù, no, ti viene, così, da manovrare …
Eh ... , ha detto Beinat dopo, coi baffi e la camicia rossa. Meccanismi, ha detto. Sìsì, gli ha detto, Invenzioni … congegni. Eh, invenzioni, ha detto. Sìììì, e ti viene sempre da calcare. Tac giù, tac su, va giù va su … Merlo giù, merlo su ... merlo giù, merlo su. Tac tac, tac tac. Eeeh, sì, invenzioni … Tac tac, tac tac, ha detto ancora, dopo, l’altro, quel vecchio lì, il più vecchio.

Dopo le luci sono state accese tutte insieme, e ho sentito Dino. Signori! eccoci qua, scusate ma ci siamo! Dino come sempre in plancia.
Ho fatto dietrofront, son tornato da quell’ altra parte.
Ehilà! Dino! Dove cazzo è che mi sparisci, eh, Dino? Eh? dove sparisci Dino? ho detto.
Dino, una coca bella fresca! ho detto. Una coca bella fresca, ho detto. Avevo sete e bevevo, e aveva fatto la comparsa intanto anche il fratello, individuo rompicazzo per natura che girava zitto che passava lo straccio e che spostava sedie.
Juve! sempre Juve!, ho detto, e dopo mi piegavo e mi cercavo dentro nello specchio ( sentivo in bocca il sapore della coca, muovevo le labbra, le guance, muovevo i muscoli del naso). E interveniva allora lo stronzo, ovvero il fratello rompicazzo.
Bravo. Juve Crotone Juve Albinoleffe, ha detto.
Stai tranquillo che arriviamo, ho detto.
Sarà duretta senza i trucchi, ha detto
Lascia stare Mario, ho detto, guarda avanti Mario, ho detto, che il prossimo anno non la fai la cavalcata, stai sicuro Mario.
Forza Inter!, dopo lui ha detto.
Juve! ho detto.
Ma vaffanculo! vai a farti i muscoloni vai!, mi ha detto
Vaffanculo stronzo! ho detto. Brutto stronzo rompicazzo per natura! ho detto. Vaffanculo!va a pomparti! ha detto.
Io ti meno! ho detto, che mi teneva Dino, che lo menavo veramente lo stronzo l’ interista, rompicazzo mezzasega e stupidino.

Stavo a casa dopo nel soggiorno con il borsone giallo in mano.
Buono buono il risotto, mi dicevava Dani che stava lì davanti alla tv.
Io studiavo adesso attraverso la finestra quella boscaglia piazzata là davanti. C’era vento, vento molto forte adesso. Si piegavano pel vento quei fusti alti e fini, correvano tutti da una parte quei fusti tutto quel fogliame verde scuro con quei grappoli bianchi. Era in arrivo veloce il temporale.
Arriva una scarica bestiale, dopo segue il tuono rimbombante che fa tremare tutto quanto, e dopo comincia a diluviare. Dopo lampi e ancora tuoni rimbombanti. E nella luce dei lampi allora vedo bene, per un secondo solo, sufficiente, l’amico, l’ uccello, nella pioggia, fermo, tondo, nero, grosso, che mi pare come diventato un po’ più grosso, cresciuto, che è attaccato al ramo, fisso, che oscilla insieme con il ramo. Io mi faccio avanti contro il vetro, ho la faccia proprio contro il vetro. Scruto nel buio, e dopo con un ulteriore lampo, lo vedo, illuminato, inchiodato su quel ramo. Dopo sparisce, torna tutto quanto buio. Mi appoggio al vetro con le mani messe a paraocchi: Dove cazzo sei? gli ho detto.

Dopo non so ho come perso l’ equilibrio, mi era venuta lì un momento una strana sensazione. Mi pareva come che il pavimento si era messo in movimento.
Il terremoto.
Cooosa? Dani allora ha detto. Terremoto? Ma cosa terremoto, ha detto, che ho visto che scartava con le belle cosce in mostra i suoi cioccolatini.
Ma cosa dici, ha detto, e ho visto che metteva in bocca un cioccolatino col bel seno prosperoso in mostra.
Ho fatto dietrofront e: Facciamo l’amore, allora io le ho detto.
Stava sul divano davanti alla tv coi suoi cioccolatini. Le aprivo del tutto quell’accappatoio. Mi inginocchiavo. La leccavo, facevo il lavoretto con la lingua. Dopo gli sbattevo dentro le dita di una mano. Godeva. Lei aveva messo in bocca quel cioccolatino, lei teneva su il telecomando, lei saltava da un canale all’altro. Ah ah ah, faceva, cavalcava tutti insieme i canali tutti quanti in un colpo solo.

Mi precedeva dopo a letto, la pausa della sera. Prendersi nel bagno il tempo necessario, fare l’ultima pisciata, liberarsi, far scorrere l’acqua tiepidina, fare le abluzioni, passare lo spazzolino sulle unghie, disinfettare il cavo orale. Nella tranquillità del bagno mi sono denudato. Lavoravo e si vedeva. Provavo varie posizioni. Pettorali bicipiti e tricipiti in azione. Alzavo le braccia, mi mostravo tricipiti e trapezi. Azionavo i forti addominali, spingevo le gambe e nelle cosce sporgevano i quadricipi potenti.
Uno spettacolo, dicevo, Ecco un maschio, dopo dicevo. E contemplavo il pene. E come lo guardavo, lui, ecco, cresceva. Me lo prendevo in mano. E’ arrivata una scarica bestiale in quel momento e ho sentito il vento che fischiava dietro la finestra in quel momento. Ho sentito dopo nella stanza come scricchiolii, come sussurri.
Che? Cos’ è? io ho detto.
Giravo, alzavo su la testa. Dopo tornavo con lo sguardo al pene, duro. E allora, to’! che dopo: Tac giù, tac su … tac giù, tac su … Tac tac tac tac, tac tac tac tac … Così io gli dicevo … Che su, che giù, che giù, che su che giù … Lo manovravo.
Manovravo a scatti l’ asta, su e giù: tic toc, tic tic, toc toc, tic toc... Giù su, giù su, giù su. Tic giù tac su. Tic giù tac su. Tic giù tac su …
Ho sentito fuori la pioggia che batteva forte, ho sentito fuori il vento che squassava tutto, e quei rumori mi passavan dalle orecchie e mi entravano dentro nella testa. Lo avevo in mano, si sgonfiava svelto, diventava floscio, batteva in ritirata.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 20 settembre 2010