Ex

Sergio Nelli



Piegavi la testa di lato quando sul marciapiede facevi pipì da bambina. L’urina si allargava sul selciato e io non sapevo se tenere gli occhi sul percorso del liquido o sul tuo taglio rosato. I nostri padri lavoravano tutto il giorno, il mio alla fabbrica di ceramica, il tuo in un laboratorio di occhiali. La mia mamma stava a casa mentre la tua andava in lavanderia e per questo la tua casa era sempre profumata e libera. Credo non ci dicessimo niente: tiravi giù le mutandine e io guardavo. Non mi pare d’averti mai toccata. Che strano ritrovarsi così e con questi ricordi. Ce li hai anche tu? Io dell’infanzia ho un’immagine dell’asfalto, delle pietre, delle piazze. Mi piaceva molto l’estate. Dopo ci fu la svolta: la svolta. Ero un adolescente, e fu prima di tutto una sfida. Sempre in strada, sempre fuori, sempre con amici, al sole, alla pioggia, al vento, nei bar, di notte, nelle strade, nei giardini. Abbandonai la scuola. Scansai il carcere per un pelo. Mio padre non ce la faceva più a venirmi dietro. Venti anni sono tanti. Se ti incontravo allo struscio non ti salutavo nemmeno e tu lo stesso. Io vestito con roba ricresciuta come un mendicante e tu truccata, attillata, carina. Ti vergognavi di me vero? E un po’ anche di quel che c’era stato fra noi. Dobbiamo dirci tutto, hai confidato alla mia spalla dopo l’amore. Mi è piaciuta molto questa cosa... e la tua faccia. Parliamo! Parliamo sempre! Giuriamocelo ora! Io avevo addosso una frenesia che non cessava. I miei compagni se ne andavano a grappoli. Avevano spianato la strada i nati 58, i 59, 60, 61. Sembrava ci fosse maggiore consapevolezza, dieci-quindici anni dopo; ma la strage continuava. Il cimitero è pieno di croci. A me toccò un incidente: col casco nero parevo Satana motorizzato. Arrivai come una biglia tetra, come uno spirito malefico e feci danni. Sei mesi non bastarono, ma poi avevo un sorriso smagliante e viti nelle braccia. Con la ripresa delle forze uscii dalla depressione... Avevo cominciato a leggere libri, mi ero iscritto a una scuola serale, ero pulito, c’era un nuovo lavoro, stavo riprendendo, eppure c’è sempre qualcosa che ti mette fuori squadra: mia madre se ne andò proprio allora. Lo so che è sciocco ma gliene volli. Anche alla mia fidanzata: scoprii che stava con un altro, uno che aveva conosciuto quand’ero ferito. La contemplai in un video in una chiavetta. Lei era sopra, lui sotto. Si vedeva un lento entrare e uscire come fossero una cosa sola, come animali sincroni. Si vedeva prima l’umido di lei sul cazzo poi lo sperma bianco colare. Vomitai la pizza e fumai come un matto. Pensare era diventato un tormento. Non era duro, era insopportabile. Le vacanze successive mi riportarono un’eco di morti. Ero un po’ di qua, e un po’ con loro: quelli che avevano fatto la mia strada, mia madre, e anche gli altri, l’umanità intera. Pensai così: ricongiungermi a tutti quelli già esistiti che non c’erano più. Fu allora, in un giardinetto di magnolie, fra i fiori deucalipto, quando mamme e bimbi erano intorno allo scivolo, che cercai senza riuscirci di avvicinare alla tempia una pistola. Il braccio non seguì il comando o forse il comando non era mai arrivato. In quel momento mi accorsi che i fiori erano profumati. Avevo gli occhi pieni di lacrime. Stavo dietro una fronda. Un vecchio signore mi vide e non ebbe paura.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 18 settembre 2010