"Le poesie devono restare ferme"

andrea amerio



***

Io sono un’anima bella
se volete vedermi
sono a casa da mezzogiorno alle 3
escluse le domeniche

***

Sono le undici meno due del sedici agosto
millenovecentonovantacinque. In tutta l’eternità
non saranno mai più le undici meno due       sarà
del sedici agosto millenovecentonovantacinque.

Peccato che non ho dello Champagne

Come farò a parlarvi di questo poeta nato nel 1938 che mi piace tanto? Infilerò i dati surrettiziamente, Carlo Bordini lo citerò per inciso, quasi per caso? Vi parlerò della struttura dei suoi versi, vi dirò che ha raccolto tutte (o quasi) le sue poesie (1975-2010) per i tipi di Luca Sossella sotto il titolo I costruttori di vulcani? Lo intervisterò? No, lo hanno già fatto, e bene. Gli dirò che mi ha stupito vederlo recensito su "Panorama" da Buttafuoco? Avrò un groppo in gola? Racconterò aneddoti di ore passate insieme? Come farò a dire quanto mi piace che la sua poesia sia quella che è e non un’altra cosa da quella che è? Come farò ad usare il linguaggio della critica mentre m’infervoro, mentre amo, mentre consumo il parquet passo passo… Sì perché dopo un po’ che si legge questa poesia bisogna camminare, e il più delle volte camminare non basta. Bisogna uscire. E se ti trovi carponi per strada perché non potevi più stare dritto, e nemmeno riuscivi più a leggere dritto, allora che fai? Torni a casa? E se carponi non arrivi nemmeno al pulsante dell’ascensore per tornare su? Sei piani sulle ginocchia. Oppure esci di nuovo e aspetti la 27 alla fermata. Che ti porti lei, a carponi, per tutta Milano, leggendo Bordini.

Poesia scritta di notte

Forse se facessi
il mio vecchio numero di telefono
risponderei
com’ero vent’anni fa
come sei cresciuto mi direbbe
856896

Scriverò così, dal finestrino del tram. Perché succede che non si riesca a parlare criticamente di un poeta che si segue da anni e allora bisogna lavorare come la bustina di tea: per infusione. Ad esempio una volta mentre un suo precedente libro era pronto, ma proprio pronto e lì lì per andare in stampa lui telefona da Roma e dice: "Ciao Sono Carlo. Vengo su a Milano perché ho toccato troppo il libro. Le tante varianti che ho fatto, via via in questi mesi l’hanno snaturato". Avevo un bel dire "ma siamo già praticamente in ciano". "Vedrai Andrè che va tutto bene …. Ci mettiamo lì con il grafico e riportiamo tutto come stava prima che cominciassi a rovinarlo."

Albero

Per risparmiare tempo
– dato che ho una stampante,
stampo la minima variante, anche se potrei evitarlo;

calcolo che in tutto il mio lavoro
avrò impiegato un albero
in lavori inutili, o, comunque, evitabili.

Caro albero, non te la prendere.
Ho poco tempo, un’esistenza complicata,
tanti problemi e tanti dubbi.
Mi dispiace di averti ucciso per facilitarmi l’esistenza.
Lo so che è brutto.
Comunque ti prometto che,
quando mi ammazzeranno,
non farò tante storie.

Bordini non prende le cose così come capitano. Le indaga, le solletica, le stuzzica finché non rispondono qualcosa, anche se dopo la risposta lui può guardarle e sorridendo sibilare: "avete mentito … briccone, ma vi perdono". Così nella nota in coda leggo: "A questo proposito devo parlare del fatto che con questo libro ho completato una revisione di diverse poesie che ho scritto nella mia vita, revisione che era cominciata alcuni anni fa, con l’antologia Pericolo, revisione che concerne alcune delle poesie più lunghe che avevo scritto: Strategia, Pericolo e Mangiare (Strategia è una sequenza di poesie, può essere considerata una poesia sola). In tutti e tre questi casi mi è successo questo: nel momento di pubblicarle le ho modificate e le ho rovinate. Credo che questo dipenda da molteplici ragioni (a volte, per esempio, voler strafare significa fare male) ma credo che la ragione principale sia la paura di essere diversi, di non seguire certi canoni. Riflettendo, in questi ultimi anni, mi sono convinto che scrivere (e in genere qualunque attività artistica) sia un atto osceno che non bisogna aver paura di esibire. Perché osceno? Mi ha soccorso Olivier Favier: osceno è ciò che non bisogna dire. Dirlo è parte dei compiti dell’artista. Questi tre testi hanno delle caratteristiche di anomalia stilistica che li distanziano nettamente dal filone più tradizionale della poesia italiana, ed è stata questa la ragione che mi ha fatto prendere le distanze da loro al momento di pubblicarli, e mi ha spinto a normalizzarli, a renderli conformi. Li trovavo osceni. Con questa pubblicazione li ripristino alla primitiva oscenità".

A vedere questo volumone di quasi cinquecento pagine mi spavento perché, se si escludono questi ultimi anni, la poesia di Bordini è sgocciolata per decenni in plaquette smilze, leggere, introvabili se non per il cultore. Infiltrazioni carsiche, preziose, orchestrate in sequenze cadenzate su tempi vitali estremamente dilatati. Come sinfonie grondate dal cielo, mi parvero fenomeni meteorologici incontrollabili e reiterati . Ero quello che pensai quando nel 1995 lessi la prosa impressionante del suo Manuale di autodistruzione. E poi mi sembrava che questo poeta non l’avesse mai considerato nessuno.

Corteo

Se ne tornano a casa, mesti,
con una leggera zoppìa,
il corteo zoppo,
e invero molto stanchi,
quando il corteo è già terminato,
con il loro incedere regale, mesto,
con grande dignità perché
anche se il corteo è
già morto, l’incedere è ancora magico.
Nel silenzio e
nella solitudine,
piangendo,
con una lieve zoppìa, nel buio già della sera,
perché la dignità si vede
quando non ci sono spettatori

Solo dopo scoprii che Berardinelli aveva scritto una breve prefazione ad un suo volume del 1981 e che su di lui avevano scritto belle cose anche Beppe Sebaste, Gian Carlo Ferrretti, Attilio Lolini, Aldo Rosselli, Filippo la Porta, e, più recentemente, il giovane Andrea di Consoli (che con lui ha curato Renault 4. Scrittori a Roma prima della morte di Moro, Avagliano 2007). Ma Bordini è così, non si fa precedere dai titoli di testa, non ti dice, ti devo piacere perché è importante, centrale, che come sono piaciuto a loro piaccia anche a te. Come scrive bene Pontorno, Bordini non calcola e mai ha calcolato i "benefici istituzionali" della scrittura.
E così il lettore che ha di fronte è sempre disperatamente solo. Dopo, si accorge di essere anche nudo. Solo e nudo in una camera buia (ma si intuisce uno specchio).

Epitaffio

Mio padre morì senza averne bisogno
la vita era per lui chiara e netta
i confini delle cose precisi
perché scrivo queste cose
prima della morte di mio padre
non so ma certo
qualcosa in lui non lo spingeva a morire

I suoi versi producono un disagio divertito e lacerante che pochi altri sono capaci di mettere a fuoco (il primo che mi viene in mente è Blake). Se apprezzi queste poesie, un po’ dovresti vergognarti che ti piacciano. Se poi ti piacciono davvero e le rileggi, avverti quasi il bisogno di scusarti, come a dire "pardon…. è un problema mio…". E se non fosse che certe sparate lasciano il tempo che trovano (ma infondo non ho la pretesa di provocare grandine) mi verrebbe da dire che la sua poesia è l’antitesi di quella di Magrelli. L’attrazione ustoria e insopportabile dell’arcaico e dell’osceno (nel senso di cui sopra), di fronte alla decorosa piacevolezza della continuità, della modernità "decente".

Fine della tragedia

Ero con un’amica intento a preparare
uno spettacolo in onore di un nostro amico,
quando sapemmo
che il festeggiato, da tempo malato,
aveva tentato il suicidio. Dopo una serie di affannose
consultazioni l’amica chiamò la guardia medica e
ci precipitammo da lui. L’amico ci accolse con baci ed abbracci. La casa
era piena di amici. Sembrava una festa. Tutte le luci
erano accese. Il suicida, in pigiama, parlava con tutti, seduto sul
[divano del
salotto. Invitava cortesemente il poliziotto
che accompagnava la guardia medica a sedersi,
cosa che il poliziotto rifiutò. Poi l’amico spiegò lucidamente perché
[voleva morire.
In corridoio
lo psichiatra diceva alla moglie: sono sempre problemi affettivi.
Ci fu una breve polemica
su questo. L’amico andò con sua moglie a vestirsi. Il medico
che fungeva da guardia medica psichiatrica ci confidò con vergogna
di essere un ortopedico. L’amica gli chiese un consiglio per un dolore
alla rotula.
.................. Il suicida si era vestito, e la folla, piano piano, con molte macchine,
si trasferì all’ospedale dove l’amico sarebbe stato internato. Lì (erano
ormai le due di notte) l’amico ebbe un colloquio
con uno psichiatra con l’aspetto di un prete. Al suo fianco
c’era la moglie. Dietro, seduti e in piedi,
il figlio e gli amici. Il mio amico spiegò lucidamente le ragioni per cui
aveva voluto morire: la lunga malattia, le difficoltà nel lavoro, le difficoltà
economiche, la preoccupazione di pesare a lungo
sulla moglie. Noi, gli amici, intervenivamo
ogni tanto. Lo psichiatra, poi, parlò a lungo.
L’amico e la moglie si baciarono.

Vedere tutte queste pagine riunite insieme, tutto questo ossame bianco mi fa un po’ impressione. Temo che la magia, dislocandosi in una costa rilegata più spessa, possa mancare. Pignolo e feticista, come spesso accade, mi sbaglio. Perché tanto dopo mezz’ora che leggi devi smettere comunque e, come scrivono i cuochi "lasciare riposare". Perché col riposo tutto migliora. Trascinato carponi fino al capolinea, mi scaricheranno quando avrò meditato...
Un ultima precisazione sui testi: non tutto si può antologizzare e le poesie dalle raccolta Mangiare, o dalle sequenze Strategia, Sondaggio, e per un certo verso anche Trascrizioni, si possono leggere esclusivamente su carta, e per fruirle compiutamente l’elemento visivo è fondamentale quanto l’elemento musicale. Così come conta la disposizione testuale della successione di pagina, non riproducibile, conta anche il posto che occupano nella sequenza del libro. E anche questo non è riproducibile.

Questa è una poesia

Se è vero – come ho scritto e come qualcuno mi ha detto
che sia vero – che esplorare
la propria casa è come esplorare il proprio corpo,
allora è vero che esplorare il web è come esplorare
la propria anima. Perché ognuno cerca nel web
qualcosa che è dentro
la sua anima.
E nella sofferenza delle vittime io vedo
la mia sofferenza, e nel loro guardare le
loro ferite io vedo me che guardo le mie ferite. La mia ricerca di
[sofferenza
è una mia ricerca di identità. Sto per comprendere
qualcosa di importante di me
stesso. Sto per comprendere che il ruolo della vittima mi si confà,
e che il mio amore per le vittime è un modo per lenire me stesso, o
[forse per salvarmi.
Ma se io potessi scegliere, cosa sarei? Sarei una vittima
fiera di esserlo.
Sarei una vittima contenta del
mio ruolo
perdente, del mio sacrificio. (Le parole sono approssimative).
Comprenderei che nella mia vita è sempre stato presente il piacere
[dell’esibizione
Se potessi cambierei sesso e sarei una vittima,
col piacere di esibire il mio stato di vittima; mi
sentirei la persona
più importante del mondo per il fatto di avere coraggio e
la franchezza di soffrire. Cercherei l’ammirazione degli altri. Quale
[immenso orgoglio
si celerebbe dietro alla mia rinuncia a difendermi!
Quale piacere perverso (le parole sono approssimative),
comunque quale piacere, sì, quale piacere,
il piacere di scrivere questa poesia che è più esibizione
che coscienza (quando si è capito veramente qualcosa dirlo è un
atto puramente narcisistico)
"l’enorme secondarietà della letteratura".
O meglio, questa è una preghiera.
Una cosa mi è stata negata, vivere per gli altri, per far del bene agli
[altri. Vorrei
vivere senza conflitti, avendo tanti amici, e
ci sono riuscito solo vivendo fuori del mondo.
Ecco, questo è il problema: la bontà. Io trovo della bontà
in queste persone che soffrono. Rinchiudersi in un guscio. Un
[surrogato della bontà.
(Questa è una poesia sulla bontà).
I siti porno che frequento sono una cosa innocente
Ci sono persone che amano vedere donne che si pisciano sotto

Poesia rimasta in un cassetto

               ad A.L.
Caro Attilio
vivo con il tuo accendino quello marrone
che ti ho fregato l’ultima vol=
ta che sono venuto a Siena
con fredda intenzione e senza accorgermene
ho anche la penna la Parker che mi ha regalato Silvia
sono le sole due cose dalle quali non
mi separo mai
e vado in giro sempre con esse
non è vero che ho la simca mille
non è vero che ivana ha le calze a strisce
ivana è delle b.r. io sono un eroinomane
e andiamo sempre in giro per roma lei col suo mitra
io con la mia siringa
e ci annoiamo anche un po’
siamo anche già morti
giaciamo ognuno accanto all’altro ognuno col suo mitra
e con la sua siringa
ed essendo già morti
non ci annoiamo più
questo per dirti che il mio rapporto con ivana
è già probabilmente giunto alla fine
poiché sono una persona molto compita
ti prego di salutare tua madre
ciao Lori
le donne essendo meno importanti vengono sempre per ul=
time

Fare di questo

L’idea dell’uccidere per finire una cosa. Questo è un fatto molto
importante. Quando qualcosa non mi interessa più,
io la uccido. L’omicidio può essere piccolo, rituale,
o anche grande, un omicidio vero.
Ora che mi ricordo anche l’essersi stancato
di Bione (il mio cane) finì con l’uccisione di Bione. Lo portai in
[campagna,
e lo lasciai lì. Io gli avevo dato moltissimo.
Quando lo lasciai lì non ci pensai più,
e per me effettivamente, nel mio pensiero, era come se fosse morto.
Io pensavo che lì stesse bene. Ma ogni volta che lo andavo a trovare lui
mi parlava, mi parlava veramente, emetteva dei mugolii quasi umani,
saltandomi addosso. Mi voleva un sacco di bene.
Era come se mi rimproverasse, con una polemica d’amore, di averlo
[abbandonato. Ma poi
la cosa strana fu che impazzì. Aveva paura e nello stesso tempo una
[volta aggredì
due grossi cani da pastore. Poi con Picci (un altro cane)
cominciò a sgozzare le pecore,
ne isolavano una dal gregge,
poi la sgozzavano.
Naturalmente fu finito a fucilate dai contadini.
È evidente, dato che su ogni pecora
l’assicurazione di mio padre doveva pagare mezzo milione. Però il
[fatto che sia morto veramente in seguito al fatto
che io l’avevo ucciso interiormente, o meglio, semplicemente
[abbandonato.
Anche il rapporto con S. finì con un omicidio. Un aborto.
Quando S. era incinta mi diceva: "Fai piano, c’è bimbo."
Doveva, ovviamente, finire. Finì così.
Sarebbe finito in un altro modo, ma mi ricordo anche che
uno degli ultimi giorni le misi le mani al collo, con l’impulso
(puro istinto, vero, grande istinto) di ucciderla.
Quello che mi colpì di G. fu il fatto di essermi semplicemente
alzato e di essermene andato. La cosa mi colpì così atrocemente
(il fatto di non averle parlato, e, in fondo, anche il fatto che lei non
[abbia capito,
e che abbia creduto che io fossi diventato pazzo, e il fatto che io non
[le abbia mai detto perché, non potevo)
che in fondo io lo assimilai e lo vissi come un omicidio. Lei mi disse:
"mi hai cancellata". Io le dissi: "No. Ti ho sepolta". Intendendo
che
lei era ancora lì, lì sotto, ricoperta da uno strato che mi impediva di
[vederla
e di sentirla: in fondo, sepolta viva. La cosa mi traumatizzò per anni.

Poesia che cammina

Poesia che cammini perché ti sposti
non ti posso prendere
con la mia mano
sopra di te
le poesie devono stare ferme
per poter essere scritte
e tu cammini ti sposti come un incunabulo
come un rosario
in un treno che si scuote

Nota

La citata intervista si trova su Absolute Poetry assieme all’introduzione di Roberto Roversi, anche su Nazione Indiana. Un articolo /intervista di Beppe Sebaste è uscito su "Il Venerdì" di Repubblica (dell’11 luglio 2010); i testi delle poesie, sono riportati per gentile concessione dell’editore Luca Sossella. La frase "l’enorme secondarietà della letteratura" è stata pronunciata da Amelia Rosselli nel corso della presentazione di un suo libro. L’A. L. di Poesia rimasta in un cassetto è Attilio Lolini.








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 16 settembre 2010