Divorare un cucciolo vivo

Marco Lazzarotto



(Qualche tempo fa ho letto un romanzo molto bello, "Le mie cose", di Marco Lazzarotto, Instar. Ne propongo una pagina con l’autorizzazione dell’autore, che ringrazio. mr.)

La storia è questa, più o meno.

C’è Giorgio, avrà sì e no otto nove anni, che passeggia con il nonno per i portici del centro. Non mi ha mai detto molto di suo nonno, se non che era altissimo, sempre dritto con la schiena, nonostante gli ottanta e più anni. Aveva gli occhi azzurri e i capelli bianchissimi, come se li avesse schiariti con la candeggina. A un certo punto vedono un barbone appoggiato a un pilastro. Il barbone è seduto per terra, si puntella il busto con un braccio, ha una gamba distesa e l’altra piegata, la posa di uno che, nonostante tutto, non sembra passarsela male. Insomma, ha la posa di uno che prende il sole in spiaggia, non di uno sdraiato sotto i portici del centro, non so se mi spiego. Davanti a lui c’è una coperta, e sulla coperta ci sono sei minuscoli cuccioli di labrador che dormono e giocano mordendosi le orecchie. Davanti alla coperta c’è un cartoncino con su scritto: ABBIAMO FAME.

Potete immaginare la gente. Famiglie intere che si fermano a guardare i cagnetti, bambini che si chinano per accarezzarli, genitori che infilano una mano dentro la giacca e passano ai bambini una moneta da mettere nella ciotola di fianco al cartoncino, e le monete vanno ad accumularsi in quel recipiente lercio, come se il barbone non fosse altro che uno sfondo, la quinta scenografica dei cuccioli, e tutti quei soldi fossero soltanto per loro, come se i cuccioli di labrador sapessero cosa farsene, dei soldi.

Non so che tipo di persona fosse il nonno, ma ho il sospetto che fosse stato un gerarca nazista. Non lo dico perché Giorgio di cognome fa Schiendieldorz; non lo dico perché ho visto delle foto del nonno, e in queste foto il nonno indossa sempre una divisa nera; non lo dico perché calzava stivali neri e lucidi con i pantaloni infilati dentro; non lo dico perché il nonno questo abbigliamento lo portava sempre, sia in città sia al mare, in inverno come in estate; lo dico perché c’era qualcosa nello sguardo di quell’uomo che mi faceva – e mi fa tuttora, se ci penso – paura.

Quest’uomo di ottant’anni in divisa nera si avvicina al barbone, guarda i cani, guarda il barbone, e dice: «Se hai tanta fame, perché non te li mangi?» e con l’indice disegna nell’aria un cerchio che racchiude i sei cagnolini.

Il barbone si scuote, si mette a quattro zampe e guarda negli occhi il nonno di Giorgio. Inizia a ridere, ma la sua è una risata sfinita, come se stesse raccogliendo le ultime forze per replicare alla provocazione del nonno. Potrebbe ridere fino a morirne, poi si interrompe per dire: «È un’idea», e afferra uno dei cuccioli. Lo afferra con due dita, il pollice e l’indice. Lo aggancia all’altezza delle zampe anteriori e lo solleva. Il cagnolino agita la coda e muove le zampette lentamente, come se cercasse di camminare su invisibili gradini a misura di cucciolo. L’uomo porta l’animale davanti al volto. Il cagnolino gli lecca il naso tuberoso.
Poi il barbone lo fa.

Allarga la bocca e ci infila dentro il cane, dalla testa. Il cagnolino entra senza protestare, anzi, Giorgio ha l’impressione che stia entrando di sua volontà, lo vede fare leva sul labbro inferiore con le zampette posteriori, mentre l’uomo lo spinge dentro premendogli l’indice – indossa un paio di luridi guanti neri di lana – sul sederino.

Il cagnolino entra tutto nella bocca del barbone, il quale, dopo aver lanciato un’occhiata al nonno di Giorgio, inghiotte. Giorgio non sa come reagire. Osserva il nonno, come se volesse trarne ispirazione, ma il nonno è impietrito, rigido, il collo tirato in avanti, i nervi tesi, quasi stesse contribuendo anche lui alla deglutizione del cagnolino.

Il barbone si siede per terra, chiude gli occhi e con un lembo della giacca si pulisce educatamente la bocca. Il collo si è ingrossato, è diventato un blocco unico con la testa; le vene della gola pulsano, la pelle è rossa, ogni tanto si avverte lo sgambettio del cane che cerca disperatamente di non scendere nell’esofago. Poi il barbone strabuzza gli occhi. Le pupille sono circondate da una corona di capillari rossi. Il viso ha assunto un colore violaceo. L’uomo porta una mano alla gola e l’altra in direzione del nonno: sta chiedendo aiuto. La mano vibra nell’aria, davanti alla faccia del nonno. Il nonno arretra. C’è un che di teatrale nella scena, è troppo dichiarato il fatto che l’uomo stia soffocando, come se mimasse il verbo «soffocare».

Poi il barbone apre la bocca e dice: «Crrrrrrrrr…»
«Nonno» dice Giorgio, «sta soffocando.»
«Gli sta bene» replica il nonno, «lascia che muoia, questo figlio di puttana. Andiamo.»
«No, nonno, aspetta, aiutiamolo.»
Ma Giorgio non fa in tempo ad aiutarlo, non perché il nonno glielo impedisca, ma perché l’uomo deglutisce. Sì, allunga il collo fino al limite delle sue possibilità, solleva il mento e socchiude gli occhi, il tutto con aria ispirata, quasi si preparasse a fare un numero da prestigiatore.

Poi si vede la massa del cagnolino scendere nell’esofago: i movimenti delle zampette sono ben visibili e sollevano piccole protuberanze, sembra che il cagnolino stia camminando.
Giorgio sente che la cosa non finirà lì, che la vera sorpresa deve ancora arrivare. Il nonno non è della stessa idea, e fa per andarsene.
Giorgio lo trattiene, e si rende conto che altre persone si sono fermate.
Giorgio ha ragione. Sta per succedere qualcosa di incredibile.
Qualcosa in grado di stupire ancora di più di quello che hanno appena visto: un uomo che ha ingoiato un cucciolo di labrador vivo.
Ecco che il barbone riapre gli occhi, guarda il nonno e sorride. La bocca è una specie di scacchiera scombinata, tra denti marci o mancanti del tutto. Poi l’uomo si sfila i guanti.
Con una mano afferra il medio dell’altra e tira. Prima un guanto poi l’altro.

Alle spalle di Giorgio qualcuno dice: «Ha le mani da pianista».
Sì, il barbone ha mani bellissime.
Quel che stupisce è che sono pulite, curate, lisce. Sono rosa, in contrasto con il marrone sporco del viso. Sembrano appartenere a un’altra persona nascosta sotto i molteplici strati di vestiti.
La mano destra fa una V con indice e medio. Il barbone la infila in bocca, per intero, fino al polso. Che cosa vuole fare? Vuole vomitare?

L’uomo è scosso da un paio di conati, poi toglie la mano dalla bocca e la mette accanto all’altra a coppa, all’altezza del petto. Il collo si gonfia, le guance si riempiono, l’uomo apre la bocca, ed ecco che ricompare il cucciolo, dalla testa. È questa la cosa che più colpisce Giorgio. Si aspettava che il cane uscisse con il sedere, facendo un percorso inverso al precedente, come se fosse risucchiato in su, o come in un film fatto andare all’indietro.
Invece no, il cagnolino esce di testa, come in un parto.
L’uomo non ha emesso alcun suono mentre rigettava l’animale, neanche un cuofff, come sarebbe stato lecito aspettarsi.
Il cagnolino va a depositarsi sulle mani disposte a coppa. Ha il pelo lucido di saliva. Sta bene, come se fosse abituato a questi viaggi.

Il fatto è, pensa Giorgio, che da qualche parte il cagnolino deve essersi girato.








pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 15 settembre 2010