Per Marika

Sergio Nelli



Ho disposto una striscia e l’ho tirata. Era un omaggio a Marika che invece non è potuta venire perché il fidanzato ufficiale aveva cambiato programma. Le ho detto che di me si può scordare, che non la voglio più vedere. Ho chiuso il telefonino senza darle il tempo di ammorbidire. Avevo prenotato in un ristorante di lusso e ritirato 500 euro al bancomat. Mi ero strusciato le gengive con il dito imbiancato, spazzando i resti, e le sentivo fredde come anche il diaframma. Tirare mi spaventa sempre un po’. L’alterazione dell’incazzatura m’ha dato un senso di vertigine e poi nausea, conati a vuoto che ho diretto verso il lavandino, pulito e lucidato per Marika. Ho fatto pipì seduto sul cesso, con un grande senso di vuoto, una vuotezza che mi poteva allagare. Dovevo trovare qualcuno perché non riuscivo proprio a reggere la solitudine. Non volevo rinunciare all’uscita e alla fine, dopo alcuni tentativi, son riuscito a portare al ristorante Alessio, che viene chiamato Paco. E’ arrivato sul posto prima di me perché ha un navigatore satellitare. Mi ha chiesto come andava ma non avevo voglia di aggiungere altro rispetto a quel che avevo detto al telefono. Invece, di fronte ai crostacei crudi, che accompagnavamo con un Sauvignon, gli ho raccontato per filo e per segno la trama del film Il mare dentro con Javier Bardem totalmente paralizzato che vuole e non può morire. Lui che plana sulla campagna fino al mare in un sogno a occhi aperti, mentre c’è Pavarotti (penso sia lui) che canta "Vincerò", e tutte le persone che gli stanno accanto, cioè il figlio del fratello, la moglie del fratello, l’operaia che non piace agli uomini e infine la bella avvocatessa ammalata che lo assiste nella richiesta di eutanasia. Mentre parlavo, lo chiamavo per soprannome e gli toccavo ritmicamente un braccio. Il pubblico del locale era ben vestito, tra i venti e i cinquanta, le donne mediamente più giovani dei maschi. Riuscivo a tenere un po’ a distanza la delusione, o almeno non avevo le labbra tirate ai lati e il muso da cane che percepisco foderato sulla mia faccia in questi stati dolorosi. Il Sauvignon mi arrivava in bocca come un’ondata stupenda di pipì di gatto e di peperone. In fondo ci piacciono anche le cose che in natura non ci piacciono e cerchiamo gli odori e i sapori un po’ addomesticati, chessò, della spazzatura, dell’urina, dei piedi sudati, dell’assa fedita, del pesce passito, della muffa. Alessio mi ha parlato della sua tesi di Giurisprudenza, sui problemi dell’amministrazione condominiale, per la quale, con parecchi anni di ritardo, è in dirittura d’arrivo, ma che almeno gli garantirà uno spazio nelle zuffe fra inquilini. E’ difficile vederlo ora in questa veste, con la sua faccia pallida, i capelli nerissimi, gli occhi lunghi. Prima di finire la cena abbiamo evocato la comune oscura avventura che ci mise di fronte a due sorelle pazze. Gli ho detto che aveva un bell’orologio. Alle 23 aveva un appuntamento amoroso e mi ha lasciato dandomi una pacca sulla spalla per consolarmi dei problemi che gli avevo risparmiato a cena. In realtà, pensavo che con le sue prospettive lavorative quello da consolare fosse lui. Ho fatto un giro con la macchina per vedere almeno una donna abbordabile, una puttana. Ne ho vista una bionda in minigonna, seno abbondante, gambe bianche, poi un’altra tutta esile, e giovanissima, mettendomi dietro una vettura che aveva uno stop cieco, consapevole già che in quel piccolo orizzonte tenebroso non ci fosse altro posto che per la comparsa riparatoria di Marika. Ho fatto macchina indietro fermandomi per un secondo caffè. La barista notturna chiedeva di un regalo da fare all’amica a uno che la guardava fisso con le braccia poggiate sul bancone. Di regali da fare a una ragazza ce ne sono a bizzeffe, ha detto lui: un braccialetto, un profumo, una confezione di bagnoschiuma e crema per il corpo, una maglia...bisogna vedere quanto hai intenzione di spendere e che genere di ragazza è lei. L’uomo, sulla trentina, aveva gli occhi stanchi ma seguiva i movimenti della donna con la testa tra le mani, come se direzionasse una mitragliatrice. Sì, il fatto è che non vorrei farle un regalo scontato e penso di spendere sui 50 euro. Quando la barista ha fornito questa informazione, fuori, nella strada buia, faceva il suo lavoro di lavaggio marciapiedi il camioncino della nettezza con le spazzole di ferro. Dimmi come si fa a diventare ricchi, a alzare almeno un po’ di soldi, ha detto lei. Ma voi donne non ne sapete una più del diavolo? ha replicato l’uomo con una faccia che si stava sfigurando in una risata sforzata. Sentivo molti rumori, troppi. Ho pensato che questi corpi metallici e vetrosi, cioè le macchine, dovessero fischiare e che un qualche ramo d’albero del viale stesse sbattendo ritmicamente su una finestra. Ho fatto qualche passo zoppicando, accompagnato dal traffico intenso del venerdì. Di nuovo alla guida stavo in guardia. Le risate finte mi danno parecchia noia. Inoltre, ci sono momenti in cui sento l’esistenza di un qualcosa che può uscire fuori all’improvviso da dietro il muro grigio-nero che almeno abbiamo tutti intravisto, un ulteriore male, informe e indefinito, un male d’incubo, uno spauracchio a cui mai ho avuto l’ intenzione di dare un profilo. Questa minaccia tuttavia ronzava intorno a me e quando non riuscivo nell’identificazione di un qualche suono mi arrivava una piccola sofferenza mentale, neuronale, cranica, come una pulsazione del cervello che mi capita di sentire anche quando non riesco a ricordare qualcosa. Allora mi è venuta paura per la mia salute mentale, sono tornato in fretta a casa, mi sono messo in pigiama (solo la giacca) e ho visto su Sky la fine di un programma sul cibo con tacos, bottiglie di tequila e guacamole.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 13 settembre 2010