La prima pietra

Leonardo Guzzo



"Tranquillo?". "Tranquillo". Due uomini si stringono la mano con uno sguardo d’intesa. Sono sempre meno diversi. Uno non ha più la coppola, la lupara, le mani callose da contadino. Parla attingendo sempre meno alle pandette della saggezza popolare e sempre più ai manuali di teoria economica e agli arzigogoli della legislazione nazionale. L’altro ha la pelle sempre meno pallida e i capelli sempre meno bianchi e la schiena sempre meno appesantita dal peso dei principi. Sguscia come un pesce
tra i fiati di voce delle leggi e della Costituzione.
Hanno deciso un appalto, una nomina, magari un’ammazzatina. "Ina" come la traccia che lascia nelle loro coscienze, come l’indignazione che solleva tutto intorno. Nessuno vuole farci caso: è un regolamento di conti, dicono, un’operazione "di pulizia" contro chi ha violato un codice. Tutt’al più sospirano: brutta gente e brutta storia, ma sono affari loro. Nessuno se ne cura, nessuno si sente coinvolto, finché non tocca a lui.
Questo è l’approdo finale. Un regno in cui la sicurezza si tinge di paura e la libertà comincia dove finisce la prepotenza dei "don". Un tetro principato in cui il governo che appare non conta e ogni decisione passa attraverso un "secondo livello", occulto e criminoso, che insegue il tintinnio del business e considera il territorio e gli uomini che lo abitano "cosa propria". Così si presenta quando è finito. Ma la prima pietra è piccola. Un conato di barbarie, uno sbaffo sopra le righe, uno sconfinamento.
Il primo cittadino di Pollica, il sindaco-pescatore Angelo Vassallo, sta tornando a casa in macchina. Qualcuno lo affianca con una moto, forse un’altra vettura. Si ferma per parlare. Lo freddano con nove colpi di pistola, lasciandolo in una pozza di sangue all’amara scoperta del fratello. La prima pietra è poggiata, anche nel Cilento.
Che sia camorra quella vera, come sembra probabile, o qualcuno che ne ha barbaramente imitato i metodi, dopotutto non fa differenza. Sempre di malavita si tratta. Il paradiso è sporcato. Adesso non possiamo più dire: "Noi no". "Terra dei tristi, è vero; ma di mafie noi non ne sappiamo". Era già prima una magra consolazione: non penetra la criminalità come non filtrano idee, messaggi, suggestioni. Ora è diventata una beffa : la povertà, l’inazione, l’abbandono e la corruzione, è stato provato, aprono la via al crimine.
Forse, però, i nuovi conquistatori del Cilento hanno commesso un errore. Un omicidio efferato, in una terra che quasi non ne conosce, non passa inosservato. Nove spari, precisi precisi, fanno rumore. Forse l’hanno fatto per ferocia, per spavalderia, infischiandosene del clamore mediatico, per mandare un segnale di brutalità spietata e senza scrupoli. Forse l’hanno fatto anche per "saggiare la resistenza". Della gente e dei poteri forti, se ancora esistono, se sono ancora più forti della malavita.
E’ a loro, la gente e il fronte della legalità – la politica, la polizia, la magistratura – che spetta reagire. Con la consapevolezza che non sarà l’ultima mossa, che il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, che probabilmente si scatenerà una guerra. Ma tant’è.
La vita di un uomo vale meno della salvezza della sua terra, ma assai più dell’indifferenza, dell’acquiescenza, della connivenza, più del lerciume di certa politica e di certe coscienze. Vale più della "tranquillità" venduta alla forza spavalda delle mafie, della libertà sacrificata a una logica di accattonaggio, a una morale primitiva, da pezzenti. Vassallo lottava contro tutto questo e noi non lo sapevamo. E ci voleva la sua morte per farcelo scoprire. Cercava la strada del riscatto e gli sembrava così semplice, a patto di aprire gli occhi e guardarsi bene intorno.
La bellezza, che può ferire, che può incantare e paralizzare e ispirare alle più grandi cose; la bellezza è la nostra ancora. Lo hanno tolto di mezzo ma ha fatto in tempo a dircelo, coi fatti e gli sguardi, silenzi pieni di significato, da pescatore. Adesso che non c’è più resta il monito della sua vita e della sua morte, il solco tracciato dell’unico sentiero che ci guida al riscatto: scrollarci di dosso l’ozio (che diventa lassismo, apatia e poi schiavitù) e accogliere i rischi della modernizzazione; portare in superficie il fiume carsico di un’autentica, orgogliosa civiltà meridionale; arroccarci a difesa della nostra terra, delle nostre radici e farle rivivere, rifiorire. Lo dobbiamo ad Angelo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 10 settembre 2010