Il mondo sommerso

Tommaso Pincio



Sul principiare degli anni Sessanta un giovanissimo James G. Ballard si cimentò in una serie di romanzi d’umore catastrofico. Libri che immaginavano scenari di un futuro più o meno venturo nel quale il nostro pianeta veniva sottoposto a supplizi di origine naturale. Su tutti spiccava Il mondo sommerso, una rielaborazione nemmeno troppo velata di Cuore di tenebra, dove, precorrendo di parecchio gli odierni incubi da surriscaldamento globale, una Londra pressoché irriconoscibile e arroventata da un sole impazzito era invasa dalle acque. In questa laguna pestilenziale, tra iguane giganti e nugoli di insetti impazziti, gli uomini pativano una regressione ancestrale. Il paesaggio, così primordialmente trasformato, pareva metterli in contatto con memorie profonde e dimenticate, quasi che l’aumento della temperatura li ricacciasse a forza nei ricordi più remoti del nostro patrimonio genetico e psichico. Ballard inquadrava così le ragioni che perversamente ci attraggono verso gli eventi catastrofici: l’apocalisse è la via di accesso al nostro inconscio collettivo; una fulgida espressione delle nostre paure più radicate e irrisolte. Basta dunque l’approssimarsi del famigerato 2012 per spiegare la risorgenza del genere apocalittico cui stiamo oggi assistendo?

In un interessante saggio di qualche tempo fa, Disastri. Da Atlantide a Chernobyl, Francesco Santoianni notava come la portata catastrofica di un evento non risieda tanto nel suo potenziale distruttivo quanto nella nostra capacità di reazione. A tale riguardo proponeva un esempiosignificativo: l’epidemia di Morte Nera che flagellò l’Europa del Trecento. A dispetto del suo nome tenebroso, il ricordo del morbo sarebbe annegato nell’oblio se Boccaccio non ne avesse parlato nel Decamerone. Le sue ripercussioni furono infatti di relativa entità, in quanto le popolazioni europee seppero colmare il vuoto demografico nell’arco di una generazione. Per contro, due secoli più tardi, i nativi d’America furono praticamente sterminati dal morbillo che i conquistadores portarono con sé dal Vecchio mondo. Sulla carta, la letalità delle due malattie era pressoché identica; a trasformare il morbillo in un’apocalisse fu la scarsa abitudine degli amerindi a fronteggiare situazioni critiche. La loro agricoltura, centrata su mais e tuberi, li aveva messi al riparo dalle carestie, ma li aveva anche portati a sviluppare un società meno complessa e stratificata di quella europea e dunque più esposta a minacce impreviste.

Se la letteratura italiana va riscoprendo la narrazione di stampo apocalittico non è dunque perché una qualche immane catastrofe sia davvero imminente, ma perché ci sentiamo deboli, perché in modo più o meno inconscio avvertiamo che il tessuto sociale è smagliato e per questo meno preparato a misurarsi con le emergenze del presente. Per farsi un’idea degli umori correnti è sufficiente aprire la prima pagina dell’ultima e ispirata fatica di Antonio Moresco, Gli incendiati: «Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C’erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano le menzogne dell’amore. Andavano in giro inalberando i vessilli dei loro volti morti. Sbadigliavano esagerando, per strada, guardare dentro le loro bocche spalancate era come affacciarsi a una latrina piena di merda morta». Allusioni più o meno vaghe all’Italia presente pare di poterle scorgere, ma sfumano in un registro tutto volto a un tempo perduto. La parola «morte» ripetuta per ben tre volte nel giro di poche frasi e l’insistito ricorso all’imperfetto - vivevo, restava, perpetuavano... - induce a pensare che il peggio si sia già compiuto: il paese non è sull’orlo del baratro ma già bello che fottuto. Poche righe più avanti, la voce narrante si presenta come un uomo che ha deciso di essere «solo da solo», e sebbene il romanzo imbocchi poi una straripante deriva amorosa, narrando una precipitosa fuga da un albergo in fiamme e un visionario incontro con uno straordinario tipo di femme fatale dai denti d’oro, permane nel lettore il sapore iniziale. Un mondo che scolora in una devastazione già accaduta; un viandante solitario che vaga tra le rovine della storia, pronto a diventare leggenda. L’ascissa e l’ordinata del genere apocalittico, insomma.

Altro esempio possibile è il recentissimo Bambini bonsai di Paolo Zanotti. A far da protagonisti non più uomini d’età avanzata, ma bambini. Una pioggia scrosciante è sul punto di spazzar via «mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida», mesi che hanno costretto i bambini a vivere tappati in casa, lontano dal mondo e dal cielo rovente. Con l’arrivo del diluvio lo scenario si ribalta: gli adulti, impauriti, si ritirano «in una stanza buia come animali spaventati dallafiaccola», lasciando ai bambini la possibilità di scorrazzare indisturbati e governare con regole nuove le città abbandonate. Anche qui lo scenario surreale, vagamente ballardiano, non è che la premessa metaforica per introdurci ad altro: il dolore sfuggente e universale dell’infanzia che persiste nella memoria come una cicatrice, bella e deturpante al contempo. Nemmeno in questo caso, però, passa in secondo piano la scelta di un racconto affrancato dalla realtà immediata, dove la Genova a noi più prossima e nota viene stravolta in un’inedita città sul limitare della fantascienza.

E ancora: un romanzo di cui si è molto parlato, L’uomo verticale di Davide Longo, ci propone un cinquantenne il cui corpo reca i segni di una vita dedita «ai libri, alla speculazione ideale e al dialogo» ovvero quanto di meno utile al mondo che si delinea sotto i suoi occhi: un paese annegato nelle barbarie, dove scarseggia tutto a parte la violenza. Forze dell’ordine incapaci di garantire sicurezza, radio e televisione mute, banche svuotate. Longo non fornisce indicazioni precise circa il luogo e il momento dell’apocalisse. I nomi dei personaggi e i ripetuti accenni a un esodo in massa verso la Francia e a un’invasione da parte di fantomatici «Esterni» lasciano però intendere che è delle paure del nostro paese di adesso che si sta raccontando. Nondimeno, il romanzo abita una dimensione sospesa. I nomi dei luoghi vengono obliterati da una serie di asterischi. Dettagli di varia natura non chiariscono se l’azione si svolga in un passato alternativo o in un futuro dove ciò che oggi conosciamo non esiste più o forse non è mai esistito. Gli scenari indeterminati rientrano per tradizione nel repertorio del genere, e il perché è ovvio: se storia e geografia sopravvivono, il disastro non è apocalittico. Ma se è vero che la fine del mondo non è la migliore condizione possibile per la conservazione della memoria, il modo in cui questi romanzi mischiano le carte del tempo e stravolgono il paesaggio evoca un problema tutto italiano: la difficoltà di scendere a patti con il passato ogni qualvolta è in gioco il futuro. La vera apocalisse non va dunque cercata in un immane incendio né in un diluvio né in una nuova invasione barbarica, bensì nella nostra atavica debolezza, la cronica incapacità di considerare la Storia come un luogo da preservare e nel quale tutti dovrebbero potersi riconoscere. È certamente un problema ben noto e di vecchia data, ma il fatto che riemerga in molti romanzi d’oggi nei termini di un sogno ballardiano indica che la mancanza di una Storia condivisa stascavando crepe profonde nel nostro inconscio collettivo.

Recentissima è inoltre l’uscita di un romanzo solo in parte di segno opposto, Le rondini di Montecassino. Cuore del libro: un’abbazia arroccata nel centro della Penisola. Il monastero che sul finire della seconda guerra mondiale divenne teatro di una lunga e cruenta battaglia costata la vita a trentamila persone provenienti dai luoghi più disparati del pianeta, dal Texas al Nepal, dalla Polonia alla Nuova Zelanda dei Maori. Questo convegno di sangue fece di Montecassino un’anticipata e bellica versione del villaggio globale. Helena Janeczeck ne ricostruire la storia e l’eredità ordendo un impressionante tessitura dove figli e padri, vivi e morti, presente e passato si stringono in un corale e toccante abbraccio dal quale gli italiani sono per molti versi esclusi. Il nostro paese vi compare infatti perlopiù come fondale, come mero campo di battaglia. L’abbazia spunta inespugnabile dalla roccia alla maniera di una fortezza, mentre tutt’intorno si distende un’Italia che agli occhi dei soldati stranieri appare «stretta e soprattutto scura». Scura nei volti della gente, scura negli abiti laceri, nei campi anneriti, nelle case basse e grigie, scura nel freddo di un inverno e di una guerra che parevano non dover mai finire. Quel tempo buio è fortunatamente passato, ma qualcosa dell’oscuro persiste nel modo in cui ce lo siamo lasciato alle spalle. Una tenebra del rimosso e della perenne mistificazione che è frutto della relazione disinvolta che noi italiani siamo soliti intrattenere con la Storia, disinvolta perché troppo spesso volta a fare del passato la discarica del tempo presente. In parte è la nostra forza, la molla che si spinge a reinventarci costantemente in nuovi rinascimenti e risorgimenti, ma è anche la nostra debolezza più triste e pericolosa, il nostro morbillo. «A nostri padri non possiamo domandare più niente. Possiamo ricordare solo le loro vite e le loro verità anche quando (...) si ricoprono della pietà mai abbastanza grande, mai abbastanza impermeabile della menzogna». Si chiude così Le rondini di Montecassino, l’alternativa all’apocalisse.

(Ringrazio Tommaso Pincio per averci imprestato questo pezzo, tratto dal suo blog tommasopincio.splinder.com).

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pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 9 settembre 2010