Ballo sull’Erba

andrea amerio



L’estate 2010 ha portato via con sé due poeti storici del novecento italiano, legati entrambi al capoluogo lombardo.
Il primo è Guido Ballo, nato ad Adrano (Catania) il 12 aprile 1914 e scomparso il 26 luglio. Al liceo di Messina ebbe come professore di italiano il poeta Giovanni Antonio di Giacomo (in arte Vann’Antò) e dal 1939 si trasferì a Milano, dove visse per molti insegnando all’Accademia di Brera.
Il secondo è Luciano Erba, nato a Milano il 18 settembre 1922 e mancato la sera del 4 agosto. Traduttore, saggista d’eccezione, esperto del primo Seicento, della poesia simbolista e della poesia del primo novecento, insegnò Letteratura Francese all’Università Cattolica. Curatore, insieme a Piero Chiara, della famosa antologia Quarta generazione (Magenta, Varese 1954), fu antologizzato nell’altrettanto celebre La linea Lombarda (Magenta, Varese 1952). Viveva in via Giason dal Maino.
Due poeti lontani, profondamente diversi, quasi divergenti. L’uno un poeta-critico legato ad una scrittura "informale" di matrice avanguardistica, l’altro, esponente eccentrico, dandy e crepuscolare, di quella linea lombarda tracciata da Luciano Anceschi nell’omonima antologia. Due poeti dunque uniti esclusivamente dall’indifferente cronologia dell’almanacco, ma forse anche dall’irregolarità, dall’inattualità, dal desiderio di non essere imbalsamati nella storia in una postura sgraziata, posticcia. E ancora, forse, dalla volontà di vivere appartati, ai bordi di questo Paese, appena fuori dal chiasso dell’ora presente. Allergici entrambi alle canonizzazioni della storia, poco inclini a fornire materiali di discorso a foraggiare le vanità della storia letteraria, amarono invece l’arte e gli artisti a loro vicini; il primo, celebre più come critico che come poeta, per aver conferito consistenza teorica all’arte di Fontana (Lucio Fontana, idee per un ritratto, 1970) e per aver saputo esercitare il suo acuminato Occhio Critico (questo il titolo del suo saggio più famoso, del 1966) su Manzoni, Scanavino, Baj, Castellani, Cascella, Giò e Arnaldo Pomodoro, Cavaliere, Dorazio, Consagra,Tadini, Crippa, Somaini, Pozzati, Valentini, Aricò, Freiles etc; il secondo come sodale dello scultore Enzo Nenci, dell’incisore Luigi Casaroli etc…
Ma è forse inutile proseguire con queste "vite parallele" contraddistinte da una – tautologica – impossibilità d’incontro; tuttavia prima di passare ai testi vorrei ricordare la fortuna che ho avuto nel conoscere Luciano Erba e la sua preziosa compagna nel 2007, in occasione dei seminari residenziali finanziati dalla fondazione Carlo Palmisiano e organizzati da Gian Luigi Beccaria e da Giovanna Ioli a Valenza. In quei giorni passati insieme, Luciano Erba amava parlare della sua giovinezza e della creazione di un’identità poetica; per esempio del catechismo cui la madre l’aveva mandato per evitare che si perdesse nel grigiore scintillante della Milano entre deux guerres; ma i suoi ricordi si spingevano anche più avanti negli anni e allora si racconta giovane ventenne in tempo di guerra, in spalla ad un amico, all’imbocco dell’attuale via Washington a Milano, allora dedicata a Bruno Mussolini, un figlio del duce morto in un incidente aereo nel 1941. "Via Bruno Mussolini" recitava allora la targa sul muro. E, sotto, il giovane Luciano, sollevato sulle spalle dell’amico chiosa a vernice: "Adesso via anche il padre". Talento puro di un impolitico nato che aveva fatto suo il motto «perplexus vixi, incertior moriar».

Guido Ballo

Questa nebbia

Questa nebbia che
nel tardo autunno si al-
za a poco a poco dalla terra e avvol-
ge le case i giardini le vie i grattacieli
le guglie di Milano nebh snèudh: co-
prire nìul e rende opache le luci del-
la sera (i globi sospesi come dorate ap-
parizioni quasi lì per svanire) in sostan-
za ancora l’antica madre nèbulanèb’la
nebbiàa: nebbioso che non fa distinzioni
nèul nèbul abbraccia tutti i
figli li
ricopre morbido grembo nel viaggio verso

l’ignoto.

Lavorare

Forse per il clima che raramente invita all’ab-
bandono così della mente dei sensi (gli in-
tervalli festivi chiamano ai monti al mare al-
la campagna ai laghi dove non sta mai fermo) o
per antico rigore
longobardo per costume nord-
europeo il lombardo non può starsene in ozio
lavoràa lavorànt lavorèri: laboratorio- of-
ficina lavoradòr a ore pre-stabilite fis-
se negozio fabbrica ufficio su ndemm co-
struire organizzarsi agire (el danèe è soltanto
conseguenza: in una società veramente civile
non si discute il compenso) lavorà lavorare lavyr:
lavoro per il lombardo come respirare sen-
tirsi vivi con uno scopo chiaro in
questo esistere-scontro.

Perfetto

Portare a compimento perfìcere perfèctum la
perfezione idea della fine
factum perfetto
curva che chiude nel di-
venire continuo chiudersi-aprire
verso l’interno la perfezione-morte
per-factum.

Luciano Erba

Autoritratto

Uomo vecchio in città
disperso su tronchi secondari di ferrovia
o con un piatto di lesso
davanti a tetti umidi di pioggia.

Tutto qui il tuo qui e ora?
Interroghi l’alfabeto delle cose
ma al tuo non capire niente di ogni sera
sai la risposta di un mazzo di rose?

Rimani quello che andava per ciliege
e a mani vuote
strappava al tronco nastri di corteccia.

Resti un ladro di polli
con gli occhi oggi ancora sprovveduti
di quando in ritardo andavi a scuola.

Altro risveglio

Per prima cosa al mattino
vedere se la pendola ha tenuto il tempo
se ha fatto presa la colla sul vecchio libro
se è sbocciato un tal fiore:
controlli soddisfacenti
per avviare le ore.

Senza bussola

Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato
secondo Malthus neppure essere nato
secondo Lombroso finirò comunque male
e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois
scappare dunque, scappare
in avanti in dietro di fianco
(così nel quaranta quando tutti) ma
permangono personali perplessità
sono a est della mia ferita
o a sud della mia morte?

Navigli di Milano
(una traduzione da André Frénaud)

a Elio e Ginetta

Giorni come domeniche fuori porta
dove il vecchio quartiere
emerge sulle sue acque
gentili giorni di quiete
isola senza città

Naviglio grande di lenta corrente
tra pietre come lastre tombali
trascorri torbido di fango
ma tra le chiese splendi di bitume

Naviglio dolce di dolcissima acqua
ignorata dal tempo e dagli edili
custode a superstiti navigazioni
di zattere di sabbia e di pietrame

Lo schiocco del bucato
riempie l’argine breve
al gesto antico delle lavandaie
l’aria è pallida a un brivido di panni
nell’acqua sudicia sguazzano i monelli
come giovani iddii

La trattoria alla buona in mezzo agli orti
col pergolato e il gioco delle bocce
la tavola massiccia, il vino rosso
nei bicchieri di vetro spesso un dito
le verdi persiane sopra l’andito
gli oleandri, quel gioco d’ombre e luci
sullo stretto balcone ove s’impiglia
l’ultimo sole giallo della sera

Ticinese ... cinese ma i cinesi
oggi sono impiegati negli uffici
Distruggeranno tutto, Ettore Mezzo,
(il neon ha già partita vinta)
correranno rombanti i torpedoni
sull’autostrada, la dove fu un tempo
una pigra corrente d’acque dolci
per la semplice festa tra le case
della piccola gente che lavora.

settembre 1956

***

«A un rien de préciosité prés, cette lettre d’un lointain hier pourrait avoir été écrite un proche aujourd’hui», commenta il Mauriac. Già, ma proprio quel rien de préciosité – diciamo la parte della letteratura – che fa significante il testo! tolto quel rien, che a nostro parere è tutto, sono le tenebre di un universo anteriore, i materiali grezzi, non scritti, inesistenti a parte subiecti: è questa l’alittérature? Una più approfondita discussione del punto di vista del Mauriac ci porterebbe lontano, fuor dal tracciato che seguiamo: e ne vale la pena visto che l’aletteratura, ossia la letteratura liberata dal letterario, ha già avuto il suo breve momento di fortuna e figura ormai al museo delle trovate?

Fonti

Guido Ballo, Il muro ha un suono. Poesie 1940-1990, a cura di Vanni Scheiwiller e Arnaldo Pomodoro, All’Insegna del Pesce d’oro, Milano 1994, pp. 419, 478, 583.

Luciano Erba, Il tramviere metafisico, Libri Scheiwiller, Milano 1987, p. 31, 63-64; Variar del verde, Libri Scheiwiller, Milano 1993, pp. 13, 15. Desiderando ricordare anche l’Erba saggista, teorico, raffinato esegeta e traduttore di Cyrano de Bergerac – e dei suoi commentatori (curò le Lettres di Cyrano per la "collana critica" diretta da Alfredo Schaffini, Scheiwiller, Milano 1965) – s’è scelto un piccolo brano, una battuta, a commento del libro di Claude Mauriac De la lettérature a l’alittérature, Grasset, Parigi 1969. Da Luciano Erba, Magia e Invenzione. Studi su Cyrano de Bergerac e sul primo Seicento francese (1967); nuova ed. Vita e Pensiero, Milano 2000, p. 163 (il volume contiene inoltre un’utile Bibliografia sommaria di Luciano Erba 1948-1999).

6-8 settembre 2010








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 9 settembre 2010