Postille a cranio scoperchiato

Antonio Moresco



Aggiungo poche cose a quanto ho già scritto. Perché, anche dalle prime risposte avute, dai commenti in rete e attraverso altri canali, viene fuori spesso un’idea angusta della letteratura, degli scrittori e, più in generale, della vita e del mondo. Alcuni sembrano dire: “Non mi interessano le cose che dici, non ci voglio neanche pensare, la mia mente si rifiuta persino di registrarle. Io sono qui e voglio stare solo qui, in questo piccolo segmento con le sue piccole e prevedibili dinamiche reattive, e da qui non mi muovo.” Ognuno è libero, naturalmente, di fare della propria vita quello che vuole. Lo sono anch’io.
E poi so bene che fra un mese ci sarà un’altra pietra dello scandalo, e fra tre mesi un’altra, e fra un anno un’altra ancora e che -anche se cambieranno nel frattempo i giocatori- il gioco sarà sempre lo stesso, e l’orizzonte sarà sempre e solo lo stesso, per chi vuole starci dentro, e che anche questa è in fondo, a suo modo, una consolazione. “Non bisogna defraudare nessuno, neppure il mondo, delle sue vittorie” dice pressappoco Kafka, da qualche parte.
Per cui aggiungo a quanto già detto queste ultime cose e poi basta, perché non mi interessa passare la mia vita in questo piccolo moto perpetuo. Se qualcuno, anche tra gli scrittori, capisce quello che sto cercando di dire e si rende conto di quale sia la posta -anche umana, di avventura e di conoscenza, non solo artistica ma anche spirituale e prefigurativa- che gli è legata, bene. Se no pazienza.

La correttezza etica

“L’autore ha il dovere di vagliare la correttezza etica della sua editrice (e del Gruppo al quale essa fa capo) e si deve chiedere a quali investimenti contribuisce con il profitto generato dalla vendita delle sue opere” scrive Vito Mancuso nel suo ultimo articolo.
Ma è veramente possibile vagliare in modo esaustivo questa correttezza? E c’è un unico modo per farlo, un unico indice di “correttezza etica”, quello, in questo caso, di natura fiscale e politico-fiscale? E il resto? I cosiddetti contenuti, le posizioni, il contagio delle idee che si sprigionano a volte dalle opere pubblicate non rientrano nel campo dell’etica e non contano nulla? Se io -metti caso- decidessi di andarmene da Mondadori e di pubblicare con un editore additato tra quelli “virtuosi”, come Rizzoli, ad esempio, come farei, veramente, a vagliare la “correttezza etica” di quest’altro gruppo editoriale? Siamo proprio sicuri che, anche in questo caso, a prenderne in esame gli assetti proprietari, gli investimenti, la composizione dei consigli di amministrazione e la biografia dei suoi componenti non avremmo delle sorprese?
E soprattutto: nel vagliare e scegliere in base alla “correttezza etica” e agli “investimenti cui potrei contribuire” non dovrei tenere in nessun conto il fatto che questo editore ha pubblicato, ripubblicato, promosso e ripromosso con ogni mezzo (anche tramite il quotidiano nazionale del gruppo) e tratto grandi profitti dai libelli razzisti e xenofobi della Fallaci, che tanto hanno contribuito ad aumentare il tasso di cattiveria nel nostro paese, in questi anni? Questo non conta niente? Non rientra nella sfera dell’etica e della politica? E, per questa ragione, dovrei considerare ipso facto come moralmente riprovevoli gli scrittori che pubblicano con le case editrici del gruppo e i giornalisti che scrivono sui suoi giornali?
Se relativizzo e scontorno l’etica posso operare le semplificazioni che voglio, mentre se mi ci attenessi con coerenza assoluta paralizzerei ogni possibilità di azione e ogni gesto di comunicazione e condivisione.
Così è più semplice dire: pubblicare con l’editore di Saviano è immorale, pubblicare con quello della Fallaci è morale. Basta non pubblicare col gruppo Mondadori per trovarci automaticamente nel regno dei giusti.

Io non sono Travaglio

Non lo dico per disistima nei confronti di questa persona. Riconosco anzi l’utilità e l’importanza del suo indefesso lavoro di controinformazione. Ma il mio lavoro, quello di uno scrittore, non si esaurisce o non dovrebbe esaurirsi dentro questo confine e questa duplicazione reattiva della realtà, o meglio di una sua piccola parte. Il mio perlomeno no, in ogni caso, costi quello che costi. Non per sottrarre qualcosa al mondo e alle sue contingenze (nelle quali anch’io sono immerso) ma, al contrario, per aggiungere. Non perché mi sento superiore e lontano dal mondo ma, al contrario, perché mi sento vicino al mondo e non a una sola delle sue manifestazioni.

Non sono obbligato a ficcare Berlusconi nei miei romanzi

Altra cosa da dire: oggi sembrerebbe che a dare dignità etica al lavoro di uno scrittore sia solo il fatto di ficcare o meno Berlusconi dentro i suoi libri. A me è capitato spesso di dover parlare anche di Berlusconi, in alcuni dei miei libri e in molti miei scritti su rivista o in rete, e ne ho parlato in modo tale da non dare adito a dubbi su ciò che ne penso. Però non compare Berlusconi nei miei libri narrativi e di invenzione e nei miei romanzi. E allora? E’ forse un obbligo? Un indispensabile valore aggiunto? Compare forse la Prima Guerra Mondiale nel “Processo”, o Abramo Lincoln in “Moby Dick”, o Carlo Alberto o Giuseppe Mazzini nello “Zibaldone”, o Alessandro II nei “Fratelli Karamazov”, o la politica coloniale inglese in “Gita al faro”, o il nome di Mussolini nella “Cognizione del dolore”…? Questo rende forse questi libri meno completi e meno veritieri, radicali, profondi, meno “impegnati” e implicati nella polpa della nostra vita e del mondo?
E anch’io dovrei vivere come un limite o addirittura una colpa il fatto che in “Clandestinità”, scritto alla fine degli anni Settanta e all’inizio di quelli Ottanta, non sia presente il Pentapartito, che ne “Gli esordi” non siano nominati Spadolini, Craxi, Goria, Andreotti, che in “Canti del caos” non facciano capolino Giuliano Amato, Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema e Berlusconi, cioè i capi dei governi che si sono avvicendati durante gli anni in cui ho scritto questo lungo romanzo? E anche nell’ultimo, vasto romanzo che mi resta ancora da scrivere, che completerà l’opera iniziata con “Gli esordi” e proseguita con “Canti del caos”, temo proprio che non ci sarà posto per Silvio Berlusconi…

Scrittori del dissenso e samizdat

Persino nei regimi totalitari dispiegati gli scrittori e i poeti hanno cercato, attraverso i canali esistenti, finché è stato possibile, di arrivare agli altri con i loro libri e le loro opere teatrali. Non si sono castrati da soli. Quando non è stato loro più possibile, quando sono state chiuse loro le porte delle case editrici e dei teatri, e sono stati ridotti al silenzio o mandati a morire nei gulag, hanno continuato a scrivere clandestinamente i loro libri trasformandoli in samizdat. Che è esattamente quello che, nel mio piccolo, farò anch’io, se si arriverà a tanto.

Celebrare all’incontrario il potere

Ora sembra che ogni cosa che riesce a passare tra le fessure del dominio di turno sia per ciò stessa contaminata. E’ come se avvenisse all’improvviso un vero e proprio cambio di natura, una transustanziazione in negativo. Prima era una cosa buona e poi, all’improvviso, diventa una cosa cattiva. Perché ci sono in giro molti che -magari senza neanche rendersene conto- credono solo nel potere, non credono in ciò che può avvenire talvolta attraverso quella cosa che è stata insiemisticamente chiamata “letteratura”, in una dimensione verticale che non coincide necessariamente con quella in cui di solito viviamo o crediamo di vivere. Se ci credessero davvero, rimarrebbero attaccati al suo midollo, capirebbero quanto sia forte, che trasmissione può talvolta avvenire attraverso di essa, sarebbero in grado di sentirla come qualcosa di maledettamente importante, un’irradiazione più grande del contenitore che sembra racchiuderla. Sarebbero capaci di trasmetterla, di salvarla. Continuamente, ogni giorno, fino alla fine del mondo.
Invece è da un secolo e più che siamo subissati da luoghi comuni, schematismi, unilateralizzazioni e teorie che, in un modo o nell’altro, celebrano la sola potenza del potere e della sua contingenza, un’idolatria della contingenza per cui ogni cosa può essere solo espressione di questa piccola, incombente e nullificante presenza: economica, politica, culturale, sociale. Niente sembra poter fuoriuscire. Nella vita non c’è nient’altro. Le donne e gli uomini della nostra specie non sono fatti di nient’altro. Non esiste il bios, non esistono altre dimensioni, non esiste lo spazio, le materie e le energie visibili e quelle oscure, non esistono imprevisti, scarti, invenzioni, precognizioni, visioni, prefigurazioni, passaggi. Una visione misera della nostra collocazione nella vita su questo pianeta e all’interno dell’universo, che non riesce ad andare al di là delle barriere, anche mentali, dei nostri formicai. Ma se “L’Iliade” o “Amleto” o “Don Chisciotte” sono e possono essere soltanto espressione della contingenza economica e politica della Grecia micenea o dell’Inghilterra elisabettiana o della Spagna imperiale del Seicento come mai, anche se quel contesto non esiste più da molto tempo, continuano ancora a parlarci e a prefigurarci?
Sembra che ogni cosa venga pietrificata all’istante, se toccata o anche solo sfiorata da una potenza o un dominio contingenti, come se non avesse un’altra potenza o un altro dominio dentro di sé. Perché, da un certo punto in poi, nell’ipertrofico mondo della cultura come in ogni altro campo, gli uomini hanno smesso di sentire dentro di sé questa potenza e non sono stati più in grado di collegarsi a essa? Forse perché loro stessi non ce l’hanno, non la sentono più dentro di sé, e quindi sono incapaci di riconoscimento e fusione. Ma questo vuol dire attribuire a questo potere e a questo dominio un’onnipotenza che non ha, se non gli viene data.
E’ da molto tempo che vado ripetendo queste cose e che sto combattendo questa battaglia. Le forze che abbiamo di fronte sembrano immani, proprio perché hanno fagocitato anche altre forze che, magari credendo di opporsi alle prime, in realtà le celebrano e ne aumentano l’onnipotenza.
La solitudine è grande.

Il cielo stellato

Così il “Cielo stellato” di Van Gogh appena dipinto e ancora appoggiato alla sedia impagliata della povera casa del suo pittore è una cosa libera e grande, mentre ora che è esposto in una sala del Museum of Modern Art di New York è un’altra cosa, una cosa inerte, una cosa morta, stritolata dagli ingranaggi di un’enorme macchina economica e di potere maligna che trasforma ogni cosa nel suo residuo fecale, a cui non può sopravvivere niente. E’ così? E’ davvero così -mi verrebbe da domandare- o siete voi che siete inerti, che siete morti? Quasi tutta la cultura critica nata nel Novecento e anche prima -per non parlare delle sue ciniche e disincantate propaggini odierne- nella sua fissazione su quest’unico aspetto del mondo è rimasta talmente abbagliata dall’oggetto osservato da diventarne, in modo inconsapevole o consapevole, la sua più grande celebratrice e perpetuatrice.
Così il dominio viene celebrato due volte: da chi lo incarna e da chi crede di combatterlo vivendo come insuperabile la sua potenza e rimanendone soggiogato.

Il biscotto, il biscotto!

Molti anni fa, accompagnando al cinema mia figlia ancora bambina, mi è capitato di vedere un film a cartoni animati di cui non ricordo più il titolo ma di cui mi è rimasta impressa una scena.
C’è un bambino piccolo che ha avvistato un biscotto su una credenza e che vuole prenderlo a tutti i costi. Nella sua mente non c’è altro, non riesce a pensare ad altro, per lui tutto il mondo e la vita sono concentrati in quel biscotto che vorrebbe afferrare. E così si muove nella stanza con quest’unico scopo, a quattro zampe sul pavimento, si arrampica sul tavolo, sulle sedie, sui mobili, facendo franare ogni cosa. Ma a lui non interessa, non vede nient’altro, a lui interessa solo quel biscotto che cerca di afferrare mentre intorno a lui tutto crolla, con gli occhi fissi sempre e solo su quello, indicandolo con la mano e gridando: “Il biscotto, il biscotto!”
Non ho più rivisto quel film. Ho raccontato questa scena così come me la ricordo.
Oggi il biscotto è Berlusconi. Domani -speriamo il più presto possibile- chissà chi sarà?








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 5 settembre 2010