La moglie dell’amministratore

Sergio Nelli



Sabato scorso è morto d’infarto un noto amministratore, già cliente dell’Agenzia, dal quale ero stato incaricato di sorvegliare la moglie. Non molto tempo fa mi aveva colpito leggere sul giornale il suo nome tra i managers meglio pagati. Per la presidenza dell’ente di cui era a capo prendeva 180 mila euro annui. Per la moglie, bastò poco. Una mattina la seguii a distanza con il mio X Max. Aveva una Golf d’un azzurro quasi viola. Mi feci un bel giretto perché prese la via dei colli e si infilò nelle stradine sopra Bellosguardo. Sapevo già dove andava ed ero preparato. La seguii per scrupolo per qualche chilometro finché non arrivò, in località Marignolle, alla palestra che si chiama Klab. Entrò. Avevo preventivato di farmi un po’ di palestra e pagai un biglietto giornaliero portandomi dietro lo zaino con tutto l’occorrente. Feci con calma. Dopo lo spogliatoio presi un caffè ammirando la bellezza e l’eleganza del posto. La vidi in un gruppo di donne che facevano ginnastica ballando. Ebbi il tempo di percorrere 5 chilometri in una cyclette scaricando un numero di kilocalorie che non ricordo. Mi baloccai con gli attrezzi del fitness e poi con le panche degli addominali. Quando cominciavo a sudare, la musica che arrivava dalla stanza parquettata e con le pareti vetrate cessò, il corpo libero era terminato e le donne si dispersero. La ritrovai immersa nel termario e ebbi tutto l’agio di contemplarne la nudità in due pezzi attirato dai capezzoli che s’erano induriti sotto il gettito d’acqua. La vasca è molto grande, c’erano altre persone, e anch’io mi misi sotto una pompa facendomi percuotere i glutei, l’addome, i pettorali. Che la sbirciassi era del tutto naturale. Non era successo niente di particolare, non aveva parlato con nessuno. La seguii con gli occhi mentre usciva, vidi le gambe tornite e un po’scavate all’interno, il sedere pieno, la vidi mentre infilava le infradito e si rimetteva un bell’accappatoio color albicocca. Avevo direzionato il gettito verso le palle e l’ano e mi era venuto un formicolio ai piedi. Lo ricordo perché ero in quella disposizione in cui si appunta tutto mentalmente. Me ne andai subito a fare una doccia e a rimettermi i vestiti. La aspettai fumando una sigaretta in un cortile bianco cosparso di ghiaia. Le russe, le ucraine, le estoni, le moldave, mi dissi, insomma le donne di quell’area geografica che ancora chiamiamo Russia per semplificazione, una volta sposate e con figli (lei ne aveva uno, un maschio, che andava alla scuola materna) non è mica facile che siano infedeli. Hanno avuto brutte esperienze, magari di grande povertà, di umana miseria. Hanno visto con i loro occhi cose cattive. Perché mettere tutto a rischio se non per una ragione davvero superiore? Su questo pensiero ricordo che mi bloccai. I neuroni si rifiutarono di andare avanti. Era d’altronde meglio come al solito stare ai fatti senza tante congetture. Quando uscì la seguii; avevamo entrambi i capelli un po’ bagnati. La Golf invece che riprendere la direzione casa andò da tutt’altra parte e mi trovai a parcheggiare in una lunga strada residenziale che fincheggia il parco delle Cascine. Presi il numero di casa e mi segnai i cognomi scritti sui due campanelli. Le case a due piani facilitavano l’indagine. Uscì dopo un’ora e un quarto. Un paio di settimane e avevo tutti gli elementi necessari e il protocollo era corredato da diverse fotografie esplicite che avevo scattato con un telefonino. Si erano esposti in un ristorante nei pressi di una località termale molto distante dalla città. Si erano presi per mano, si erano dati piccoli baci.La donna insomma doveva essersi innamorata. L’uomo era un avvocato trentasettenne sul quale trovai varie informazioni anche tramite Google. Avevo fatto degli ingrandimenti di particolari: le dita allacciate, un bacio dentro l’automobile, un pianto disperato di lei. Quando lo convocai c’ero solo io, perché il mio socio lavorava sul campo con un altro aiutante. Il manager si prese la busta senza tanti commenti e dopo aver firmato un assegno mi invitò a uscire dall’Agenzia, mi offrì un caffè e mi guardò a lungo negli occhi senza dire niente. Forse lo sapeva già prima e si stava cautelando per la separazione, o forse non avrebbe fatto niente e si sarebbe aggrappato a quella donna molto bella e molto più giovane, che assomigliava all’attrice (ora non mi viene il nome) dell’ultimo King Kong.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 3 settembre 2010