La Linguamadre

Maria Cerino



Dieci mesi dopo la morte di Nando ho infranto il giuramento fattogli sulla tomba – il giorno dei funerali – di non tradirlo mai, in nessun caso. Un’ora prima mi stava immobile davanti, più pettinato del solito con la calvizie in evidenza. Era inodore, non come ci si aspetta da un morto che ideologicamente deve tanfare e basta come se fosse il puzzo più che l’assenza di vita a caratterizzarlo in quanto uomo crepato, così senza nessun preavviso, da un giorno all’altro.
Da qualsiasi angolo lo guardassi, a destra o a sinistra dal capo o dai piedi, sembrava – nonostante le palpebre serrate – fissarmi le tette: Nando mi fissava le tette da morto e durante il suo funerale. Magari perché ognuno di noi lascia la vita, il mondo, tutto, con una sorta di desiderio nostalgico. Avevamo provato ad amarci la notte prima che spirasse e mentre cercava di montarmi sopra, desideroso di entrami dentro, mi era rotolato accanto in affanno tenendosi tra le mani il pene piccolo di un bambino. Sudava attaccato al mio seno com’era e non leccava né stringeva né succhiava, restava lì nel mio calore. Allora io ho fatto quello che facevo sempre se aveva problemi con l’erezione, sono scesa fino all’inguine e ho preso a baciare il suo cazzo, a leccarlo a succhiarlo nonostante rimanesse morbido e smidollato. Ti prego fermati, mi ha detto e io ho mimato un sì con la testa ma non l’ho lasciato, sono rimasta lì, con il mento sulle sue palle e la fronte sul suo inguine, dormendo e sbavando, con le braccia strette intorno al suo culo. La mattina successiva è morto, non nel letto ma sotto la doccia quando ero in cucina a sistemare la tavola per la colazione.
Durante la celebrazione funebre ho aspettato di sentire le sue mani addosso, di vederlo sorridere e pregarmi di non sbottonare il reggiseno, scoprire i capezzoli e poi ricoprirli e baciarli chiuderli di nuovo nelle coppe e stringere, stringere, forte e più forte ancora. Poi attaccarsi e succhiare ripetendo di sì ogni volta che gli chiedevo se avesse fame. Durante la funzione non mi sono allontanata neppure per pisciare, tantomeno per bere o aprire la porta a qualcuno. Se si avvicinavano per le condoglianze mi divincolavo velocemente dai loro abbracci, non volevo assolutamente che un qualsiasi corpo si frapponesse, mi assicuravo che Nando fosse libero di toccarmi in qualsiasi momento ne avesse avuto voglia.
Vedendo calare la bara nella fossa, a celebrazione conclusa, ho provato una profonda delusione non tanto per la morte prematura e repentina a cui già mi ero abituata ma perché prima di scomparire al mondo Nando non mi ha toccato le tette, neppure per un secondo, nemmeno per sfiorarle. Ed era l’unico desiderio per noi, più di un matrimonio o di un figlio, o ancora dell’idea di un banalissimo futuro insieme. E forse è stata questa forma di disperazione a trascinarmi ai bordi della lapide e a farmi urlare E’ mio, quest’uomo che state portando via è mio.
Dalle esequie nessuna delle abitudini domestiche è cambiata. Continuo a lavorare come segretaria di redazione e passo le serate in casa anche se da sola. Un’unica novità si è fatta spazio nella mia esistenza, dapprima per caso e poi in forma di vero e proprio rituale; da quando Nando è morto io trascorro tutto il mio tempo libero a guardare film pornografici. Li guardo a computer scaricandoli da diversi siti su internet, in televisione in pay tv, in dvd con il lettore, in casa ovunque mi sieda tengo pronta un’interfaccia scopereccia e libidinosa. Ci sono italiani che scopano, americani che scopano, calvi che scopano, giovani che scopano, belli che scopano, cavalli che scopano, lardosi che scopano; ci sono lingue che entrano in buchi del culo, dita in bocca, piedi interi nelle vagine; c’è saliva che bagna i pavimenti, sperma che galleggia in piscina, sangue di mestruo sulla faccia di un vecchio; ci sono i Siiiiì e poi ci sono i Nooo; ci sono sessanta cazzi in una stanza e c’è una figa sola; ci sono falli di silicone allacciati intorno alla vita di belle bionde, ci sono cazzi ricoperti di cera calda ed altri con le palle strozzate da fermacarte. Li guardo dall’inizio alla fine, qualcuno lo mando indietro e lo lascio ricominciare anche per tre volte in una sera. Non mi tocco, resto vestita, riesco persino a controllare il sudore. Semplicemente aspetto che le contrazioni alla vagina si facciano lancinanti dopodiché raggiungo il letto a due piazze e mi stendo vestita piegata dal dolore su me stessa, poi penso all’ultimo bagno che ho fatto a Nando. Penso solo a Nando e solo all’ultimo nostro bagno insieme.
Ho fatto il bagno a Nando il giorno in cui l’ho trovato accasciato nella doccia con una guancia attaccata alle mattonelle e la bocca spalancata piena d’acqua mentre il getto dall’erogatore schizzava al massimo. Prima che il medico ne ha accertata la morte per infarto sul letto in cui gli infermieri lo avevano adagiato, nudo e inzuppato, l’ho trascinato in bagno e l’ho seduto nella nostra vasca. L’ho riempita d’acqua bollente mentre Nando ci stava dentro e poi gli ho portato la doccetta alla testa e l’ho lasciata scorrere per mezz’ora carezzandogli i capelli con l’altra mano libera. Le sue braccia galleggiavano e teneva le gambe aperte, dal fondo riuscivo a vedere il suo piccolo pene risalire, muoversi ondeggiando come certe alghe melmose. Ha anche pisciato, dicono che possa accadere e quando ho visto il giallo dell’urina espandersi e circondarlo da ogni lato ne ho capito la morte.
Dieci mesi più tardi sono uscita con Carlo Tertini, il portiere del palazzo in cui lavoro. Ho quindi infranto il giuramento di non stare mai più con nessuno in vita come in morte se non ci sarà concesso a entrambi il paradiso della carne, dopo. L’ho frequentato per un mese all’incirca; siamo stati al cinema insieme e a tre concerti, abbiamo passeggiato e parlato molto e io gli ho pure raccontato di Nando e del bagno ma tralasciando che fosse morto. Abbiamo scopato, Claudio mi ha preso a casa mia nel letto in cui mi tenevo alle braccia di Nando. Ho lasciato che facesse e neppure ho pianto, né ho provato vergogna o qualche forma di nostalgia. L’ho lasciato fare come se nulla potesse distinguersi dal resto.
Dopo quasi un mese durante una cena mi ha detto che non era più il caso di vedersi poiché era chiaro quanto ancora fossi innamorata del mio ex e che pure se non sapeva il motivo della nostra separazione dovevo rivederlo questo Nando e ritornarci insieme. Aveva una bellissima disperazione negli occhi, Carlo, la disperazione di chi sente addosso l’ombra lunga della competizione e gareggia con un altro uomo di carne e di ossa e di sudore che potrebbe scoparsela quando vuole la tua donna che non è tua in fondo ma, appunto, sua da sempre. Sono rientrata a casa piena di entusiasmo ripetendomi Nando è vivo, Nando è vivo. Due sere dopo ero a un bar con Gianni, un mese e mezzo. Poi, Aldo due mesi. Gennaro, venti giorni. Angelo sei mesi quasi. A ognuno di loro ho parlato di Nando, con tutti ho scopato. Sia Gianni che Aldo che Gennaro e Angelo pure mi hanno lasciato a causa di Nando, della paura che fa quest’uomo vivo che amo e che continuo a trombare mentre ancora li frequento, nei loro timori.
Infine c’è Enzo, il mio compagno da oltre un anno. È un giornalista di un periodico letterario e ha quindici anni più di me. Ha l’età che avrebbe Nando oggi e anche lo stesso cognome, D’Eliato. Non sono parenti e neppure l’ha conosciuto Nando di cui gli ho parlato senza aggiungere che è morto già da diverso tempo. Con Enzo si fanno progetti, mi chiede di sposarlo e mentre scopiamo mi tiene ai fianchi dicendomi che avremo un figlio. Io gli rispondo sì a tutto e sorrido perché penso che lo vorrei anche. Poi basta che mi giri su un lato o che mi alzi per lavarmi la pancia dopo che mi è venuto sul ventre e Enzo comincia a piangere. Si dispera berciante di come lo ami male, di quanto lo faccia sentire inopportuno. Mi confessa di avermi seguito e schiaffeggiandomi mi fa E’ quello che hai salutato nel parcheggio, Nando, quello che hai visto in libreria, il tizio che ti ha tenuto a telefono per un quarto d’ora, ieri. E io dico sì, dico sì sempre. E più Enzo si dispera e più mi monta una gioia puerile dentro e io dico sì mentre mi butta sul materasso e mi dà della troia e poi mi scaraventa a terra e fa che vuole cacciarmi, infine mi riporta a letto mi stringe forte e mi chiede di perdonarlo. Si calma per cinque minuti, mi domanda se l’ho tradito mai e io gli rispondo di sì, Solo con Nando. Gli si avvampa la faccia e riprende a urlare Chi cazzo è questo Nando, che cazzo vuole da te, che cazzo vuole. Mi rivesto per lasciare la stanza, ora che ho Nando; Enzo mi segue fino alla porta mi afferra un polso e poi m’immobilizza dai capelli, Resta qui stasera va via domani. Ci rimettiamo a letto e facciamo di nuovo l’amore, mentre prendiamo sonno, mi ripete che vorrebbe un figlio e io rispondo sì e Enzo è felice. E io ho Nando. La vita. La lingua. Tutto.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 1 settembre 2010