American Indie

Silvio Bernelli



Gli anni ’80? Di plastica. Questo è di solito il giudizio sul decennio più maltrattato del secolo scorso. Un giudizio tanto più crudele se applicato alla musica anni ’80 di Tears For Fears, Pet Shop Boys & compagnia. Suono sintetico, senz’anima, pop patinato nel migliore dei casi, che in effetti merita una valutazione artistica niente meno che severa.

Ma basterebbe scendere un pelo sotto la testa delle classifiche per scoprire quanto di originale sia stato partorito dalle band anni ’80. Tra i tanti modi per scandagliare le vibrazioni di quel tempo, uno potrebbe essere affidarsi ad American Indie – Dieci anni di rock underground di Michael Azerrad, appena pubblicato da Arcana nella traduzione di Carlo Bordone (pp. 457, 25 €).

Un volume ben scritto, documentato e ricco di interviste che si propone di raccontare il suono sotterraneo americano nella cosiddetta era del riflusso. Per farlo, Azerrad compie la scelta di affidarsi alla storia di una dozzina di band, tredici per l’esattezza. Una scommessa autoriale più che ardita, che lascia ai margini gruppi che in quel periodo hanno detto molto e significato ancora di più nel mondo del rock (Meat Puppets e X, per dirne due che saltano subito all’orecchio), ma è ovvio che qualche scelta l’autore la doveva pur compiere. Altrimenti, questo già voluminoso tomo sarebbe diventato un libro infinito, infinibile, borgesiano.

E così Azerrad, un giornalista americano a cui si deve già Come as your are, un bel libro sui Nirvana, infila tra le pagine di American Indie le parabole di Hüsker Dü, Sonic Youth, Butthole Surfers, Dinosaur Jr., Minutemen, Fugazi, Black Flag e altre band parimenti coraggiose. Gente partita dalle periferie americane che, a forza di prove, concerti scalcinati in tour senza capo né coda, autoproduzioni discografiche e feroci litigi – epocali quelli che dividevano i Minutemen anche davanti al microfono dei giornalisti – spiana la strada alla generazione di gruppi immediatamente successiva. Proprio quella di Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam, che nei primi anni ’90 sfonda a livello planetario malgrado un suono ostico, assai poco rassicurante.

Un successo nato dalla filosofia cara alle band raccontate da Azerrad. Lee Ranaldo dei Sonic Youth la sintetizza così: "C’era un modo underground di fare le cose, rimanendo sottotraccia (...) Girava l’idea che quello che conta è la qualità di ciò che fai e l’importanza che gli dai, a prescindere da quanto successo avrai e quanti dischi sarai in grado di vendere". Un punto di vista sideralmente lontano dalle superstar anni ’70 Genesis, Yes e via orchestrando, che ha prodotto un suono capace di incidere assai in profondo la società americana degli anni ’80. Un Paese dominato dal reazionario presidente repubblicano Ronald Reagan, non a caso detestato e sbeffeggiato dalle band comprese in American Indie. Gruppi che, è questa la tesi del libro, sono andate assai più lontano e hanno lasciato molto di più di quanto esse stesse si aspettassero. Alcune addirittura, è il caso di Sonic Youth e Dinosaur Jr., raggiungeranno anche un’affermazione commerciale del tutto imprevista.

"Combattiamo una guerra che sappiamo di non poter vincere" cantavano i Black Flag nella violenta Police story, un pezzo del primo album Damaged. E invece, contro ogni pronostico e quasi a dispetto degli stessi interessati, le band alternative americane riuscirono a lasciare il segno. Si vede che anche nei sintetici anni ’80 in fondo, proporre un suono duro e genuino era possibile. E che forse anche quel decennio, a ben guardarlo, è meno di plastica di quanto si creda. Molto meno.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica musica il 1 settembre 2010