Pensieri a cranio scoperchiato

Antonio Moresco



In questi giorni di fine agosto i giornali stanno parlando molto dell’ennesima legge "ad personam" (in questo caso "ad aziendam") che consente alla Mondadori di non pagare al fisco una cifra enorme. Dopo la presa di posizione pubblica di Vito Mancuso, che ha espresso i suoi dubbi se continuare a pubblicare con questo editore e che ha chiamato, nome per nome, alcune persone che pubblicano presso lo stesso a pronunciarsi, si è dato fuoco alle polveri. Opinionisti, giornalisti e politici abituati a capitalizzare fulmineamente ogni cosa si sono gettati sulla vicenda con continue richieste di abiura editoriale rivolte a scrittori e saggisti (i poeti -chissà perché- non vengono presi in considerazione) che pubblicano con questo editore e con questo gruppo. Argomenti moralmente e politicamente ricattatori, ironie e sfottimenti in caso di risposte non gradite o evasive, esibizione di superiorità civile e morale, soprattutto da parte di giornali di gruppi editoriali concorrenti e di persone bene acquartierate in essi. Perché in Italia le cose funzionano così.
Si invitano gli scrittori a schierarsi su questa "crisi di coscienza" trasformata in una macchina da guerra contro un’altra macchina da guerra, ad abbandonare questo editore per altri più virtuosi, ciascuno vantando le proprie benemerenze e la propria superiorità etica, in una battaglia che viene da lontano e che nasconde anche altri fini, sperando tra l’altro di scrollare l’albero e di accaparrarsi qualche frutto caduto, soprattutto se questo ha una buona quotazione di mercato e porta quattrini. Perché in Italia le cose funzionano così, tanto più in questi anni difficili, torbidi, in questo clima intossicato da una situazione politica, sociale e civile sempre più difficile da sopportare.
Così può succedere che persino gli scrittori -che in Italia non sono tenuti in gran conto, a meno che non rimpinguino i fatturati- vengano utili all’interno di questi movimenti militari e di queste campagne. Lavagnette e specchietti con tanto di elenchi e faccine dei buoni, dei meno buoni e dei cattivi, di quelli più virtuosi e di quelli meno virtuosi. Pareri usa-e-getta da inserire in questo mosaico, esibizione di muscoli, esercitazioni, parate. Perché in Italia le cose funzionano così.
Non metto in questo elenco gli scrittori cui, per ragioni di censura o di opportunità politica, sono stati rifiutati i libri da case editrici del gruppo Mondadori e che, giustamente, se ne sono andati.
Siccome anch’io ho le mie convinzioni e le mie passioni ma non sono un soldatino, siccome non ci sto a farmi appiattire su quest’unica dimensione e a farmi schiacciare su queste semplificazioni strumentali e parziali, ma siccome non mi è neppure congeniale starmene zitto e coperto, in attesa che la polvere torni a posarsi e che la bolla si sgonfi, provo a esprimere qui, per iscritto, i pensieri, tutti i pensieri che mi sono passati per la testa in questi giorni, compresi quelli scomodi, non eleganti, quelli che in genere si preferisce lasciare nell’ombra, senza autocensurarmi né autolobotomizzarmi.

La Mondadori oggi

E’ la più grande casa editrice e il più grande gruppo editoriale italiano, ma il suo assetto proprietario consegna anch’essa -come molte altre cose palesi e occulte nell’Italia di oggi- a un gigantesco conflitto di interessi. La sua acquisizione da parte di Berlusconi a spese di De Benedetti e i modi con cui questa è avvenuta sono noti e sono stati anche materia di un clamoroso processo.

La Mondadori ieri

Ma neppure in passato, ai tempi del mitico fondatore Arnoldo, il percorso di questa casa editrice è stato ineccepibile e lineare. Perché evidentemente, per diventare il più grande gruppo editoriale italiano bisogna anche avere delle grandi maniglie. Perché in Italia le cose funzionano evidentemente così.
Ma vediamo un po’ com’era la vecchia, mitica Mondadori:
Nata dall’intelligenza e dall’intraprendenza di un giovane di un paese del mantovano (un altro che, come suol dirsi -e ammesso e non concesso che le cose stiano esclusivamente così- si era "fatto da sé"), da piccola bottega diventa via via la più grande casa editrice italiana, anche attraverso rapporti privilegiati con i potenti di turno, opportunismi, trasformismi.
Ma è giusto ridurre tutto e solo a questo? All’interno di questa casa editrice hanno lavorato e si sono fatti le ossa uomini che poi sono diventati importanti editori, come Valentino Bompiani e Angelo Rizzoli, e soprattutto questa casa editrice non ha pubblicato solo il Vate o il fascistissimo Guido Da Verona, oppure un libro intitolato "Dux", ma ha pubblicato anche e fatto conoscere in Italia scrittori come Kafka, Joyce, Gide, Alain-Fournier, Faulkner, Fitzgerald, Dos Passos, De Roberto, Pascoli, Verga, Pirandello, Thomas Mann, Lawrence, Vittorini, Malaparte, Brancati, Henry Miller, Sartre, Eliot, Ungaretti, Montale, Erich Maria Remarque, Hemingway, Bernanos, Döblin, London, Fante, Virginia Woolf, Saint-Exupéry e molti altri. Senza dimenticare tanti formidabili autori di "libri gialli" e di fantascienza, che ho letto con entusiasmo durante la mia adolescenza e che leggo ancora. Hanno fatto un’azione eticamente riprovevole, si sono disonorati tutti questi scrittori e questi poeti (parlo naturalmente di quelli in vita al momento della firma dei contratti) a pubblicare con questo editore?
Per non parlare della casa editrice Einaudi, ora acquisita dal gruppo Mondadori, e degli autori che si trovano nel suo straordinario catalogo, i cui libri (quindi anche "Se questo è un uomo" e le "Lettere dei condannati a morte della Resistenza") a detta di alcuni non sarebbe più eticamente e politicamente corretto comperare.
Una casa editrice è abitata da persone vive e che, in qualche caso, possono anche fare la differenza. Non si può ridurre tutto ai comportamenti dell’editore, al suo assetto proprietario e ai suoi consigli di amministrazione, che magari sono più che altro interessati a leggere i bilanci di fine anno e ad assicurarsi che siano in attivo. E che magari possono anche cambiare. Cinquant’anni fa la Mondadori era di Arnoldo, adesso della famiglia Berlusconi. Di chi sarà -se ancora ci sarà- fra altri cinquant’anni?

Torniamo ai nostri giorni

Nel comunicato della Mondadori viene criticato il giornale "La Repubblica", reo di avere pubblicato la lettera di Mancuso e altri articoli sulla vicenda. Per quanto mi riguarda, "La Repubblica" è il giornale che leggo tutte le mattine da molti anni. Considero una fortuna che un giornale così esista in questo momento in Italia e che riesca ad arrivare a un gran numero di lettori. Ci trovo spesso articoli tra i più sostanziosi e liberi, che mi sono di aiuto a comprendere quello che sta succedendo. Ma, se vogliamo dirla tutta, bisogna anche dire che il suo proprietario è un altro imprenditore, il quale ha dei gravi e motivati conti da regolare con la proprietà della Mondadori, che gli ha soffiato come sappiamo la casa editrice. Perché in Italia le cose non sono mai così semplici come appaiono. Perché in Italia le cose funzionano quasi sempre così.

La restaurazione

Nel nostro paese è in atto da tempo una pesante restaurazione, a tutti i livelli, in tutti i campi. Anzi, qualcosa cui ormai va stretto il nome stesso di "restaurazione". Per quel poco che vale, ho cominciato a dirlo diversi anni fa, attirandomi anche vere e proprie campagne di scherno. Perché in Italia, evidentemente anche nel libero regno della rete, le cose funzionano così. Ma già in quel mio primo scritto intitolato appunto "La restaurazione", in cui cercavo di mostrare l’enormità di quello che stava accadendo sotto i nostri occhi, non schiacciavo e non chiudevo ogni cosa in un piccolo teorema, sostenevo anche che le singole persone possono fare la differenza, ancora, sempre, persino all’interno dei grandi gruppi editoriali che si vorrebbero invece vedere come blocchi senza spiragli, e che le fessure bisognava tenerle aperte, non chiuderle. E, soprattutto, che anche quando questa pesantissima situazione sarà finita -e io sono tra quelli che sperano che ciò avvenga il più presto possibile- non bisogna credere che poi ogni cosa andrà per il meglio, che ci sarà il bene al posto del male, perché l’intossicazione che è avvenuta in questi decenni è molto profonda e attraversa tutti i campi, non solo quello politico ed economico ma anche quello del costume e della cultura, che pure si crede superiore ma dove invece operano le stesse logiche che vediamo in atto in questi anni, comprese quelle mafiose. Perché Berlusconi è solo la punta dell’iceberg di quanto è successo nella nostra società sempre più inaridita e incanaglita, con la sua idolatria della sola dimensione economica e la cattiveria e grettezza che l’attraversano da parte a parte. Perché in Italia, da ormai troppo tempo, le cose funzionano, anche elettoralmente, così. E ci sarà bisogno non solo di un semplice avvicendamento di poteri ma anche di una rigenerazione molto più radicale e profonda, che investa tutta la nostra società e la nostra vita, non solo la sua testa ma anche la sua pancia e il suo cuore, per renderle più proporzionali ai problemi e alle sfide che abbiamo di fronte non solo nel nostro paese ma anche a livello planetario e di specie.

Il mio impegno

Il mio impegno consiste principalmente nei miei libri. Ma so bene cosa sta succedendo attorno a me, e non sono un ignavo. Dai venti ai trent’anni mi sono gettato nella lotta politica, vedendo le cose nella sola dimensione orizzontale della dinamica storica e delle sue contingenze. Ora non vedo più le cose così, ora per me il gioco non è mai così cortocircuitato e stretto. La dimensione in cui viviamo non è solo questa. Però non sono un pentito e, per il resto, non sono cambiato. Partecipo ancora alle battaglie che mi sembrano giuste e che mi convincono. Con alcuni amici, ad esempio, in una condizione di puro volontariato, abbiamo dato vita a un sito e a una rivista intitolati, leopardianamente, "Il primo amore", perché crediamo che occorra suscitare anche altre forze dormienti dentro di noi, non solo quelle reattive ma anche quelle prefigurative, perché senza questa radicalizzazione e questo passaggio non ci sembra possibile uscire in modo pieno dalla situazione che stiamo vivendo, nel nostro paese e nel mondo, perché non basta il piccolo gioco della politica intesa solo come spostamenti di superficie ma occorrono invece smottamenti verticali. Non perché non desideriamo anche noi i cambiamenti contingenti, magari piccoli ma che possono dare sollievo alla vita, ma perché occorre guardare anche più in là, perché pensiamo che ci sia infinitamente di più da fare e da dare in questo drammatico momento della nostra vita nel mondo, e che nello stesso tempo -e proprio per questo- tutta la prateria sia aperta, tutto l’orizzonte sia aperto.

Il conflitto di interessi

Un simile conflitto di interessi avvilisce tutto, immiserisce tutto, comprese le persone che lavorano con intelligenza e passione all’interno delle case editrici del gruppo. Ma perché ci troviamo in una situazione simile? Che cosa è successo negli anni passati? C’è stata qualche trattativa? C’è stato un mercato? C’è stato qualche ricatto? C’è stata qualche furbizia di cui ancora paghiamo il prezzo? E, se le cose stanno così, che trattativa c’è stata, che mercato c’è stato, che ricatto c’è stato, che furbizia c’è stata? Verrà mai il giorno in cui riusciremo a saperlo? Perché i governi di centro-sinistra che si sono succeduti, nonostante le ripetute promesse elettorali, non hanno mai fatto e nemmeno tentato seriamente di far approvare una legge che rendesse impossibile un simile conflitto di interessi, come ce ne sono in altri paesi che pure vengono additati ogni giorno come fari delle democrazie occidentali? Perché i giornali che adesso mettono alla gogna gli scrittori reticenti a obbedire alla loro campagna e ad abbandonare le loro case editrici non hanno a suo tempo messo alla gogna i partiti e i governi che non hanno fatto e neppure tentato di fare una legge che rendesse impossibile la situazione che si è creata, anche se in molti casi erano proprio i loro partiti di riferimento?

La mia situazione personale di scrittore

Dopo avere esordito a quarantacinque anni, ho pubblicato una ventina di libri con una decina di editori tra piccoli e grandi. Non ho cambiato un così gran numero di editori per una mia congenita mancanza di fedeltà, capricciosità o avidità, ma semplicemente perché certe strade mi venivano chiuse e allora dovevo cercarne altre. Per questa ragione, dopo avere pubblicato diversi libri con Bollati Boringhieri, ho dovuto pubblicare con Feltrinelli "Gli esordi", perché rifiutato dal mio primo editore. Per la stessa ragione, dopo avere pubblicato con Feltrinelli la prima parte di "Canti del caos", ho dovuto pubblicare con Rizzoli la seconda, appunto perché mi era stata rifiutata dal mio precedente editore. Per ragioni analoghe sono approdato alla Mondadori per la pubblicazione dell’intero libro completo della terza parte, dopo che lo stesso mi era stato rifiutato persino da un altro editore considerato più "di cultura" facente parte dello stesso gruppo. Ma, come per i precedenti editori, non è stata un’entità editoriale astratta a decidere se accogliermi o meno ma sempre, alla fine, singole persone che hanno fatto la differenza. Nel caso della Bollati Boringhieri queste persone si chiamavano Giulio Bollati e Agnese Incisa prima e Alfredo Salsano poi. Nel caso della Feltrinelli, Gabriella D’Ina. Nel caso della Rizzoli, Benedetta Centovalli. Nel caso di Einaudi Stile Libero, Severino Cesari. Nel caso di un piccolo libro di favole che ho pubblicato con Einaudi, Paola Gallo. Un’altra persona che, nel mondo dell’editoria, ha creduto nel mio lavoro di scrittore e, in un paio di occasioni, mi ha dato una mano si chiama Luca Briasco.

Perché pubblico da Mondadori

Ogni tanto qualcuno mi chiede, magari con malizia, perché pubblico da Mondadori. Persone che, in qualche caso, sarebbero disposte a far prostituire la propria madre per pubblicare dallo stesso editore o che ci hanno provato senza successo, persone che magari il giorno prima mi scrivono che vorrebbero anche loro pubblicare col grande editore e che il giorno dopo mi attaccano o fanno dell’ironia su di me. Perché esiste anche la malafede, esistono anche le invidie, le gelosie. Perché esistono anche queste piccole miserie, in Italia. Non solo in Italia, purtroppo.
Pubblico da Mondadori, in ultima analisi, perché due persone che lavorano in questa casa editrice (ma so che ce ne sono molte altre degne) hanno voluto pubblicare "Canti del caos", romanzo scritto durante quindici anni e che ha dovuto passare attraverso tre diversi editori per venire al mondo nella sua forma completa e definitiva. Anche qui non un’entità editoriale astratta ma (sia pure all’interno di una rete decisionale più vasta) persone con nomi e cognomi e che, in questo caso, si chiamano Antonio Franchini e Antonio Riccardi, che hanno avuto il coraggio di fare quello che altri non hanno avuto il coraggio di fare. E questa è una cosa che per me ha un peso e che non dimentico.
Per questa ragione pubblico e -se non sarà la casa editrice a buttarmi fuori- continuerò a pubblicare con Mondadori.

Editori virtuosi, editori non virtuosi

Ora arrivano queste continue esortazioni a passare ad altri editori più "virtuosi". Ma io ero già presso questi editori più "virtuosi"! Non è colpa mia se mi hanno cacciato! Cosa dovrei fare adesso? Dovrei andare a bussare col cappello in mano alle stesse porte da cui sono stato cacciato? O magari, meglio ancora, in caso di reiterata non accettazione dei miei libri presso gli stessi editori (o altri dello stesso gruppo, perché in alcuni casi se sei stato messo fuori da uno, sei automaticamente fuori anche dagli altri editori del gruppo), dovrei spingere la mia probità etica e la mia virtù fino in fondo, introiettando a tal punto la punizione che mi è stata inflitta da infliggermene da me una più definitiva ancora, e cioè non scrivendo e non pubblicando più niente e castrandomi come scrittore?
Ma poi, non conta proprio niente quello che un editore pubblica, contano solo gli assetti proprietari e i loro posizionamenti? Allora come si spiega, ad esempio, che in questi anni il best seller di una casa editrice come la Feltrinelli sia stato "Tre metri sopra il cielo" di Moccia e quello di una casa editrice come la Mondadori "Gomorra" di Saviano?

Editori grandi, editori piccoli

Altra semplificazione che continua a tenere banco anche in questi giorni: che gli editori piccoli sarebbero sempre e comunque migliori di quelli grandi e che gli scrittori che ora pubblicano con case editrici del gruppo Mondadori dovrebbero invece pubblicare con loro. Anche qui bisogna vedere caso per caso, non si può generalizzare, perché a volte gli editori piccoli operano con le stesse logiche di quelli grandi, solamente più in piccolo e senza neppure avere gli aspetti positivi di quelli grandi.
Per quanto mi riguarda, ho pubblicato diversi libri con piccoli e piccolissimi editori e non è escluso che torni ancora a farlo, in futuro. I piccoli e piccolissimi editori con cui ho finora pubblicato sono: Bollati Boringhieri (5 libri), Effigie (3 libri), King Kamehameha Press (1 libro), Portofranco (1 libro), Fanucci (1 libro), Tre Lune (1 libro), Scheiwiller (1 libro).
Che sono più della metà dei libri che ho pubblicato.

Una cosa che non sta bene dire

Ma, sempre per dirla tutta, vorrei toccare anche un altro argomento considerato poco elegante e perciò tabù, e cioè che gran parte degli editori italiani non sono corretti nei pagamenti, i rendiconti raramente arrivano, ci sono disinvolture e irregolarità che a volte offendono. Non parlo qui dei piccolissimi editori, che vanno avanti per passione e tra mille difficoltà e acrobazie, con alcuni dei quali ho pubblicato senza chiedere né ricevere un centesimo. Parlo di altri un po’ più grandi, decisamente più grandi, magari facenti parte dell’elenco di quelli culturalmente "virtuosi" e anzi dei più virtuosi, ma che evidentemente non ritengono di dover spingere a tanto la propria virtù.
Io non sono una persona attaccata ai soldi e, per di più, sto parlando, nel mio caso, di piccole cifre. Però dispiace ugualmente vedersi presi in giro. Mi è capitato di sentir dire che alcune delle persone sulle quali adesso si ironizza per la presunta discrepanza tra le loro posizioni culturali e politiche e il fatto di pubblicare con case editrici del gruppo Mondadori hanno cambiato il precedente editore proprio perché stanche di questa mancanza di correttezza. Anche loro, credo, non per una particolare avidità e attaccamento al danaro ma perché certe cose non sono giuste, danno fastidio, e perché i rapporti devono essere limpidi, se no sono destinati a deteriorarsi.
Bene, in questo campo pare che Mondadori sia uno degli editori più corretti che ci sono in giro. I rendiconti arrivano. Anche i diritti, magri, nel mio caso. Un giorno uno scrittore, che è anche un mio caro amico, mentre stavamo parlando di questo, mi ha detto con brutale franchezza: "Se le cose stanno così, se io per poter pubblicare e arrivare ai lettori con i miei libri devo passare attraverso un editore e un padrone, allora preferisco un padrone che paga piuttosto di uno che non paga".
Potrei sottoscrivere questa affermazione, se non fosse che, come scrittore, non sento di avere un padrone, e se non fosse anche che il rapporto di uno scrittore con un editore non è quello del salariato. Però ha il pregio di focalizzare con chiarezza una situazione di cui si ha vergogna a parlare: molto spesso gli editori "virtuosi" non pagano, quelli non virtuosi sì.
Il discorso sarebbe finito qui, se mi accontentassi di questo e non mi venisse subito dopo da chiedermi: "Posso essere contento se il mio editore rispetta i termini del contratto ma nello stesso tempo non paga le tasse, o se addirittura mi paga il dovuto proprio perché non paga le tasse?" Perché in Italia, anche nel campo della cultura, le cose sembrano funzionare così. E ancora: "Devo essere più contento se il mio editore non mi paga il dovuto ma paga (si spera) le tasse, o se mi paga il dovuto ma non paga le tasse?"
Quanto a me, pago le tasse fino all’ultimo centesimo sui miei magri diritti.
Ma, anche in questo caso di etica fiscale come in quello del grave conflitto di interessi, sembra che improvvisamente siano gli scrittori i maggiori responsabili del disastro che è avvenuto in Italia e della colossale evasione in atto, non chi la persegue o chi aveva la possibilità di compiere azioni politiche in grado di migliorare le cose ma chissà per quale ragione non l’ha fatto.

Un’ultima domanda

Ma c’è un’ultima cosa da dire e un’ultima domanda da fare, che a mio parere è la più importante e che regge tutto. Una piccola cosa che nessuno dice più, pensa più, che non si può più dire, che non si può più nemmeno pensare. E che invece io voglio ugualmente dire e voglio continuare a pensare, anche se conosco già le reazioni di rigetto, di scandalo oppure -più in sintonia coi tempi- il piccolo cinismo, le piccole ironie e gli sfottimenti che suscitano certe affermazioni, certe convinzioni e certe domande: "Ma che sta dicendo quello lì? Chi si crede di essere? A chi pretende di paragonarsi? Adesso queste cose non si possono più dire, questi sogni non si possono più coltivare, sono inattuali."
Insomma, la domanda che pongo è questa: "Non c’è nient’altro? C’è solo questo? Esiste solo questa dimensione orizzontale della vita e lì si gioca tutto? Non c’è possibile scarto, nella vita e nel mondo, tra ciò che crediamo di vedere e di concepire e tutto il resto? Ci sono solo delle rotelline che girano su un piano orizzontale? Esiste solo la contingenza, questa contingenza, che si mangia tutto? Niente fuoriesce, niente può fuoriuscire?"
Penso, ad esempio, agli scrittori del passato, e mi domando: "Chi erano i loro editori? Erano tutti virtuosi o non c’erano tra di loro -come si legge spesso nelle biografie di questi scrittori- anche persone poco o nient’affatto virtuose, disoneste, figli di puttana, persino?" Allora hanno fatto male, si sono disonorati, a stampare i loro libri da loro, da questi editori di cui adesso non si ricorda neppure il nome? E gli sconcertanti e a volte spregevoli committenti di musicisti, pittori? E Michelangelo che affrescava la Sistina per Giulio II? E Goya che fu pittore di corte per Carlo IV e Ferdinando VII? Le malefatte e le viltà dei loro committenti tolgono dignità, verità e forza alla loro creazione, alla loro visione, alla loro precognizione e al loro grido? Ricadono su Goya le colpe di Carlo IV e di Ferdinando VII, o su Tiziano quelle di Carlo V (quello del Sacco di Roma e delle stragi dei conquistadores), o su Leonardo quelle di Cesare Borgia? Eppure quei libri, quei dipinti, anche perché hanno avuto un canale che ha permesso loro di arrivare agli altri uomini, hanno attraversato lo spazio e il tempo e adesso possono farci ancora sentire la loro voce, la loro prefigurazione e la loro visione. Erano condannabili gli scrittori elencati prima, che pubblicavano da Mondadori mentre magari il loro editore stava baciando certe mani? E vengono forse diminuiti Kafka, Dostoevskij, Melville, Leopardi, Emily Dickinson e tanti altri, se adesso i loro libri vengono pubblicati da un editore che si chiama in un modo o nell’altro? Questo rende i loro libri e le loro voci e i loro universi paralleli meno necessari e meno veri?
Bisogna dirle anche queste cose, se no non si è detto niente. Bisogna allargare l’orizzonte, tanto più un simile angusto orizzonte. Bisogna sfondarlo. Anche l’etica, persino l’etica è solo una piccola cosa se sta tutta e solo dentro questo piccolo cerchio e quest’unica dimensione. Non c’è nient’altro? Ciò che è stato chiamato "letteratura" non è nient’altro, non può essere nient’altro? Solo un piccolo gioco di società, un passatempo, qualcosa che ci intrattiene in attesa dell’ora della nostra morte? Ma se è solo questo e non c’è nient’altro, se si può giocare tutto e solo dentro questo piccolo gioco, allora vuol dire che non c’è niente. E, se non c’è niente, allora anche tutti i baracconi editoriali e quelli giornalistici, e le persone che ci vivono e ci lavorano dentro, e i loro proprietari e i loro editori, quelli virtuosi e quelli non virtuosi, e i lettori, quelli che la pensano in un modo e quelli che la pensano in un altro, e gli scrittori, quelli che pubblicano con uno e quelli che pubblicano con l’altro, non sono altro che un puro transito di cibo e di feci.
Perché uno scrittore, anche oggi, non dovrebbe poter dire questo, se è così che sente la sua vita, la vive? Se non c’è nient’altro, allora anche lo scrittore non è niente, non conta niente, anche se sta dentro il cortocircuito contingente di un’etica e delle sue applicazioni. Se non c’è questa trascendenza, se non può esserci, se non può essere possibile questa invenzione dentro la vita, se la vita non può inventarsi la vita, allora non c’è niente, non c’è niente, non c’è neppure il territorio in cui anche l’etica può sognare un sogno più grande, e non solo essere la rotellina di un orologio in un universo dove non esiste più il tempo.

Ecco, sono questi i pensieri che sono passati dentro la mia testa scoperchiata, in questi giorni di fine agosto.

[Se qualche giornale o qualche sito volesse pubblicare questo scritto, può farlo liberamente e gratuitamente, a patto di pubblicarlo per intero e di non mutilarlo pescando qualche frase qua e là e distorcendone il senso, e di citarne la fonte (Il primo amore).]








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 30 agosto 2010