Il tamburo di lotta - Le storie 3

Giovanni Giovannetti



Poche decine di metri separano i cantieri di Danzica dalla Poczta Polska, la posta, un bel palazzo in mattoni rossi rivolto a ovest. In questo edificio, la mattina del 1° settembre 1939, le SS attaccano e uccidono metà dei cinquanta impiegati. Sono i primi morti della seconda guerra mondiale. Dal mare, l’incrociatore Schleswig-Holstein bombarda il deposito di munizioni della Westerplatte, una penisola all’imbocco del canale. La "città libera" e la sua guarnigione di 182 uomini resistono per una settimana ai tedeschi.

Stanisław ritorna a Danzica

Pochi giorni dopo, a est, presso Vilnius, un bambino di 7 anni si vede irrompere in casa un soldato con la stella rossa sul berretto. Quel bambino si chiama Stanisław Dziedziul e lavora la terra con i genitori e i sei fratelli. Due anni dopo, quando ha 9 anni, un vagone merci ferroviario lo deporterà con la famiglia in Siberia, in un gulag.
Non tutta la famiglia. Una sorella si dà alla macchia e la scampa. Un polacco in meno viaggia verso la Russia più remota. Del resto, 800.000 possono bastare: «Ci hanno portato via come criminali. Era giugno e faceva molto caldo. Un viaggio di tre settimane, con cibo che bastava appena a tenerci in vita».
Nel 1953, Stanisław trova lavoro nei cantieri Lenin di Danzica e prende parte ai moti del 1956, del 1970, del 1976 e del 1980. È in cantiere anche nel dicembre 1981. Ma la grande esperienza della sua vita resta quel viaggio assurdo e i cinque anni che seguono, a vivere in baracche senza tetto. Uomini e donne a fabbricare mattoni alla fornace e a falciare il grano per 100 rubli al mese. I soldi non bastano neppure per un pezzo di pane nero, ma Stanisław e i suoi vendono le patate al mercato del paese due volte la settimana, 100 chili, e col ricavato comprano indumenti e altro cibo.
D’estate è più facile sopravvivere. I bambini hanno imparato a riconoscere la cipolla selvatica, l’acetosa e il biancospino, che crescono spontaneamente nei dintorni del gulag: «Era roba dura da masticare, ma riempiva bene lo stomaco». D’inverno, vivono in baracche a tre piani. L’acqua e l’urina filtrano tra un piano e l’altro, fa molto freddo, così come fa molto caldo d’estate. Durante il lungo inverno siberiano, tutto viene sepolto dalla neve, anche le case. Per il freddo, la fame, gli stenti muoiono in molti.
Nel 1943, arrivano alcuni militari inglesi che cercano uomini da reclutare. Un fratello parte con loro per l’Iran, l’Iraq; combatte anche in Italia, a Montecassino, nella prima Divisione polacca. Un altro fratello, dopo un periodo di prigionia in un gulag ancora peggiore, combatte i tedeschi a Leningrado, per arrivare poi con l’Armata rossa fin quasi a Berlino. Tornano nel 1946, tutti salvi. Ma Vilnius, dal 1944, è ormai una città russa. Ai cattolici polacchi e lituani i sovietici impediscono le pratiche di culto e vietano il possesso di icone sacre. Nel 1949, molte chiese sono chiuse e i sacerdoti deportati o perseguitati. Svaniscono così le ultime speranze di Stanisław e dei familiari di tornare da polacchi a casa loro. Vengono mandati a ovest, vicino al confine con la Germania.
Nel 1949 la famiglia si stabilisce nelle campagne intorno a Danzica e, da contadino, Stanisław diventa saldatore nei cantieri: 12-16 ore di lavoro al giorno. Si sposa nel 1959; nel 1961 e nel 1967 nascono i figli, poi quattro nipoti. Nel 1993 Stanisław va in pensione, ma è un saldatore esperto e fino a poco tempo fa ha integrato la pensione con un po’ di lavoro supplementare qualificato presso la Marine Metal. All’inizio va bene. Ma poi la ditta ha pochissime commissioni e lo lascia a casa. Stanisław si augura che la situazione possa cambiare, ha lavorato tutta la vita, non saprebbe che altro fare. Non ha problemi economici: 1600 złoty di pensione (circa 350 euro), 200 złoty extra perché è stato un combattente, più una indennità per malattia di lavoro. I soldi che guadagnava alla Marine Metal sono andati tutti alla figlia disoccupata e al figlio, che ha una sua attività ma sbarca appena il lunario. E, ovviamente, ai nipoti. «Per me le cose non sono peggiorate, ma c’è chi deve vivere con i 500 złoty mensili del sussidio (circa 120 euro) e con quei soldi non è possibile mantenere una famiglia. Questa domenica mia nipote farà la prima comunione. Ha 9 anni, l’età che avevo io quando mi hanno deportato in Siberia».

Stanislaw Dziedziul (1932). «Sono nato presso Vilnius in un territorio che ora è Lituania. Abitavamo in campagna e lavoravamo la terra: madre padre e noi sette figli, quattro fratelli e tre sorelle. Ero il più piccolo.
Nel 1939 ci invadono i sovietici. I russi sono entrati in casa mia. Cercavano uomini e armi. Nel 1941 ci hanno arrestati e caricati come bestie sopra un treno diretto in Siberia. Avevo nove anni. Ci hanno portati via come criminali. Era giugno e faceva molto caldo. Solo mia sorella si è salvata da quel viaggio orribile nascondendosi nella chiesa. Così è rimasta in Polonia. Il viaggio è durato tre settimane, il cibo bastava appena per tenerci in vita.
Arrivati, ci hanno messi in baracche senza il tetto. Lavoravamo in una fornace, uomini e donne a fabbricare mattoni e a falciare il grano per 100 rubli al mese. Quei soldi non bastavano a comprare un pezzo di pane nero, ma potevamo vendere le patate al mercato del paese due volte la settimana, 100 chili, e col ricavato comprare indumenti e altro cibo.
Con l’inverno e ci hanno spostati in baracche di tre piani con il tetto, ma l’acqua e il piscio filtravano tra un piano e l’altro. Ufficialmente noi bambini non andavamo a scuola. Ma tra noi polacchi c’era una insegnante che nei giorni di bel tempo ci faceva lezione di storia geografia e lingua. 800 mila polacchi deportati in Siberia, insieme a ebrei, lituani, russi. Alcuni russi erano lì dai tempi dello zar. Faceva molto freddo in inverno e molto caldo in estate: fino 45 gradi sotto zero da ottobre a marzo, mentre in estate la temperatura superava i 35 gradi. Durante il lungo inverno siberiano scendeva molta neve, tutto veniva sommerso, anche le case. Molti morivano per il freddo e per la fame.
Nel 1943 sono arrivati alcuni militari inglesi. Cercavano uomini da reclutare. Un mio fratello è partito con loro: Iran, Iraq, ha combattuto anche in Italia, a Montecassino, nella prima Divisione polacca. Un altro fratello, dopo un periodo di prigionia in un vero e proprio Gulag, ha combattuto i tedeschi a Lenino, arrivando con l’Armata rossa fino quasi a Berlino.
Ci siamo salvati tutti. Siamo tornati in Polonia nel 1946. Vilnius era ormai una città russa. Siamo stati mandati a ovest, vicino al confine tedesco. Da Vilnius mia sorella ci scriveva: era rimasta lì sperando che un giorno quella terra potesse tornare polacca. Ma così non è stato. Quell’anno i miei fratelli hanno portato tutti noi in campagna vicino a Danzica. Nel 1951 è morto mio padre; aveva 67 anni. Mia madre morirà centenaria nel 1986.
A quel tempo io mungevo le mucche e la sera andavo a scuola. Nel 1953 ho trovato lavoro ai Cantieri di Danzica. Lavoravo tanto, 12-16 ore al giorno per mantenere la mia famiglia. Nel 1959 mi sono sposato; nel 1961 e 1967 sono nati i miei figli. Ora ho anche quattro nipoti.
Negli anni Settanta non c’era un movimento organizzato come quello del 1980 e gli operai guadagnavano pochissimo. Nel dicembre 1970 gli operai in sciopero vennero accusati anche dell’incendio alla sede del partito. Un debole pretesto per accusarci di essere dei controrivoluzionari e legittimare l’uso delle armi da fuoco contro di noi. Ufficialmente i morti furono quattro, ma tutti sanno che morirono molte più persone.
Nel 1980 le cose erano molto diverse. Eravamo più organizzati e determinati, avevamo la protezione del nostro Papa, siamo stati dentro i Cantieri e il nostro servizio d’ordine ha controllato e protetto bene il suo territorio. Polizia e provocatori non potevano certo entrare. Lo sciopero era sulle pagine dei giornali di tutto il mondo, c’erano molti giornalisti, fotografi e televisioni e davanti ai cancelli veniva distribuito un nostro bollettino quotidiano di informazione. Dunque era quasi impossibile raccontare bugie sul nostro conto.
Nel 1993 sono andato in pensione. Fino a qualche nno fa ho lavorato di tanto in tanto per la Marine Metal, una azienda privata che operava sull’area dei Cantieri. Sono un saldatore esperto e per me le cose non sono peggiorate. Ma c’è chi deve vivere con i 500 zloty mensili del sussidio e con questi soldi non è possibile mantenere una famiglia.
Questa domenica mia nipote farà la prima comunione. Ha nove anni, l’età che avevo io quando mi hanno deportato in Siberia».

Vivere di Poco

Tadeusz Pruchnicki, classe 1936, abita in una casa-alveare di periferia, nel quartiere Zaspa di Danzica. A pochi isolati, fino a vent’anni fa, in una casa anche peggiore abitava Lech Wałęsa. Anche lui ha una storia da raccontare. Nel 1943, è deportato dai tedeschi nel campo di concentramento di Dachau con la madre e la sorella. Se la cava perché la madre parla un buon tedesco e viene spesso utilizzata come interprete.
Dopo la liberazione alleata, nell’ottobre 1945 i tre tornano a casa. Nel marzo 1963, Tadeusz trova lavoro ai cantieri Remontowa, adiacenti ai Lenin, come fabbro, specializzato nei montacarichi navali. È abbastanza anziano da ricordare lo sciopero del dicembre 1970, quando esercito e polizia aprono il fuoco sugli operai: «Ho sentito le pallottole fischiarmi intorno, ma fortunatamente l’ho scampata». Nei primi giorni, i militari non possono reagire e usare le armi; addirittura, Pruchnicki e altri operai si impossessano di un carro armato e per divertimento vanno a spasso per Danzica fino a che il carburante finisce. Poi l’autorizzazione a sparare e la tragedia, i morti a Danzica e Gdynia. Anche gli operai si armano con qualche pistola sottratta alla Milicja, acciottolato divelto dalle strade e bombe molotov.
Durante lo stato di guerra del 1981, Pruchnicki è tra i 500 operai (su 6700) che per tre giorni occupano i Remontowa. Invalido, il 29 aprile 1993 ottiene il prepensionamento (1100 złoty mensili). L’ultima busta paga di Tadeusz è stata di 4 milioni di vecchi złoty, equivalenti a circa 4000 attuali (900 euro). Nelle presidenziali del 1995 e del 2000 ha votato per Kwasniewski e la sinistra; nel 1990 ha votato Wałęsa e Solidarność, ma, da presidente, Wałęsa «non ha voluto firmare la legge sul pensionamento anticipato, obbligandomi così a lavorare altri due anni. Noi dobbiamo vivere con poco ma c’è chi tra i dirigenti di Solidarność ha accumulato molto. Una casa costa ormai più di 2000 złoty al metro quadro e un operaio non è più in grado di comprarsela».

Tadeusz Pruchnicki (1936). «Vede queste medaglie? Sono riconoscimenti alla mia laboriosità: croce d’oro, croce al merito, medaglia per i 35 anni di lavoro…Avevano valore ai tempi del regime, ora non contano più niente, ma per me contano ancora. Non sono mai stato iscritto al partito. Ho fatto solo parte delle organizzazioni giovanili. Dunque le mie medaglie me le sono guadagnate davvero.
Nel 1980 avevo 44 anni. Lavoravo al cantiere Remontowa, adiacente al Lenin, dal marzo 1963. Ero fabbro. Aggiustavo i montacarichi delle navi. La mia famiglia è del sud, veniamo da Wieruszowa. A quel tempo l’Istituto professionale apriva la strada al lavoro. Ma voglio fare un passo indietro, al 1943, perché in quell’anno io mia madre e mia sorella siamo finiti nel campo di concentramento di Dachau. I tedeschi consideravano Wieruszowa territorio germanico, così ci hanno internati. Dachau era un campo di passaggio, io ero molto piccolo e non ricordo bene. Mia madre parlava il tedesco: lavorava nelle cucine del campo e occasionalmente faceva da interprete. Ero rinchiuso in una baracca, ma ogni tanto potevo stare con lei nel palazzo delle SS.
Sette mesi più tardi, con l’avvicinarsi della prima linea, ci hanno portati in Baviera. Nel nuovo campo si stava meglio: avevo otto anni e facevo il giardiniere. Poi sono arrivati gli americani. Sei mesi in un loro campo. Nell’ottobre 1945 siamo tornati a Wieruszowa.
Mio padre ha preso lavoro alle acciaierie Krupp. Io nel 1954 ho ceduto al fascino del mare e mi sono spinto fino a Gdansk. Per qualche hanno ho fatto il geologo, poi sono entrato in cantiere.
Ricordo lo sciopero del 1970. Mi hanno anche sparato addosso, durante una manifestazione, davanti alla stazione ferroviaria: tutti scappavano, mi hanno puntato, ho sentito le pallottole fischiarmi intorno, ma fortunatamente l’ho scampata. Da poche ore l’esercito era stato autorizzato ad usare le armi. Prima c’erano stati anche momenti di puro divertimento come quando, approfittando del fatto che loro non potevano reagire, abbiamo sequestrato un carro armato e girato per la città fino all’esaurimento del carburante. Poi la tragedia, morti a Gdansk e Gdynia. Anche gli operai avevano qualche arma: pistole prese alla Milicja.
Il passaggio del potere tra Gomulka e Gierek aveva offerto nuove speranze. Ma le condizioni materiali di vita non sono migliorate: guadagnavo tremila zloty e mi era difficile mantenere la famiglia.
Io stavo coi sindacati ufficiali. Mi occupavo di vacanze gratuite per i figli dei lavoratori, assistenza medica, case, eccetera. Nel dicembre 1980 sono entrato in Solidarnosc e devo dire che lì lavoro pratico zero: Se dai sindacati ufficiali riuscivo ad ottenere qualcosa – e se non ottenevo dal sindacato andavo al partito – con Solidarnosc niente.
Quando il 16 agosto 1980 Walesa ha firmato l’accordo solo per il cantiere Lenin, noi del cantiere Remontowa e del cantiere Nord eravamo proprio arrabbiati. I cantieri Lenin sono separati dai nostri da un solo cancello. Verso le ore 18 noi stavamo a quel cancello e abbiamo visto quelli del Lenin che tornavano a casa. E noi? Eravamo rimasti soli. Allora abbiamo organizzato un nostro comitato di sciopero che ha continuato l’occupazione. Anche tra i lavoratori del Lenin c’era chi voleva continuare. Walesa lo ha saputo e lo sciopero è ripreso anche da loro. Il 17 agosto Walesa ha tentato di entrare nel nostro cantiere. Noi gli abbiamo chiuso il cancello in faccia. Allora è salito su un carrello, ci invitava a unirci a loro. Che ipocrita! Uno di noi più arrabbiato degli altri lo ha raggiunto e lo ha picchiato a sangue. Solo tre giorni dopo, con la mediazione di Andrzej Gwiazda, abbiamo aderito al loro comitato di sciopero.Da noi la situazione era più calda: dal mare erano arrivate alcune navi militari: due o tre volte al giorno entravano in canale. Una volta ne ho contate cinque. Noi siamo marinai della riserva: in 2500 con la divisa da marinai, ci siamo messi uno accanto all’altro lungo la riva del canale. Gridavamo ai militari delle navi di unirsi a noi. Da quel giorno le navi non sono più venute.
Ho lavorato al cantiere fino al 29 aprile 1993: 30 anni e 29 giorni. Ero invalido e mi hanno dato il prepensionamento.
Durante lo stato di guerra abbiamo occupato il cantiere. Eravamo in pochi, circa 500. Purtroppo gli altri, oltre 6000 persone, impauriti, sono scappati. Siamo rimasti lì dentro fino a mercoledì, poi sono arrivati gli Zomo, le riserve militanti della Milicja: erano tremila. Ci hanno portati al cantiere Lenin e segregati in due stanze. Poi, dieci per volta, ci hanno lasciati andare. Qualcuno ha detto che quegli Zomo erano delinquenti comuni prelevati dalle carceri e messi in divisa.
Quando mi sono dimesso guadagnavo 4 milioni di zloty, equivalenti a circa 4000 zloty della vecchia moneta. Adesso ho una pensione di 1100 zloty. Ho i miei buoni motivi per avercela con Walesa: quando era presidente non ha voluto firmare la legge sulle pensioni anticipate obbligandomi così a lavorare altri due anni; e poi tutti sanno che negli anni Settanta collaborava con i Servizi speciali. C’erano le prove, che, guarda caso, sono sparite negli anni della sua presidenza.
Nelle elezioni presidenziali del 1990 ho votato per Walesa; cinque e dieci anni dopo per Kwasniewski e la sinistra. In Polonia migliaia di persone devono procurarsi da mangiare tra i rifiuti. Una legge sull’aborto molto restrittiva costringe le donne ad abortire illegalmente. Non si fa così. Noi dobbiamo vivere con poco ma c’è chi accumula molto. Una casa costa ormai più di 2000 zloty al metroquadro, e un operaio non è più in grado di comprarsela».

Sesta parte (continua)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica dal vivo il 28 agosto 2010