Il tamburo di lotta - Le storie 2

Giovanni Giovannetti



«Dite che non mi sono sottomesso»

Zenon Kwoka, classe 1954, lavorava alle officine dei trasporti urbani. Il 14 agosto 1980 organizza lo sciopero dei trasporti a Danzica, Gdynia e Sopot. Quando le autorità concedono un notevole aumento degli stipendi, Kwoka a stento riesce a convincere i colleghi a continuare lo sciopero di solidarietà con i cantieri.
La sera del 16 agosto si reca ai cantieri, ma qualche ora prima Wałęsa ha firmato un accordo con il direttore Gniech e gli operai se ne sono andati a casa: «Ma come, io metto in gioco la mia reputazione e loro rinunciano a lottare... Mi sono proprio incazzato».
Kwoka è tra coloro che vogliono continuare lo sciopero, almeno per solidarietà verso le aziende che non hanno ottenuto nulla: «l’atmosfera era molto tesa, quasi tutti sembravano sull’orlo di una crisi isterica, me compreso. Mi hanno anche accusato di essere una spia. Nulla di strano, scontri del genere possono capitare, perché nei cantieri tutti eravamo uguali. Stavamo costruendo uno Stato dei cittadini, anche se non ne eravamo consapevoli».
Nei giorni caldi delle trattative, Kwoka è il segretario di Wałęsa. Dopo la firma degli accordi, guida Solidarność a Gdynia. È anche il vicepresidente regionale del nuovo sindacato. Il 13 agosto 1981, giorno del colpo di Stato, sfugge in un primo tempo alla cattura e va ai cantieri Lenin per organizzare lo sciopero e l’autodifesa.
Il 16 agosto l’esercito occupa i cantieri con i carri armati. Kwoka è picchiato a sangue dagli Zomo, la milizia civica motorizzata: «Avevo uno zigomo spaccato e la camicia inzuppata di sangue. Ho perso conoscenza. Quando mi sono ripreso ho potuto solo gridare "Dite che non mi sono sottomesso" e subito mi hanno portato via». Nei cantieri si diffonde la notizia della sua morte. Resta otto mesi in prigione, a Iława e a Kwidzyń.
Zenon perde il lavoro ai trasporti urbani e rimane a lungo disoccupato. Poi, fino al 1992, lavora all’Accademia polacca delle scienze, come addetto alla costruzione degli impianti di ricerca; ma, almeno fino alla "Tavola rotonda", Zenon è soprattutto un militante del movimento clandestino. Dalla Svezia arrivano presse tipografiche nascoste nei container: con auto e camion le porta a destinazione in ogni parte del Paese.
Il 1989 è l’anno della rottura con Solidarność. Zenon si oppone a ogni forma di trattativa e compromesso con i rossi e la stessa cosa fanno altri consigli regionali: «Allora Wałęsa ha preteso che sottoscrivessimo l’adesione: chi non firmava restava fuori. Io sono rimasto fuori».
Si è costruito la casa e fa quasi tutto da solo. Anche il casalingo: «cucino e mi occupo delle tre figlie. Fortunatamente mia moglie Krysia guadagna bene: insegna contabilità e operazioni bancarie in una scuola privata e così io posso permettermi il lusso di non avere uno stipendio. Qualche volta ho giocato in borsa, con alterne fortune». Ora non gioca più, da quando ha perso 10.000 dollari e ha imparato, a sue spese, che «nei giochi della borsa i piccoli azionisti non sono tutelati».
Non vuole apparire un reduce deluso. Giovanile, jeans e camicia sportiva, non dimostra i suoi cinquant’anni. Ha ripreso a studiare, politologia e giornalismo, presso una scuola privata. Dice di avere molti progetti per il futuro, a partire dalla tesi sull’identità nazionale. Non è contrario all’Unione europea ma «bisogna vedere a quali condizioni. La storia ci insegna che la nostra posizione in Europa è stata più solida quando la Polonia ha avuto una sua forte indipendenza e forti legami con altri Paesi dell’est come Lituania e Ucraina. Il maresciallo Piłsudski voleva continuare quella politica ma non poté; tuttavia, nei ventun anni fra le due guerre mondiali, la Polonia ha ottenuto più che negli anni che sono passati dalla seconda guerra a oggi. E ora sembra che la nostra unica speranza sia l’ombrello offerto dall’Unione europea. Con l’Europa non guadagneremo molto: temo che diventeremo soltanto uno spazio nell’espansionismo dell’Unione verso est».
Alle ultime elezioni parlamentari Zenon non ha votato: «Non volevo scegliere il male minore». Non pensa di tornare presto in politica. Studia per migliorarsi e per capire meglio il passato - di cui è stato un protagonista - e il presente - di cui è rimasto un attento osservatore - . «Incontro spesso i vecchi amici, che ora sono deputati e dirigenti. Donal Tusk mi voleva in Piattaforma civica; altri mi proponevano di costituire una nuova formazione. Chissà, forse in futuro... ».
Non gli mancano le proposte di impiego, i vecchi amici si ricordano di lui. Ma non ha accettato la carica di vicecapo della guardia municipale e ha detto no a chi lo voleva a dirigere l’impresa statale per la tutela del patrimonio monumentale, che a Danzica non manca. Per Zenon, gli accordi della "Tavola rotonda" hanno sancito la fine di Solidarność: «Chi ha vinto davvero? Abbiamo avuto il potere per poco tempo e tra le mani non ci è rimasto niente».

Zenon Kwoka (1954). «Lavoravo nelle officine dei trasporti urbani, tram e bus. Il 14 agosto 1980, saputo dello sciopero ai cantieri, ho organizzato lo sciopero dei trasporti nelle tre città di Gdansk, Gdynia e Sopot.
Non conoscevo nessuno dei sindacati liberi, a parte Bogdan Borusewicz, una persona straordinaria, infaticabile membro del Kor, il comitato di autodifesa sociale, che si era presentato alle mie officine con il casco dei cantieri fingendosi operaio e sollecitando la nostra solidarietà allo sciopero. Ho preso contatti con il cantiere e la sera del 16 agosto sono andato al ’Lenin’ per seguire le prime trattative. Ma vedevo gli operai che tornavano a casa; mi dicevano che era stato raggiunto un accordo. Anche noi dei trasporti, trattando col sindaco, avevamo ottenuto un aumento di 2500 zloty, ma non ci eravamo fatti comprare e abbiamo continuato lo sciopero in solidarietà con le aziende che non avevano ottenuto nulla.. Mi sono proprio incazzato. Ma come? Sulla solidarietà io mi giocavo la reputazione e ora questi se ne tornavano a casa. Ero deluso. Mi aspettavo un cantiere pieno di operai e invece c’erano poche persone. In un angolo alcuni operai più giovani volevano continuare lo sciopero. Intorno a loro un silenzio totale. L’accordo per tornare al lavoro era stato firmato da Lech Wałęsa e da Clemens Gniech e riguardava l’aumento del salario, l’indennità di carovita, la riassunzione di Anna Walentynowicz e dello stesso Wałęsa. Si dice – e molto probabilmente è vero – che Wałęsa collaborasse coi servizi segreti. Di certo si sentiva protetto: secondo lui era protetto dal cielo, ma e assai probabile che il cielo di Wałęsa stesse in qualche segreta stanza terrena.
Con la ripresa dello sciopero sono diventato il suo segretario, stavo con lui giorno e notte, chi voleva incontrarlo doveva prima passare da me, partecipavo anche agli incontri informali. Wałęsa non mi è mai parso particolarmente determinato: era evasivo sui punti politici: sindacati liberi, censura, libertà dei prigionieri politici; bisognava tenerlo sotto pressione, era superficiale, cercava la popolarità, lavorava per sé stesso.
Fortunatamente nel comitato c’erano singole persone sconosciute –anche membri dei sindacati e del partito – che portavano il loro contributo. Un ruolo importante lo ha avuto Andrzej Kolodziey dei cantieri di Gdynia, che non ha mai smesso di scioperare. Ma i veri eroi dello sciopero di solidarietà erano le aziende in lotta, la gente sapeva che eravamo di fronte a una opportunità storica.
Di notte andavamo a convincere le altre aziende a scioperare. Borusewicz era il più determinato in questo fondamentale lavoro di collegamento e costruzione.
Dopo la firma degli accordi sono tornato alla mia officina, questa volta come sindacalista, stipendiato da Solidarność: ero segretario a Gdynia e vicepresidente nella Regione. Sono stato anche delegato al primo congresso. Il 13 dicembre 1981, giorno del colpo di Stato, la Milicja è venuta a casa mia verso le quattro del mattino: erano in tre, facevano i duri e secondo me avevano bevuto. Mi hanno intimato di seguirli. Io ho risposto tornandomene a dormire. Loro hanno cercato di portarmi via di peso; mi sono aggrappato al letto e ai mobili, insomma ho fatto resistenza passiva. Loro non hanno usato le armi. A un certo punto quello in borghese ha detto: "Ti aspettiamo giù" e se ne sono andati. Sono uscito dal retro e mi sono nascosto a casa di un collega di lavoro. Alle sei ho potuto vedere il faccione di Jaruzelski annunciare in tv lo stato di guerra e la legge marziale. Sono andato alla mia azienda e ho proclamato lo sciopero generale. Purtroppo i lavoratori non mi hanno dato retta: erano spaventati e soprattutto delusi, perché dei 2500 zloty promessi nell’agosto ’80 ne avevano ricevuti si e no 1200.
Alle otto come ogni domenica sono andato a messa in cattedrale. Il clima era surreale. La chiesa era piena di gente e né all’omelia né a fine funzione è stata detta una parola su quanto stava accadendo. Ero arrabbiato. Il vescovo era terrorizzato e non intendeva prendere alcuna posizione né dare indicazioni.
Sono andato ai cantieri e con Borusewicz e altri dirigenti abbiamo organizzato lo sciopero. Io e gli studenti della Scuola superiore di marina ci siamo messi in difesa del cancello 1. Il giorno 16 sono entrati in forze coi carri armati. Gli Zomo mi hanno picchiato a sangue. Avevo uno zigomo spaccato e la camicia madida di sangue. Ho perso conoscenza. Poi, quando mi sono ripreso, ho potuto solo gridare "Dite che non mi sono sottomesso". Subito mi hanno portato via. Nei cantieri si era diffusa la notizia che ero morto. In realtà ero rinchiuso alla centrale di Jotopova, la caserma di Zomo e servizi segreti; poi mi hanno portato alla prigione di Iława , dove sono stato otto mesi.
Una volta fuori ho scoperto che ero stato cacciato dalla mia azienda. Per molto tempo non ho trovato lavoro, poi mi hanno assunto all’Accademia polacca delle scienze come addetto alla costruzione degli impianti di ricerca.
Fino al 1989, fino alla ’Tavola rotonda’ (il confronto a tutto campo tra Solidarność clandestina e il potere), sono stato molto attivo nel movimento: ero nel consiglio regionale clandestino. Dalla Svezia arrivavano clandestinamente le presse tipografiche. Con auto o camion le portavo personalmente a destinazione in ogni parte del Paese. Pochi mesi prima del compromesso con il potere era arrivata la notizia che i ’rossi’ volevano trattare. Noi di Gdansk non volevamo e la stessa nostra determinazione era stata espressa da altri consigli regionali. Allora Wałęsa ha preteso che sottoscrivessimo l’adesione: chi non firmava restava fuori dal movimento. Io sono rimasto fuori.
Attualmente sono disoccupato. Lavora mia moglie e io gioco in borsa con alterne fortune».

La grande abbuffata

Marian Moćko, classe 1936, dal 1958 al 1992 operaio dei cantieri Lenin, è morto in un incidente stradale. Caduto sulla breccia, come dicono i suoi colleghi. Qualcuno è convinto che in quella calda giornata di fine estate 2000 Moćko è stato assassinato. Moćko era uno degli animatori dell’Arka, una associazione sorta per tutelare lavoratori ed ex lavoratori dei cantieri da un «»criminale imbroglio»: Moćko l’irriducibile, Moćko l’ingenuo idealista. Lo avevamo incontrato a Danzica pochi mesi prima della sua morte e ne serbiamo un caro ricordo.
Marian Moćko, Bolesław Hutyra (64 anni) e Andrzej Bugajski (63) erano diretti a Varsavia, al ministero del Tesoro, per preparare l’assemblea generale degli azionisti dei cantieri che, su proposta di Moćko e compagni, il giorno dopo avrebbe chiesto che fosse annullato il fallimento del 1996 e dichiarata perciò illegittima la loro vendita. Una brusca frenata, lo schianto, la morte. Il giorno dopo, all’assemblea di Danzica si sono accesi lumini in suo ricordo.
Riepiloghiamo. 1988, la Polonia è ancora socialista. Il primo ministro Mieczysław Rakowski firma la liquidazione dei cantieri Lenin, una decisione motivata più dalla politica che da ragioni economiche. Ne conseguono i primi licenziamenti; come liquidazione, gli operai congedati ricevono sei paghe mensili. È ormai chiaro che nessun cambiamento di regime potrà salvare la fabbrica. I 7605 lavoratori rimasti chiedono allora una analoga somma per loro e Jacek Kuroń, ex dissidente e ministro del Lavoro del primo Governo non-comunista, li convince a scambiare le liquidazioni con azioni dei cantieri. Il 17 dicembre 1990, dopo una prima ristrutturazione, il 40 per cento dei cantieri è ripartito tra le maestranze a titolo gratuito. I cantieri sono in perdita e non si vedono proposte serie di soluzione. Barbara Piascecka-Johnson, una multimiliardaria americana di origine polacca, offre 50 milioni di dollari, poi diventati 6, e non se ne fa niente. Nel 1997 Zygmunt Solorz, l’equivalente polacco di Berlusconi (è proprietario di Polsat, la maggiore televisione privata polacca), lancia una offerta che subito ritirerà. Padre Tadeusz Rydzyk, l’influente sacerdote redentorista direttore di Radio Maryja, fonda allora un Comitato per salvare i cantieri e raccoglie soldi ovunque nel mondo; poi si offre di rilevarne il 60 per cento a un prezzo simbolico, troppo simbolico, e in Polonia ancora si domandano dove sono finiti i soldi raccolti dal Comitato: forse sono serviti a finanziare la campagna elettorale di alcuni candidati di estrema destra, nelle liste AwS di Marian Krzaklewski, alle vittoriose elezioni del 1997.
Dopo un ultimo tentativo fallito dello stesso Krzaklewski, l’8 settembre 1998 i cantieri sono venduti per 115,7 milioni di złoty (circa 26 milioni di euro) ai cantieri di Gdynia, ma, al momento dell’acquisto, nelle casse dei cantieri Lenin ci sono 42,77 milioni, subito finiti nelle tasche degli acquirenti. Insomma, in Polonia si dice che i cantieri di Gdynia hanno comprato un portafogli con i soldi dentro. Calcolando quel denaro, l’acquisto dei cantieri è costato circa 72 milioni di złoty. Come mai? Secondo quelli dell’Arka, i cantieri valevano 3,328 miliardi di złoty e c’erano debiti per 61,027 milioni; secondo i compratori, i cantieri valevano 227,4 milioni e avevano debiti per 377,3 milioni. Per giunta, i nuovi proprietari non hanno sborsato uno złoty, esibendo solo una garanzia bancaria per 72,93 milioni. Moćko e gli altri si sono rivolti alla magistratura: l’Arka chiede «che ai 7605 operai azionisti dei cantieri siano ridati i soldi». Purtroppo, quelle azioni sono ormai pezzi di carta straccia.
Forse i cantieri sono stati svenduti o addirittura regalati, forse non tutto è stato trasparente. Tuttavia Borowczak e il giovane presidente della città Paweł Adamowicz (l’equivalente del nostro sindaco: in Polonia, nelle maggiori città il sindaco è eletto direttamente dai cittadini) invitano a non dimenticare i posti di lavoro che sono stati salvati. Ancora più duramente, l’ex delfino di Wałęsa, Bogdan Lis, definisce chi si è opposto alla vendita «gente ferma a trent’anni fa, quando era la politica a decidere tutto. 150 anni fa venne processato un uomo perché rivendeva in città a prezzo maggiorato i panini che comprava in campagna: passò due anni in prigione per speculazione. Ecco, quelli dell’Arka sono fermi a questo livello».
Nel giugno 2000, Marian Moćko passa le sue mattinate in un seminterrato della città vecchia di Danzica. La stanza piccola e buia, stipata di poltrone e divani stile anni Settanta, col tempo era diventata la roccaforte dell’Arka. Sulle pareti si affollano souvenir di Solidarność, ricordi dei cantieri, bandiere, crocifissi, vecchie fotografie in bianco e nero e immaginette religiose. Accanto alla porta, sopra un lucido scaffale impiallacciato, come usava trent’anni fa, un televisore che ormai è un pezzo d’antiquariato. Solo un fax segnala che siamo ormai nel terzo millennio.
Questo seminterrato testimonia la protesta del 1970 e i morti davanti al cancello 2 dei cantieri Lenin. Protestavano contro l’aumento dei prezzi, dunque per il pane. Moćko lo ricordava bene: nel 1980 sono stati più duri ma c’era «il sostegno del papa polacco, della comunità internazionale e la presenza a Danzica dei media di tutto il mondo».
Moćko era in pensione dal 1992. Era in fabbrica anche il 13 dicembre 1981, il giorno del colpo di Stato: i telefoni che a Danzica non funzionavano più, lo sciopero di martedì 15, i carri armati che entravano nei cantieri travolgendo tutto, dal cancello 2 alle barricate operaie. Su una di esse c’era Moćko. Ci voleva un carrarmato, racconta vent’anni dopo, per farlo cadere. Dalla seconda barricata, quella costruita nel buio seminterrato dell’Arka, poteva toglierlo soltanto la morte, prometteva Moćko. È stato di parola.

Marian Mocko (1936). «Sono abbastanza anziano da ricordarmi anche la protesta del 1970 contro l’aumento dei prezzi e i morti proprio davanti al cancello 2. Ho visto tutto, ero con loro, volevamo uscire dal Cantiere e la polizia ha sparato. Nell’80 le cose sono andate meglio. Abbiamo vinto, ma la situazione era cambiata, grazie al Papa polacco e all’attenzione su Danzica dei media di tutto il mondo. Ho lavorato ai Cantieri 34 anni.
Sono stato assunto nel 1958, assemblavo le navi. Nel 1992 sono andato in pensione.
Ricordo bene anche il colpo di stato del 13 dicembre 1981. Che qualcosa non andava lo si era capito già il giorno prima. Nei Cantieri c’era una conferenza di Solidarnosc e i telefoni hanno smesso di funzionare. Non era possibile alcuna comunicazione con Varsavia. Martedì 14 abbiamo scioperato. Il giorno dopo sono entrati coi carri armati. Hanno distrutto le nostre barricate; ero ferito e ho perso conoscenza. Più tardi ho incontrato Anna Walentinowicz nella sala mensa. Sono arrivati loro e l’hanno arrestata insieme a molti altri. Io l’ho scampata. Ero solo un operaio e non stavo nelle loro liste.
Oggi mi batto nell’ARKA, una associazione che vuole tutelare i lavoratori del Cantiere da un criminale imbroglio ai loro danni perché dal 17 dicembre 1990 il 40 per cento della proprietà è stata equamente ripartita tra le maestranze a titolo gratuito. Nel 1998 i Cantieri di Danzica sono stati ceduti ai Cantieri di Gdynia. Come? Minimizzandone il valore ed esagerandone i debiti. Ricordo che l’area dei Cantieri, 750.000 metri quadrati, sorge molto vicino al centro di Danzica e qui un metro quadrato vale 1000 zloty e agli ex dipendenti non è andato un bel niente. Noi vogliamo che i 7.605 operai azionisti dei Cantieri riabbiano i loro soldi. Ci siamo rivolti alla Magistratura.
Delle nostre lotte, delle nostre aspettative non è rimasto niente. Il Cantiere era la mia vita, la madre che mi dava la possibilità di mantenere la mia famiglia. Ho sette figli, il più giovane ha 32 anni, lavorano tutti per i privati e non sempre c’è lavoro: quando uno di loro perde il lavoro è la famiglia a provvedere. Un tempo dicevamo che non può esserci solidarietà senza libertà; ora dico che non c’è libertà senza solidarietà».

Quinta parte (continua)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica dal vivo il 22 agosto 2010