Pietro

Teo Lorini



Con meticolosa attenzione, Pietro infila volantini fra i tergicristalli delle auto in sosta. A tracolla ha la borsa troppo grande di chi è cresciuto nel terrore di dimenticare a casa qualcosa che potrà essergli utile nel mondo esterno; addosso uno spolverino beige che lo invecchia ma che la mamma gli avrà comprato dicendo: "è serio", "ti dà un tono", "sul posto di lavoro l’aspetto è la prima cosa".
Ma il posto di lavoro per Pietro è la strada, sono i volantini da distribuire per un pugno di euro a giornata, sono gli insulti del capo che lo chiama handicappato. E poi a casa non ci sono più né mamma, né papà. Quando Pietro rientra nell’appartamento in cui è cresciuto c’è solo suo fratello Francesco, capace di passare in un istante da un abbraccio rude a un’esplosione di violenza e rancore: "Se non c’eri tu, studiavo", "se non c’eri tu, chissà cosa potevo essere adesso". E invece adesso Francesco è un tossicodipendente, il suo compagno di scuola Nikiniki è lo spacciatore che si diverte a umiliare entrambi quando viene a portare le dosi in quell’appartamentino che ormai cade a pezzi e dove Pietro tenta con i suoi mezzi inadeguati di riportare un minimo d’ordine, di pulizia, del povero decoro che doveva esserci quando ancora i suoi erano vivi.

La storia di Pietro, a ben vedere, è quella di una persona che cerca di ritagliarsi uno spazio in una società che ogni giorno di più non ha spazio per i perdenti, i fragili, gli ultimi; che non trova più scandaloso perseguitare un barbone, umiliare la vecchia che non ha i soldi per il biglietto del tram, urlare "ladro" o "rompicoglioni" al ragazzo blandamente ritardato che vorrebbe solo infilare un volantino nella cassetta delle lettere. L’unica via di scampo per Pietro è l’evasione nei ricordi o nelle fantasie in cui si perde contemplando una fontana, con la sua cascata immutabile e sempre diversa. Ma la realtà sembra contrarsi attorno a lui per tornare ad assediarlo da ogni parte con il suo frastuono e la sua violenza.

Gaglianone racconta in dieci capitoli/stazioni, la via crucis del suo protagonista e nonostante l’aspra difficoltà e l’alto rischio di patetismo della vicenda, riesce nell’impresa di non scivolare mai nella retorica o nel pietismo, limitandosi a documentare, senza indignazione di maniera, l’imbarbarimento del nostro quotidiano. Alla riuscita di questo bellissimo film contribuiscono tanto il lavoro sul montaggio quanto quello di Vito Martinelli su una partitura sonora che restituisce in maniera impressionante il disperato bisogno di fuga di Pietro. Sopra ogni altra cosa però va menzionata la straordinaria prova di Pietro Casella. Misurato e realistico in ogni gesto, l’attore torinese restituisce con precise sfumature espressive il flusso degli stati d’animo che il suo personaggio attraversa esprimendo con la stessa intensità la paura, l’euforia scomposta, l’angoscia, il senso d’impotenza e frustrazione di Pietro.

Se la nuova direzione non avesse selezionato per il Concorso Internazionale un numero così elevato di opere di alto livello (dal serbo Beli beli svet, al rumeno Periferic, dallo svizzero La petite chambre al colossale film cinese di quasi sei ore Karamay) non avremmo problemi a pronosticare la presenza di Pietro nel palmares di questo Locarno 2010. Pardo o non Pardo, per la pellicola di Gaglianone c’è già un’ottima notizia. Il coproduttore Gianluca Arcopinto ha infatti annunciato che il film (cui Rai Cinema ha negato il supporto) verrà distribuito in Italia dal 20 agosto per merito di Lucky Red.

Passate parola.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 13 agosto 2010