Il tamburo di lotta - Le storie 1

Giovanni Giovannetti



Tra le vittime della tragedia aerea in Russia che pochi mesi fa ha decapitato la classe dirigente polacca, figura va anche il nome di Anna Walentynowicz. La pasionaria degli scioperi del Baltico aveva ormai aver fatto l’abitudine al ruolo di donna - simbolo. Dal suo licenziamento, nell’agosto 1980, prende il via la protesta operaia; durante lo sciopero è la più intervistata dalla stampa occidentale; la sua biografia ispira ad Andrzej Wajda la figura di Maciek Tomczyk, il figlio di Mateusz Birkut, ne L’uomo di ferro. Ma c’è un precedente clamoroso nel 1950, quando il volto di Anna viene riprodotto in un manifesto e sui giornali tra una falce e un martello, e Anna diventa una icona laica del socialismo polacco. Come nel quadretto appeso al muro della sua fabbrica, che riproduce il volto di una operaia, al lavoro «per costruire un mondo migliore». Quando Anna lo guardava, si identificava in lei e, piena di ardore patriottico, andava a lavorare: «Ci credevo. Credevo anche alle frasi scritte sui muri, "La gioventù costruisce le navi", e cose del genere. Ero grata alla Polonia popolare che mi permetteva di lavorare e di vivere».
Ha 10 anni quando deve cominciare a guadagnarsi da vivere. Scoppiata la guerra, il padre va al fronte, la madre muore di infarto, il fratello è deportato in Germania. Anna rimane sola. Una famiglia si prende cura di lei, ma la bambina deve sgobbare: si alza alle 4, accudisce alle mucche e ai maiali, poi prepara la colazione per gli altri. Pulisce la casa, cucina, si occupa del bestiame, fino a tarda sera, e così per sette giorni alla settimana. «Nella mia vita ho incontrato molte persone buone, ma il più importante è stato un signore che mi ha consigliato di andare ai cantieri e imparare il mestiere, così sarei diventata un essere umano», ha raccontato nel 1980 la Walentynowicz alla giornalista e scrittrice polacca Hanna Krall.
Anna va ai cantieri. È semianalfabeta, lavora e studia, lava anche panni a pagamento. È una vita dura, ma lei pare non sentire la fatica. Assunta come saldatrice, nel 1964 passa alla gru mobile. L’anno dopo il medico le diagnostica un cancro e cinque anni di vita. Ovviamente si sbagliava, ma Anna non la pensa così: «Se Dio mi ha regalato la vita, forse ha voluto che ne facessi qualcosa di buono...»
Pluridecorata per meriti di lavoro, attivista dei sindacati liberi non ufficiali fondati nel 1978, nel 1980 viene licenziata a pochi mesi dalla pensione. Dopo la firma dell’accordo col Governo entra in Solidarność: nei mesi seguenti accompagna le delegazioni delle fabbriche in visita ai cantieri, ma ormai sono frequenti i dissidi con Wałęsa e con parte del gruppo dirigente. Così, nel luglio 1981, le ritirano il mandato di rappresentanza sindacale. Anna torna operaia fino allo stato di guerra. Il 18 dicembre 1981 viene arrestata: undici mesi di prigione e campo di internamento.
Sempre più lontana da Solidarność, la pasionaria di Danzica organizza convegni «per dire la verità su come vanno oggi le cose in Polonia» e per dare voce a politologi, economisti e sociologi non allineati: «Oggi tutto ha un costo: il medico, l’ospedale… Come si fa a vivere con 500 złoty di pensione al mese? Da questo punto di vista, è molto peggio di prima. Oggi, un polacco medio mangia meno carne che nei tempi del comunismo, quando la carne si comprava con i buoni. E tutto questo è avvenuto sotto le bandiere di Solidarność. Una minoranza vive benissimo e fa alzare la media, ma è come dire che, se porto a passeggio il cane, tra me e lui le gambe sono sei, tre in media, anche se in realtà lui ne ha quattro e io due».

Anna Walentynowicz (1929-2010). «Ho 80 anni e sono nata a Wolnye, una città ad est. Mia madre era sarta e mio padre giardiniere. A Danzica sono venuta nel 1945. Durante la guerra ho perso i genitori. Morto anche un mio fratello, ucciso dai russi. Così di me si è occupata un’altra famiglia. E’ con loro che sono giunta clandestinamente in Polonia, dopo un viaggio durato due settimane. Qui ho lavorato i campi e in una fabbrica di margarina e intanto ho seguito un corso di formazione professionale. Nel 1950 sono stata assunta ai Cantieri come saldatrice. A quel tempo in fabbrica c’era un quadretto che riproduceva il volto di una valorosa operaia, al lavoro per costruire un mondo migliore. Lo guardavo, mi identificavo in lei e piena di ardore andavo a lavorare. Ci credevo. Credevo anche alle frasi scritte sui muri: "La gioventù costruisce le navi" e cose del genere. Ero grata alla Polonia popolare che mi permetteva di lavorare e di vivere. Purtroppo ero semi-analfabeta e questo per me costituiva un problema, così lavoravo e studiavo. Facevo anche lavoro straordinario: lavori di bucato. Era duro, ma non sentivo la fatica. Tutto questo contribuì a farmi diventare la nuova operaia da manifesto con la falce e il martello: il mio volto era finito sui muri e sui giornali.
Nel 1951, dopo un corso di addestramento durato due settimane, mi hanno mandato al congresso della gioventù socialista di Berlino. Al corso ci hanno insegnato cosa dire e non dire e come comportarsi di fronte a un ’agente nemico’. Una volta a Berlino alcuni di noi si eclissarono. Ci fu ordinato di non dire a nessuno quanto era accaduto, cioè dire bugie.
Un anno dopo è nato mio figlio. Un mese prima di partorire ero ancora al lavoro e a nessuno pareva importare della mia gravidanza. Del padre preferisco non parlare: non ero sicura che fosse l’uomo giusto per me, così non l’ho sposato. L’uomo giusto l’ho incontrato solo più tardi e l’ho sposato nel 1964.
Ora lavoravo alla gru mobile, facevo da madre a mio figlio e mi occupavo dei problemi dei lavoratori. Così sono emersi i primi conflitti.
Nonostante l’abilità nel lavoro, mi hanno licenziata tre volte, e per tre volte hanno dovuto riprendermi grazie alle proteste degli altri operai. Eravamo sfruttati e io mi esponevo sempre di persona nel rivendicare il diritto alla retribuzione del lavoro straordinario e notturno. Protestavo. Così, nel 1968, ho subìto il primo licenziamento: venni accusata di avere a che fare con la protesta degli studenti. Figuriamoci! A quei tempi non facevo politica e mi dividevo tra casa e cantiere, la mia seconda casa. Andò a finire che il licenziamento fu ritirato dopo le vibrate proteste dei miei colleghi di lavoro. Mi hanno solo spostata da un’altra parte.
In verità non saprei dire cos’è la politica. Io voglio solo fare del bene a me e agli altri. Se questo comportamento è politica allora io faccio politica da sempre.
La mia attività nei sindacati clandestini è cominciata nel 1970, dopo la morte di mio marito nel 1971 e dopo la partenza di mio figlio per il servizio militare. Ho cooperato con gli attivisti del Kor, il Comitato di autodifesa sociale. Nel 1978 è stato creato il primo sindacato libero. Portavo nel Cantiere il loro materiale di informazione. Ho scritto anche qualche articolo per "Robotnik". Naturalmente era molto rischioso. Mi sorvegliavano. Ero uscita allo scoperto e ricevevo consensi dagli operai e minacce da direzione e sindacato ufficiale. Il 30 gennaio 1980 è scattato il secondo licenziamento. Ma anche in questo caso i miei compagni, scioperando, hanno ottenuto la sospensione del provvedimento. Solo un nuovo cambio di reparto.
La terza volta, il 7 luglio 1980, mi hanno proprio cacciata dal Cantiere. Le guardie mi hanno fermata al cancello di ingresso, caricata su un’auto e portata direttamente a casa in modo che strada facendo non potessi parlare con nessuno. Pensavano di farla franca, invece era l’inizio della rivolta. Sono intervenuti i sindacati liberi. Al Cantiere Andrzej Gwiazda, ingegnere elettronico e autorevole membro dei nuovi sindacati, ha invitato gli operai a scioperare in mia difesa: "Se voi non difendete quelli che lottano anche per voi nessuno vi potrà mai difendere". Questa volta hanno scioperato tutti. Ero commossa e sorpresa da tanta solidarietà: scioperavano per me, per l’aumento del salario e contro il caro-vita.
Dopo tre giorni il direttore Klemens Gniech ha ritirato il licenziamento, concedendo anche un aumento di 1000 zloty mensili. Unica condizione: che accettassi il trasferimento ad un altro incarico 60 chilometri fuori Danzica. Ero confusa, non sapevo cosa fare; in fondo ero stata riassunta e c’era stato anche l’aumento di stipendio. A quel punto gli altri operai con lungimiranza hanno alzato il tiro chiedendo – e ottenendo - che io rimanessi a lavorare dentro il Cantiere, oltre ad un ulteriore aumento della busta paga e il ritiro del licenziamento per l’elettricista Lech Walesa, licenziato due anni prima per il suo attivismo sindacale, che ora conduceva la trattativa con la direzione. Richieste di aumento erano state avanzate anche dagli operai di altre fabbriche, ma solo noi avevamo ottenuto qualcosa. Walesa era soddisfatto e il 14 agosto ha invitato gli operai a sospendere lo sciopero; girava per il cantiere e invitava tutti a riprendere il lavoro. Purtroppo molti operai sono tornati a casa; in Cantiere eravamo rimasti in 300, disorientati e indecisi su cosa fare. Un uomo che nessuno conosceva ha preso la parola e ci ha sollecitati a sostenere la lotta degli altri per i quali non era previsto nessun accordo e che ora rischiavano il licenziamento. Il suo nome era Tadeusz Szczudlowski e, se ben ricordo, lavorava sulle navi. Ritengo che le sue parole abbiano deciso le sorti dello sciopero. Fu lui a rilanciare la lotta, in solidarietà con chi non aveva ancora ottenuto niente.
Per richiamare gli operai nei Cantieri, quella domenica abbiamo organizzato una messa. Fu proprio Tadeusz a fabbricare la croce. Sono arrivati in cinquemila e la lotta è ripresa, diretta dall’Mks, il comitato interaziendale di sciopero, vale a dire i rappresentanti delle fabbriche baltiche in lotta. Davanti al cancello 2, accanto alla foto del Santo Padre, vennero esposte le nostre richieste, politiche e sindacali.
Le cose erano cambiate, c’era stata l’elezione a Papa di Giovanni Paolo II, c’era stato il suo viaggio in terra polacca l’anno prima. Con un messaggio al Primate di Polonia Cardinal Wyszynski il Santo Padre ora appoggiava le nostre rivendicazioni. Un sostegno decisivo, che ci ha resi molto più forti. Intanto Walesa era tornato a guidare lo sciopero. Non sapevamo cosa pensare; così lui ha ripreso il controllo della situazione. Walesa era molto utile ai comunisti; se poi ha fatto carriera lo deve anche a loro.
La trattativa ora andava avanti alla luce del sole, con gli operai fuori ad ascoltare la discussione tra i rappresentanti del Governo e quelli del Comitato di sciopero, che ormai associava oltre 600 aziende. Fino all’accordo del 31 agosto.
Dopo, la mia vita è cambiata. C’era Solidarnosc e io dovevo occuparmi delle delegazioni delle fabbriche in visita ai Cantieri per vedere coi loro occhi gli accordi firmati. Insomma, svolgevo attività sindacale. Ma Walesa non vedeva di buon occhio le mie iniziative e nel luglio 1981 mi ha fatto ritirare il mandato di rappresentanza sindacale. Così sono tornata a fare l’operaia. Fino allo stato di guerra. Il 18 dicembre 1981 sono stata arrestata e rinchiusa in prigione e in campo di internamento, fino al luglio ’82 quando, dopo un mese di libertà, mi hanno di nuovo rinchiusa e poi rilasciata. Sei mesi dopo sono tornati a prendermi altri cinque mesi di vita.
Oggi i miei ex compagni vogliono impedirmi di svolgere un ruolo dentro Solidarnosc. Non posso nemmeno avvicinarmi ad una sede, anche solo per salutare qualche vecchio amico. Ma io non rinuncio a dire la mia. Così ho dato vita ad una "Fondazione per la tutela dell’arte sacra", una copertura legale per rompere le scatole e dire la verità su come vanno le cose in Polonia. Organizzo convegni, sollecito studiosi ed esperti non allineati a fare relazioni su economia politica e società. Ora queste carte girano in modo semiclandestino, passano di mano in mano come una volta i Samizdat o nelle principali biblioteche. Lì raccontiamo i nuovi poteri economici e politiciSiamo al sesto convegno. Il prossimo tratterà di legge e legalità in Polonia. Dietro la sigla Solidarnosc oggi non c’è niente di quanto creammo nel 1980. La nuova Solidarnosc porta avanti la politica della paura e dell’insicurezza sociale, altro che solidarietà! Come già i comunisti questi nuovi potenti si sono dimostrati veri accaparratori e pensano solo a soldi e carriere. La Polonia è arrivata al terzo posto in Europa tra i Paesi più corrotti.
Produciamo solo per l’esportazione, girano troppi soldi che spesso finiscono nelle mani sbagliate. Dei vantaggi di questa trasformazione ne hanno goduto in pochi perché chi è povero resta povero senza nessuna possibilità di veder rappresentati i propri interessi. Ormai la gente è sfiduciata e a queste condizioni non è possibile avviare iniziative di lotta, organizzare un movimento sociale per l’autodifesa dei più deboli, gli esclusi.
Dobbiamo promettere a noi stessi che nessuno rimarrà solo con le sue difficoltà. La distribuzione della ricchezza dovrà riguardare tutti. La nuova economia di mercato sta separando sempre più i pochi ricchi sempre più ricchi dai poveri sempre più poveri. E tutto questo è avvenuto sotto le bandiere di Solidarnosc. La gente ha faticato a capire che non era più la Solidarnosc di una volta.
Se andate per le strade accanto alle auto cromate troverete persone che cercano il cibo tra i rifiuti perché non hanno da mangiare; davanti alle chiese incontro persone ancora giovani che chiedono l’elemosina. Oggi tutto ha un costo: il medico, l’ospedale… Con 500 zloty di pensione al mese come si fa a vivere? Sotto questo punto di vista adesso è molto peggio di prima, anche se c’era meno roba e bisognava pazientare a lungo, anche giorni o mesi, per comprare un televisore o un frigorifero. Adesso c’è di tutto, i negozi traboccano di merce ma in molti possono solo guardare. Secondo una ricerca di Gwiazda oggi un polacco medio mangia meno carne dei tempi del comunismo, quando la carne si comprava coi buoni. Una minoranza di polacchi vive benissimo e questo fa alzare la media. Ma è come dire che se porto a passeggio il cane tra me e lui le gambe sono sei, media tre, anche se in realtà lui ne ha quattro e io ne ho due».

A destra cercasi leader

Nel vocabolario di Lech Wałęsa komuna (comunisti) è l’insulto peggiore. Wałęsa oggi è un ex leader di Solidarność, un ex presidente della Repubblica, un ex eroe nazionale, un ex punto di riferimento dell’antagonismo politico e sociale ai komuna del generale Jaruzelski. Ha un passato ingombrante e un futuro decisamente incerto, specie dopo la sconfitta alle presidenziali del 1995 e la vera e propria debacle del novembre 2000 contro il presidente in carica Aleksander Kwaśniewski, l’ex giovane leone postkomuna.
Wałęsa rappresenta ormai solo se stesso. Data la penuria di alternative, anche la Chiesa ha cambiato tattica e i rapporti con i neo-socialdemocratici sono migliorati col tempo. Ma di alleanze a sinistra l’ex presidente non vorrebbe più sentir parlare perché – spiega – c’è un "disegno celeste" contro i "rossi", del quale già nel 1980 egli è stato lo strumento inconsapevole.
Per un cattolico forse non è bello nominare Dio invano. E forse per questo motivo lo Spirito santo troppo spesso evocato ogni tanto si distrae e guarda altrove. Come nel 1991, quando Wałęsa, da poco eletto presidente della Repubblica, favorisce la frammentazione di Solidarność in oltre 150 partiti e partitini: «Avevo sottovalutato i comunisti. Quando noi ci siamo separati, loro hanno abbracciato la socialdemocrazia e ci hanno fregati». Un errore politico gravissimo, una ingenuità colossale le cui conseguenze gravano ancora sulla destra polacca.
A bassa voce l’ex presidente confida i suoi dubbi sull’ingresso della Polonia nell’Unione europea, ma ammette che non ci sono alternative, nonostante il timore di un’Europa a due velocità, col rischio della Polonia relegata a mercato per gli altri partner senza nulla in cambio.
Per il rilancio economico dei Paesi dell’est europeo, Wałęsa chiede un nuovo Piano Marshall: «Credevo che l’occidente avesse un piano per la Polonia, come ci fu il Piano Marshall per alcuni Paesi europei subito dopo la seconda guerra mondiale. In fondo, dopo la guerra fredda ce n’era ancora più bisogno. Invece gli occidentali hanno sovvenzionato la Russia senza alcun piano e senza controlli. Quei soldi sono spariti e ora alimentano l’economia sommersa e il suo seguito di mafiosi ed evasori fiscali».
La proposta di Wałęsa: «Era ed è molto semplice: non date soldi ma la possibilità di creare lavoro e affari, agevolando gli operatori economici che intendono investire nei Paesi dell’est europeo. Ci guadagneremmo tutti». Insensibile ai suoi richiami, poco dopo il nostro incontro la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dalla sua sede di Londra, ha intanto aumentato i finanziamenti a Mosca e ridotto la quota destinata agli altri Paesi ex comunisti.
Nel 1991 Marian Krzaklewski eredita da Wałęsa la guida di Solidarność. Lavora all’Accademia polacca delle Scienze. Nel 1980 era un simpatizzante dei sindacati liberi, ma non ha un passato glorioso di dissidente e ne soffre. Nei giorni più caldi del 1980, mentre Wałęsa scavalca il muro dei cantieri di Danzica per unirsi agli scioperanti, Krzaklewski e la bella moglie Maryla sono in vacanza in Bulgaria, sulle spiagge del Mar Nero. Tornato in una patria infiammata dagli scioperi, tra gente che grida "pane e libertà", Krzaklewski si unisce al movimento d’opposizione al regime comunista. Ma non è tra gli elementi di spicco del nuovo sindacato: lo sanno anche i militari golpisti, che nei giorni bui dello stato di guerra rinchiudono quelli di Solidarność in prigioni e campi di internamento e lasciano Krzaklewski in libertà.

Lech Walesa, 1943: «Dobbiamo al nostro defunto Santo Padre se gli scioperi del 1980 hanno avuto quel corso. Grazie a lui e alla maturità dei polacchi, abbiamo potuto realizzare ciò che non è stato possibile nel 1970 e nel 1976. Avremmo potuto scioperare a lungo ma non avremmo cambiato niente. Dal nostro Papa è venuta la spinta che ci ha portati a quelle conquiste. Il Santo Padre è stato un regalo del cielo. Qualcuno lassù ha voluto farci entrare nel nuovo millennio senza il comunismo. Forse il comunismo sarebbe stato sconfitto anche senza il Santo Padre, ma trenta anni più tardi, molto probabilmente con un bagno di sangue e magari la catastrofe nucleare. Perciò dobbiamo ringraziare Giovanni Paolo II e il Cielo. Del resto il crollo sovietico è iniziato proprio a Danzica. Un pezzo del muro di Berlino è simbolicamente franato in quell’agosto. Col tempo mi sono sempre più convinto che a guidarmi è stata la Mano divina. Quanto alla decisione di interrompere lo sciopero già il 16 agosto, beh, circolano troppe leggende. La verità è un po’ diversa perché ancora una volta è intervenuta qualche forza difficile da definire. Abbiamo finito la trattativa col direttore e abbiamo democraticamente votato per l’approvazione dell’accordo. Ogni reparto aveva tre rappresentanti e tra loro c’erano anche operai comunisti. Ho finto di terminare lo sciopero perché dopo i comunisti sarebbero tornati a casa e con gli altri avremmo continuato la lotta. Un’idea geniale ma non preparata a tavolino. Ancora una volta lo Spirito Santo che da lassù ci guidava ci ha dato una mano.
Il nostro movimento era sorto per lottare contro il comunismo. Non ci siamo mai sottomessi a loro. Già nel 1945 l’Occidente ci ha traditi. Negli anni Cinquanta abbiamo lottato con le armi, poi abbiamo manifestato nelle piazze e ci hanno sparato addosso. Abbiamo sempre perso, ma abbiamo imparato. Il 1980 è il frutto maturo di questa saggezza: non siamo usciti dalle fabbriche, abbiamo gestito lo sciopero e la trattativa dentro i nostri territori liberati, se fossero entrati armi in pugno ci saremmo seduti per terra: avrebbero dovuto portarci via di peso tutti millecinquecento. Avevamo elaborato diverse strategie di lotta: se Solidarnosc avesse perso noi avremmo organizzato una Solidarnosc internazionale nei Paesi dove c’era il dissenso. Ma non è stato necessario, perché la democrazia ha vinto».

Un Caronte per l’est

Bogdan Lis ha un curriculum vitae che, nei primi anni della Polonia democratica, garantisce almeno un incarico ministeriale: è stato uno dei fondatori di Solidarność, ma già nel 1978 era un attivista dei sindacati liberi Wzz, da cui Solidarność è sorta. Nel 1980 è a capo del Comitato di sciopero alla Elmor, una fabbrica di impianti elettrici per le navi, dove il giovane Lis lavora, vicecapo del Comitato di sciopero generale Mks e tra i firmatari degli accordi di Danzica.
È iscritto al Poup e durante lo sciopero raccoglie fondi tra i militanti: vorrebbe un partito interlocutore forte della società civile, così come vorrebbe restare un iscritto «per non indebolirlotroppo e per mantenerlo come interlocutore: senza di loro con chi avremmo trattato? con i sovietici?». Viene espulso. Dopo gli accordi del 1980 fa parte delle autorità centrali di Solidarność: «La minaccia dell’invasione da parte dei sovietici era tenuta in debito conto da Solidarność anche se, dopo l’Afghanistan, il "Grande fratello" tendeva a soffocare i movimenti sociali con la repressione interna».
Durante i primi giorni dello stato di guerra sfugge alla Milicja e, dal sotterraneo dove si è nascosto con altri compagni, organizza un comitato clandestino di Solidarność. Arrestato nel 1984, accusato di alto tradimento, sei mesi dopo è rilasciato e nuovamente arrestato. Al processo di Danzica lo condannano a due anni e mezzo; esce di prigione un anno e mezzo dopo, grazie all’amnistia generale. Nel 1988 è tra gli organizzatori degli "scioperi di maggio"; lo arrestano di nuovo ma esce quasi subito di prigione e fare parte del team di Solidarność alla "Tavola rotonda", occupandosi delle riforme politiche.
Alle prime elezioni semilibere del 1989, Lis viene eletto senatore con il 73,4 per cento dei consensi nel voivodato di Danzica, ma già nel 1991 abbandona la vita politica, dopo i conflitti che porteranno Solidarność a frammentarsi in una miriade di piccoli gruppi. Per un po’ Lis si tiene lontano dalla vita dei partiti e avvia una attività di consulenza alle ditte occidentali che vogliono entrare nei mercati dell’est europeo. Ha interessi anche nel campo edilizio e nella pubblicità. Torna alla politica attiva con l’Unione della libertà, il partito di Mazowiecki e Kuroń: alle elezioni amministrative del 1998 viene eletto consigliere del voivodato: è uno dei leader del partito in Pomerania. Si presenta anche alle parlamentari del 2001, che perde, come tutti i candidati dell’Unione. Tuttavia, Lis è uno dei personaggi che contano a Danzica. Nel gennaio 2000 diventa presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Centro Solidarność. Lo ha proposto Lech Wałęsa.

Bogdan Lis, 1954: «Nel 1980 ero impiegato alla ’Elmor’ che fabbricava impianti elettrici per le navi. Dal 1975 ero iscritto al partito. Durante lo sciopero addirittura ho raccolto soldi tra i militanti, poi mi hanno buttato fuori. Ero dell’idea che bisognasse restare nel partito per non indebolirlo troppo e per mantenercelo come interlocutore: senza di loro con chi avremmo trattato? Coi sovietici? La minaccia di invasione era tenuta in debito conto da Solidarnosc, anche se, dopo l’Afghanistan, il ’Grande fratello’ tendeva a soffocare i movimenti sociali con la repressione interna. Quindi c’erano dei limiti da non oltrepassare.
Nel 1989 sono stato eletto senatore. Dopo lo scioglimento del Parlamento (1991) alcuni conflitti dentro il movimento mi hanno indotto a uscire dalla vita politica e a dimettermi da Solidarnosc, che si era frammentata in gruppi e gruppetti. Ho anche rifiutato la proposta di Walesa di lavorare con lui alla Presidenza della Repubblica. Volevo tornare al lavoro, non volevo più dipendere dal movimento. Dall’aprile ’92 opero come consulente delle ditte occidentali per i mercati dell’est. Vendo anche tecnologie per l’edilizia, sempre sul mercato orientale; sul mercato interno ho l’esclusiva di certe tecnologie nel campo del termoisolamento. In questo momento sto preparando un grosso progetto di investimento urbanistico con incluso il suo finanziamento; insomma, un progetto globale. Mi occupo anche di pubblicità: gestisco in esclusiva le pagine pubblicitarie degli orari dei treni Intercity polacchi.
Danzica è cambiata in meglio, ma quello che frena lo sviluppo sono le sue infrastrutture deboli come strade e trasporti: ancora una volta si dimostra che dello sviluppo urbano devono occuparsi gli urbanisti. Come nei cantieri: con la politica che decideva tutto la situazione si è progressivamente logorata: le maestranze erano scese da 17 mila a 2 mila e non c’erano prospettive. Dopo l’acquisto da parte dei privati sono stati riassunti circa tremila operai e saranno ancora di più in futuro. Quelli che si sono opposti alla vendita non capiscono niente. 150 anni fa venne processato un uomo perché aveva comprato dei panini in campagna e li rivendeva in città a prezzo maggiorato: finì due anni in prigione per speculazione. Loro sono fermi a questo livello».

Quarta parte (continua)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica dal vivo il 13 agosto 2010