Io sono Tony Scott, ovvero Come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

Teo Lorini



Una delle più belle sorprese di questo entusiasmante Locarno 2010, Io sono Tony Scott ha avuto un’affluenza di pubblico tanto imponente da spingere il Festival ad organizzare una proiezione supplementare per sabato pomeriggio (Kursaal, ore 14). Per inciso, chi scrive è riuscito entrare in sala solo perché si è presentato con 40 minuti d’anticipo.

Nato a Morristown, New Jersey, nel 1921 da emigrati di un piccolo paese della provincia di Trapani, Anthony Joseph Sciacca ha partecipato da protagonista alla nascita del bebop, suonando nei locali della 52esima strada dove, notte dopo notte, le improvvisazioni di Thelonious Monk, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Lester Young e altri giganti traghettavano nella modernità la musica jazz. Fra quei titani c’era anche lui, Tony Sciacca, diventato Scott perché Ben Webster non riusciva a pronunciare la prima sillaba del suo cognome.
Come lui stesso ripete ad abundantiam nel documentario, Scott è stato "il numero uno": consacrato per quattro anni consecutivi miglior clarinettista dal prestigioso sondaggio della rivista "Down Beat", Scott – assieme al collega/rivale/connazionale Buddy Di Franco – ha fatto sì che uno strumento ritenuto antiquato come il clarinetto si ritagliasse un posto accanto agli ottoni nella storia del bebop. Amico di Charlie Parker (a detta di Scott sarebbe stato Bird ad approcciarlo per chiedergli "Can I play with you?") e di Billie Holiday per cui compose molti arrangiamenti e almeno un pezzo indimenticabile (ma praticamente mai inciso da Lady Day) come Misery, Scott ha arrangiato Banana boat, la celeberrima – e vendutissima – canzone di Harry Belafonte e ha inoltre contribuito all’approdo al jazz dell’allora giovanissimo Bill Evans, come ricorda Eddie Gomez, il bassista che accompagnò Evans per 11 anni.

Sarebbe arduo riassumere qui le tappe della carriera di Scott, ripercorsa da Maresco in un documentario costato quattro anni di lavoro. Per avere un’idea della grandezza del personaggio, è opportuno ricordare almeno il ruolo di Scott come pioniere della World Music. Nel 1965, di ritorno da un viaggio in estremo Oriente, il clarinettista portò in studio Shinichi Yuize, virtuoso giapponese del koto per incidere Music for Zen Meditations (Verve), disco fondativo di quella che sarebbe diventata la "New age" in musica. Il documentario di Maresco racconta ancora la storia della misteriosa scomparsa di Scott il quale, durante uno stage come insegnante di musica nell’Indonesia di Suharto, fu sequestrato e, verosimilmente, torturato per giorni dalla polizia che lo sospettava di essere un agente segreto. O la sua lotta inesausta a favore dei diritti dei neri americani: in tournée in Sudafrica fu il primo a far esibire dei musicisti di colore davanti a un pubblico bianco (per di più in un auditorium riservato agli africani!).

In 128 minuti (tanto veloci che si vorrebbe fossero molti, molti di più) Io sono Tony Scott raduna una quantità impressionante di aneddoti, filmati, testimonianze senza tuttavia limitarsi a ricostruire la biografia di un grande della musica. La riflessione di Maresco parte anzi dal desolante crepuscolo di Scott: il documentario si apre con il vecchio leone, ormai ottantenne, ospite di un programma di Bonolis che lo sbeffeggia con i consueti modi degni dei venditori di porchetta del Pasticciaccio gaddiano.
La storia di Scott, infatti, è la storia di un’umiliazione simile ad altre cui la nomenklatura culturale italiana ha troppo spesso condannato gli irregolari, i visionari, i sognatori. Da quando si trasferisce nel paese delle sue origini, al principio degli anni ’80, Scott subisce un ostracismo via via più vasto, in cui ebbero un ruolo la necessità (che lo portò ad accettare ingaggi nel combo del pianista Romano Mussolini, guadagnandosi così l’etichetta di fascista), l’eterno provincialismo e quel "costume degli italiani" che ci porta a isolare, a tendere cordoni sanitari intorno a a chi sovverte (o travalica) le categorie canonizzate per tentare invece strade nuove, azzardi davvero grandi (basta ripensare al trattamento che i contemporanei riservarono a Leopardi o, in tempi più recenti, a Pasolini).

Con l’arrivo degli spaventosi anni del berlusconismo, Scott è ormai ridotto a suonare per compensi ridicoli, come quelli negli storici locali milanesi dove contrattava un forfait di "quaranta mangiari", così da avere almeno la cena assicurata. Nell’impressionante mole del materiale recuperato da Maresco compaiono addirittura le esibizioni in sagre paesane e, da ultimo, le comparsate televisive e cinematografiche a cui era Scott costretto dalla necessità di pagare le cure per un tumore alla prostata. È come se il destino avesse atteso Scott al varco per presentarsi a lui proprio nel luogo dove, in teoria, avrebbe dovuto essere al riparo dall’esperienza di emarginazione toccata a molti dei grandi interpreti neri del bebop, a cominciare dal suo amico Charlie Parker.
Parallelamente a questa condanna che prende le sembianze amare del fallimento esistenziale, Scott scivola nella depressione, nella maniacalità, in una logorrea più volte ricordata dai musicisti che lo accompagnarono, in un accumulo di bizzarrie che non di rado sfiorava la psicosi o l’ossessione. Come quella per il passato glorioso in cui Tony Scott era "il più grande clarinettista del mondo". Proprio con queste parole, scandite nell’ultimo sussulto sul letto di morte, l’uomo che aveva cambiato la storia della musica al fianco di Parker e Gillespie è uscito di scena nel 2007.
Ma solo per tornare a vagabondare anche da morto: Maresco racconta infatti come il cadavere di Scott, morto poverissimo, sia stato "parcheggiato" nella cripta di famiglia di un cugino in attesa che Salemi, il paese di cui Scott era originario si assumesse l’esiguo onere di una tomba per il suo concittadino più illustre. Naturalmente così non è stato, almeno sino a pochi giorni fa. Infatti il notissimo sindaco/showman/critico d’arte che in campagna elettorale aveva promesso mirabilia per il comune belicino, di Tony Scott non si era ricordato e così il documentario comprende l’ennesimo, e ormai sconsolato appello, del cugino del musicista.
Locarno, però, ha compiuto nel miracolo: il richiamo della vetrina internazionale del Festival non poteva non allettare il primo cittadino di Salemi, che infatti si è presentato alla première annunciando l’erezione di un monumento e la creazione di una rassegna jazz in memoria di Tony Scott, il più grande, il più maltrattato clarinettista del mondo.








pubblicato da t.lorini nella rubrica musica il 12 agosto 2010