Periferic

Teo Lorini



Matilda è in prigione da due anni, pagando per un delitto commesso al servizio di Paul, fidanzato-magnaccia, nonché padre di suo figlio, Toma. Il permesso di mezza giornata che le viene accordato per il funerale della madre è l’occasione per fuggire e rimettere assieme ciò che resta della sua vita.
Prima chiede un aiuto al fratello Andrei che trova la maniera più vigliacca di respingerla, tenendosi stretto ai codici di un perbenismo e di una rispettabilità che non conoscono sacrificio o compassione. Sarà poi il turno di Paul, i cui traffici lo rendono meno ambiguo quanto a collocazione nella società, ma altrettanto subdolo nella capacità di ammantare di autogiustificazioni il suo istinto alla sopraffazione di chiunque sia più debole di lui. Quando Matilda scopre che Paul ha abbandonato Toma in un orfanotrofio decide di battersi per riuscire a portarlo con sé nella fuga verso un altro paese. Liberatasi di Paul, si mette alla ricerca di Toma solo per scoprirlo destinato allo stesso cammino di sfruttamento e umiliazione che lei ha conosciuto sulla propria pelle. Matilda riesce a recuperare Toma e a salire con lui sul treno verso il mare e la nave che aspetta di condurli verso un futuro ignoto ma forse meno miserabile. E proprio questo infinitesimale barlume di speranza rende più straziante la scelta con cui Toma, proprio come tutti che Matilda ha incontrato Matilda, la costringe ancora più a fondo nell’abisso di mortificata disperazione che è diventata la sua vita.

Bogdan George Apetri debutta a Locarno con un’opera prima che conferma la vitalità del nuovo cinema rumeno, rappresentato al Concorso internazionale anche da Morgen di Marian Crisan. E se da una parte la storia di umiliazione narrata in Periferic non è del tutto inedita, Apetri riscatta tale imperfezione con la solidità di una sceneggiatura (di cui è anche autore assieme a Tudor Voican) che delinea una serie di personaggi difficili da dimenticare, e con l’eccellente direzione di un ottimo cast, nel quale primeggiano il feroce Paul interpretato da Mimi Branescu e soprattutto l’intensissima Ana Ularu nei panni di Matilda.

Né finiscono qui i pregi di questo esordio, il quale ha anche il merito di rappresentare con sincera compassione una società regredita e prepotente, dove la crescente violenza si alimenta non solo della vitalità ferina dei criminali ma anche dell’ottusa chiusura e dell’incapacità di commiserazione opposta dai benpensanti verso la zona grigia in cui i miserabili scivolano irrefrenabilmente verso una solitudine disperata dove la brutalità sembra essere l’unica risorsa rimasta.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 11 agosto 2010