Il tamburo di lotta - seconda parte

Giovanni Giovannetti



Le aziende che fanno parte del Comitato interaziendale di sciopero (Mks) di Danzica sono ora 156, i membri del Comitato direttivo sono diventati 18. Il numero delle imprese aderenti a questo Comitato sale a 253 il 19 agosto; alla fine saranno più di 600. Alla televisione Edward Gierek, il segretario del Poup, annuncia concessioni salariali ma respinge le rivendicazioni definite politiche: evocando lo spettro dell’invasione sovietica invita alla vigilanza contro gli «elementi antisocialisti».

Navi militari in avvicinamento

Presso i cantieri Remontowa la situazione è più calda: due o tre volte al giorno navi militari entrano dal mare in canale. Annota Pruchnicki: «Noi del cantiere siamo della riserva. Con la divisa da marinai ci siamo messi uno accanto all’altro, 2500 operai lungo la riva. Gridavamo ai militari delle navi di unirsi a noi. Da quel giorno non sono più venute».
Il 19 agosto il vice primo ministro Tadeusz Pyka, che è a capo della commissione governativa, avvia negoziati separati presso la prefettura di Danzica. Il 21 agosto, a Pyka subentra il vice primo ministro Mieczysław Jagielski, ora incaricato dei negoziati. Anche Jagielski tenta la via della trattativa fabbrica per fabbrica. Gli scioperi toccano anche le acciaierie di Nowa Huta presso Cracovia, le miniere di rame di Głogów e Słupsk, Ustka, Świnoujście e Toruń.
La sera di sabato 23 agosto, ai cantieri Lenin, Jagielski si incontra per la prima volta con i rappresentanti operai. Ora il Comitato interaziendale di sciopero è affiancato da una commissione di esperti, guidata da Tadeusz Mazowiecki, che dirige la rivista cattolica “Więź”. Ne fanno parte storici, sociologi, economisti. La trattativa è ascoltata in presadiretta dentro e fuori i cantieri. Un corpo a corpo che dura fino a domenica 31 agosto, fino al «21 volte sì»di partito e Governo alle rivendicazioni operaie.

La transizione

Nei mesi successivi 10 milioni di polacchi, più di un quarto della popolazione, si iscrivono a Solidarność, il sindacato libero ma anche il nuovo punto di riferimento dell’antagonismo sociale al regime. Il dialogo tra società e potere si chiuderà bruscamente 500 giorni dopo, con lo stato di guerra e la legge marziale del generale Wojciech Jaruzelski. L’emergenza nazionale durerà otto anni, durante i quali Solidarność manterrà una sua struttura clandestina. Torna il sereno con il compromesso della Tavola rotonda (il confronto a tutto campo tra Solidarność e potere) e le prime elezioni semilibere del giugno 1989, nelle quali Solidarność otterrà quasi un plebiscito (al Senato, 92 seggi su 100). Il cattolico Tadeusz Mazowiecki diventa capo del Governo e il golpista Jaruzelski presidente della Repubblica. Nel settembre 1990 Jaruzelski lascia la presidenza e le nuove libere elezioni sono vinte da Lech Wałęsa. Sono gli anni della cosiddetta terapia d’urto sull’economia e di un radicale programma di stabilizzazione. Il passaggio all’economia di mercato, tuttavia, non è indolore perché aumenta la disoccupazione.
Resta il problema della bilancia commerciale in passivo: 15,8 miliardi di dollari nel 2000, l’8 per cento del Pil; 20 miliardi di dollari nel 2003, quasi il 10 per cento del Pil; secondo il Governo, il deficit è di 45,5 miliardi di złoty, circa 10 miliardi di euro, il 5,3 per cento del Pil. Restano i problemi della ristrutturazione industriale sempre più urgente e di una agricoltura arretrata che occupa circa il 25 per cento della popolazione attiva e che contribuisce al Pil solo per il 3,4 per cento. La riforma dell’agricoltura è forse il maggiore. Dal marzo 1999 la Polonia fa parte della Nato: uno schiaffo a Mosca, che ha peggiorato i già cattivi rapporti tra i due Paesi.
Dopo il successo di Azione elettorale Solidarność (AwS, il movimento di Marian Krzaklewski), dal 1997 al 2000 il Paese è governato da una coalizione di centrodestra guidata dal primo ministro Jerzy Buzek (AwS) e dal suo vice, il liberal Leszek Balcerowicz (Uw, Unione della libertà), padre della radicale riforma economica che, a partire dal 1992, ha traghettato il Paese verso l’economia di mercato. Il 6 giugno 2000 Balcerowicz e i suoi ministri hanno lasciato il timone a un Governo Buzek di minoranza, con l’appoggio esterno di Uw e un programma incentrato sulla rapida integrazione del Paese nel resto dell’Europa. L’anno dopo tornano a governare i postcomunisti di Alleanza della sinistra democratica (Sld, nata nel 1990 dopo lo scioglimento del Poup; è stata al Governo anche dal 1993 al 1997), guidata da Leszek Miller e appoggiata da Aleksander Kwaśniewski, presidente della Repubblica dal 1995. Cambia il Governo, ma non l’intento europeista. Nel giugno 2003, la maggioranza dei polacchi, il 77 per cento (ha votato il 59 per cento degli aventi diritto), ha detto «sì» all’ingresso della Polonia nell’Unione europea.

(seconda parte - continua)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica dal vivo il 5 agosto 2010