Il tamburo di lotta - prima parte

Giovanni Giovannetti



Danzica, 14 agosto 1980, giovedì. È un giorno assolato, le ferie di luglio sono un ricordo, le scuole stanno per riaprire. Gli ultimi irriducibili turisti tedeschi oziano ancora sulle spiagge di Gdynia e Sopot, a nord di Danzica, favoriti dal mercato nero della valuta e da alberghi e ristoranti a buon mercato per chi arriva dall’occidente. L’improvviso blocco delle comunicazioni telefoniche tra le città del Baltico e il resto del Paese infastidisce qualche giovane, ma è tollerabile. Del resto, molti degli abituali villeggianti estivi sono nati proprio qui, quando Gdańsk era la germanica Danzig e, dal 1919, "città libera" sotto il controllo della Società delle Nazioni.
Strano mondo. Qui i migliori ristoranti hanno ampie vetrate e buona cucina: si paga in marchi, dollari, franchi, lire. Da quelle vetrate, le lunghe file davanti ai negozi di generi alimentari con poca merce sembrano cose di un mondo lontano. Ma è il mondo della gente comune ormai abituata alla carne razionata, allo zucchero acquistato con la tessera, all’aumento dei prezzi, all’inflazione e al degrado morale di una classe dirigente che vive anch’essa in un mondo a parte. L’altro mondo preme su quei vetri e a giorni trasformerà una rivendicazione sindacale in una pacifica rivoluzione nazionale politica e sociale.

Nonostante Wałęsa

Il 14 agosto i cantieri sono fermi. Gli operai scesi in lotta chiedono che sia riassunta Anna Walentynowicz, 50 anni, trenta passati in fabbrica. Pluridecorata per meriti di lavoro, attivista dei sindacati liberi non ufficiali fondati nel 1978, è stata licenziata a cinque mesi dalla pensione. Chiedono anche la riassunzione di Lech Wałęsa, licenziato quattro anni prima per il suo attivismo sindacale, e 2000 złoty di aumento salariale, una quota di indennità di carovita, sindacati liberi e la garanzia che gli scioperanti non saranno denunciati. Ai cantieri Lenin inizia subito la trattativa con la direzione. Con Wałęsa, vi prendono parte tre rappresentanti per ogni reparto. Sabato 16 le parti raggiungono un accordo sugli aumenti salariali e il ritiro dei licenziamenti. Wałęsa annuncia la fine dello sciopero e, insieme al direttore, invita gli operai ad abbandonare i cantieri entro la sera di sabato.
Tadeusz Pruchnicki lavora ai cantieri Remontowa, adiacenti ai Lenin. Sono scesi in sciopero anche loro. I cantieri sono separati da un cancello e da lì Tadeusz vede quelli del Lenin che se ne tornano a casa. «E noi?», urla. Dall’altra parte alzano le spalle: «Eravamo rimasti soli».
Wałęsa è stato messo a capo dello sciopero perché è «uno di loro» e sa come parlare ai colleghi operai. In quelle ore Bogdan Borusewicz, un intellettuale membro del Kor, il comitato di autodifesa sociale, fingendosi operaio dei cantieri, con un casco giallo in testa sta girando di fabbrica in fabbrica a fomentare scioperi. Borusewicz va anche alle officine dei trasporti urbani. È una missione particolarmente difficile, perché nel dicembre 1970 - nonostante lo sciopero, l’esercito che ha sparato e le decine di morti - i trasporti urbani non si sono fermati. Bogdan avvicina Zenon Kwoka, un giovane e intraprendente operaio che si dice abbia ascendente sui compagni. Kwoka organizza lo sciopero dei trasporti urbani a Danzica, Gdynia e Sopot. Subito il Comune propone agli autisti un aumento di 2100 złoty, pari alla metà del loro salario, ma Kwoka e gli altri non si lasciano comprare e continuano lo sciopero di solidarietà con le aziende ancora in lotta. Il 16 agosto Kwoka va ai cantieri, giusto in tempo per incrociare gli operai che se ne stanno andando.

Wałęsa picchiato a sangue. Non dalla polizia

La sera di sabato 16, ai cantieri Lenin, su 17.000 operai sono rimasti in 300, disorientati e indecisi. Ma al cantiere La Comune di Parigi di Gdynia, al Remontowa e al Nord di Danzica e in altre aziende baltiche lo sciopero di mutua solidarietà non si è mai fermato. Qualcuno intuisce che è arrivato il momento, che si può chiedere di più, che l’accordo separato dei cantieri Lenin è stato un errore.
Per richiamare gli operai, quella domenica viene organizzata una messa. Tocca a Tadeusz Fiszbach - primo segretario del Poup nella regione di Danzica, comunista e influente membro dell’ala riformista del partito - autorizzare quella funzione religiosa, perché Fiszbach vuole calmare gli animi. Tornano in 5000, altri 2000 assistono all’esterno. Celebra padre Henryk Jankowski, il battagliero parroco anticomunista di Santa Brigida; il suo territorio ospita i cantieri e lui stesso ha mandato bambini e studenti di casa in casa ad avvisare gli operai. Lo sciopero continua, Wałęsa torna alla sua guida.
Ma restano alcuni conti da regolare. Pruchnicki: «All’annuncio della ripresa della lotta Wałęsa ci voleva con loro. Che ipocrita! Gli abbiamo chiuso il cancello in faccia e uno di noi, più arrabbiato degli altri, lo ha picchiato a sangue». Da allora il futuro presidente della Repubblica gira scortato da imponenti guardie del corpo.
Con la ripresa degli scioperi Kwoka diventa il suo segretario, sta con lui giorno e notte, partecipa anche agli incontri informali: «Era evasivo sui punti politici: sindacati liberi, censura, libertà dei prigionieri politici. Bisognava tenerlo sotto pressione, altrimenti era superficiale, cercava la popolarità, lavorava per se stesso».

I ventuno punti (e i due tolti all’ultimo momento)

Il 22 agosto, fuori dei cantieri Lenin, due grandi tabelloni appesi al cancello 2 spiegano alla popolazione le rivendicazioni politiche e sindacali in ventuno punti: si richiedono sindacati liberi, il diritto di sciopero, la libertà di parola, la liberazione dei prigionieri politici, alcuni interventi concreti per fare uscire il Paese dalla crisi, il rifornimento di generi alimentari per il mercato interno, l’abolizione dei prezzi commerciali e la vendita in valuta straniera sul mercato interno, sabato libero e così via. Altri due punti, in una prima versione più radicale, chiedevano libere elezioni e la soppressione della censura. Bogdan Borusewicz e Andrzej Gwiazda (altro esponente di spicco dei sindacati liberi e futuro vicepresidente di Solidarność) li hanno tolti: sanno che l’autolimitazione e la ricerca di un compromesso ragionevole favoriranno la sopravvivenza del movimento.
Nel dicembre 1970 era mancata una leadership politica e sindacale che guidasse lo sciopero: gli operai erano usciti dalle fabbriche formando cortei combattivi, l’esercito aveva sparato a Danzica e Gdynia, davanti ai cantieri Lenin e presso quelli della Comune di Parigi. Anche gli operai si erano armati con pistole sottratte alla Milicja, avevano divelto l’acciotolato delle strade e lanciato bombe molotov. Si erano contati 43 morti, ma si calcola che in realtà essi sono stati più di 500. Dopo la strage, Władysław Gomułka, padre-padrone del Partito operaio unificato polacco (Poup), aveva lasciato il partito a Edward Gierek, alimentando alcune speranze nella società. Ma la nuova industrializzazione, finanziata dalle banche occidentali, soprattutto tedesche, non decolla. In compenso, aumentano l’indebitamento con l’estero e le esportazioni, a tutto svantaggio dei consumi interni. Come lava in eruzione, il crescente disagio sociale trova negli scioperi del Baltico il modo per emergere. In quei giorni si crea una saldatura tra operai e intellettuali, inedita in Polonia.

Una lettera da Roma

Tutto è avvenuto come per caso. Zbigniew Lis, un tecnico disegnatore dalle buone capacità organizzative, viene nominato sul campo responsabile del servizio d’ordine interno. Il territorio dei cantieri è posto sotto il controllo di una milizia operaia, che si riconosce dal bracciale bianco e rosso. I Comitati di sciopero di Gdynia e Danzica hanno chiesto e ottenuto dalle autorità locali che siano proibiti gli alcolici finché dura la lotta. Nessun corteo ha varcato il cancello 2, sono banditi anche gli slogan e, a un eventuale intervento poliziesco, gli operai opporranno la resistenza passiva e si faranno portare via di peso.
Sul cancello 2, tra i fiori e le bandiere polacche e vaticane, è appeso il ritratto del Papa. Da quando non è più perseguitata - ha osservato Maurice Duverger – la Chiesa polacca è lo strumento principale di un pluralismo fondato sull’opposizione tra due organizzazioni monolitiche: a essa guarda l’opposizione sociale. In un telegramma al primate di Polonia cardinal Wyszyński, Giovanni Paolo II ha pregato «affinché l’Episcopato Polacco […] possa ora aiutare questo Popolo nel difficile sforzo che compie per il pane quotidiano, per la giustizia sociale e per la salvaguardia degli inviolabili diritti alla propria vita e allo sviluppo». Padre Jankowski viene mandato a leggerlo agli operai in sciopero. Il papa polacco si schiera con gli operai: «Sono insieme con voi, ai piedi di Nostra Signora di Jasna Góra, con la mia sollecitudine, con la preghiera e con la benedizione». Finalmente papa Wojtyła indica all’esitante clero polacco la via da seguire. Giovanni Paolo II parla da Roma a un anno dal suo trionfale ritorno in patria. È evidente quanto quella visita abbia influito sugli eventi del 1980.

(Prima parte - continua)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica dal vivo il 3 agosto 2010