L’ Armilla sciita

Sergio Nelli



L’Armilla sciita
C è un punto della neve come i fiori, gela o si sfascia, emette cupi bagliori. Tu per me sei questo punto, sei acqua bollente, mal di testa, pane secco. L’Armilla sciita è un gioiello in cui un serpente morde un altro serpente che lo morde. Ecco, con te davanti, le sconfitte infantili fanno l’Armilla sciita con l’impossibilità adulta. Aceto e aureola vinosa dei giorni festivi, cimitero di macchine, gallina fredda, testa di granseola. Anche la rondine nella tua faccia pare cattiva.

Meccanico
La macchina s’è ingolfata, non va più e mi lascia dove sono proprio come un incubo principiante. Metto le mani nei capelli, telefono a mio marito, mi viene da piangere, aspetto: le minacce son come le armi, prima o poi si consumano. Con sollievo incontro MECCANICO, cinico d’acchito e dottor House, arioso, intelligente, dice non è quel che sembra, traffica, cambia il pezzo senza chirurgia invasiva, a mani nude, soffia nel dispositivo. Vorrei che fosse lui a guarirmi così, stare tra lunghia nera e lo sguardo fruttuoso. Sollevata perfino alla fatturac

Sei anni
Da sei anni una donna mi aspetta di pomeriggio. Facciamo l’amore con gusto, dormiamo. La vena del polso batte, la voce del mercato arriva con le televisioni già accese in altre stanze, nelle corti e nelle terrazze gli uccelli cantano più forte. Lei mi lascia fumare una sigaretta a letto e così ripassiamo i fosfeni del giorno e tastiamo la penombra. Parliamo poco, sembriamo delusi, ma è solo la covata del silenzio; mentre il saluto è devoto. Prima di uscire mi lavo la faccia, guardo il cielo dalla finestrella del bagno, cerco con la mano in tasca labbonamento del bus. Tornato a casa cambio lavoro.

Inizio
Una ragazza leggeva un libro nei sedili davanti, mentre io guardavo il sole del primo mattino spazzare i fianchi delle colline. Non si sentii nemmeno il colpo, solo la frenata lamentosa e uno sbuffo che la macchina rilasciò bloccandosi. Avevamo investito una povera suora che incautamente aveva mosso due un passi nella strada poco dopo il cartello che indicava il nome di quella frazione in mezzo alla campagna. Dal mio sedile vedevo una pizzeria chiusa illuminata dentro dal sole, i tavoli di legno massiccio chiaro, l’arredo dozzinale. Arrivarono due ambulanze, poi la polizia. Le cose andarono per le lunghe. Presi un caffè a un bar tabacchi, guardai un giornale e uscii di nuovo mentre i fiati si condensavano nell’aria fredda. Avevo già trattenuto abbastanza: la suora, con la sua veste bianca, sembrava un gabbiano schiacciato. Si era creato un assembramento di macchine e persone che i poliziotti fecero sfollare. La ragazza che leggeva e io ci avvicinammo in quel momento. Si dovette aspettare il bus successivo che caricò tutti gli appiedati, straniti, adrenalinici, infreddoliti. Sedemmo insieme, in fondo. Avevamo cominciato a chiacchierare, a guardarci in faccia. Ricordo che oltre agli occhi di un castano chiarissimo, mi aveva colpito il jeans leggermente slabbrato sulla pancia tesa che lasciava intravedere una promettente calzamaglia nera.

Pater nostro
Ho quasi quindici anni e soprattutto prima di arrivare davanti all’ostia consacrata non riesco a impedire che le bestemmie girino nella mia testa. Sono entrato in chiesa e la prima cosa che mi è venuto di pensare è stata la degenerazione del Pater nostro in Pater mostro. Poi una raffica di cose triviali; porco, maiala, serpente, infame, puttana, cane, boia... Anche a casa, quando prego, alcune brutture mi si fanno di traverso. Ne ho parlato a don Lorenzo che non mi è parso colpito; ha detto di non preoccuparmi e di provare a recitare per un po’, al posto delle preghiere, il Cantico delle creature.

Speriamo bene
Mia madre faceva il bagno nella vasca. Le ho passato la mano sulla pelle dura della schiena che si ammorbidiva. Posso fumare una sigaretta? ti dà noia? No, fuma, resta, fammi compagnia. Mi ha chiesto un tiro e ha buttato il fumo mandando il corpo indietro come le fosse passato un brivido sulla schiena. L’ho guardata dalla tazza del wc dov’ero seduta. Come sono vecchia, diceva, non mi guardare. Ho tirato lo sciacquone perché la cenere sulla maiolica faceva l’effetto di una sgommata. Prima che uscisse dalla vasca, le ho massaggiato i capelli con lo shampo al balsamo, le piccole basette buffe che la fanno sembrare un bambino. Oh gente! ha esclamato e a me piace sentirla quando fa così, ma non glielo posso dire. L’ho avvolta nell’accappatoio, il pelo pubico le si è molto sfoltito, e l’ho frizionata mentre sorrideva alla specchio dove ci siamo incontrate. Mamma, le ho detto, con uno spolvero delle fossette degli angeli che ci gemellano -volevo dire qualcosa di importante - mamma, ho fatto, speriamo bene.

Din don
Quando contemplai la tua risma mi venne un gemito. Mi rigiravo nell’orgoglio, la toccavo e la toccavo, con le dita con la lingua col naso, ci strusciavo le gote, gli parlavo, gli facevo le fusa. Con la guancia schiacciata, con la testa ad ariete, con i peli, con un piede, scattando tutte le mie secrezioni, con la scienza dei muscoli, sazio, fino a che i frenuli diventavano spastici, fino a che non mi si apriva più che un occhio solo. Tiravo senza precauzioni, senza coperture simboliche. A che valeva mettersi in guardia contro i tuoi occhi scuri, le gambe nervose, quella chioma lunga da Penelope pensosa? Eri bella, sì, troppo, e troppo giovane... ma anche indebolita, parossistica, coatta, e non era indebolito parossistico e coatto l’universo intero? Più di due anni sono passati, quasi tre. E senza alcun senso, senza astuzia, provvidenza, eterogenesi dei fini, senza remunerazioni per alcunchì, quando ormai il tuo disagio è un che di veramente lontano, mi ammalo a mia volta: depresso, fobico, allucinato, anoressico, tossico, spiumato, rospo intormentito da uno spasmo del cuore.
Quante agnizioni scontate alla moviola, al replay! A Dublino in un pub, di fronte a una birra rossa che sorseggiavi piano, ti duplicai insensibile a sorseggiare il mio pianto (che ora però non c’è). Al carnevale di Venezia - dovevi pur divertirti, ballare, aggiungere al buon tempo un tempo di bambina - una maschera mi guardò storto troppo a lungo. E tutte le trame tutte delle videocassette che infornavamo: quanti tralignamenti, quante inversioni malefiche, quanto spaccio di eros e di morte!
Le serate, la cucina, i pomeriggi a letto mi piovono addosso come un bagno tiepido, come un tepore d’urina dal quale ci si sveglia zuppi e infreddoliti. Non ti rivedrò. Invecchio. Niente più mari di verde, niente più nuvole rubate. Carta vetrata, calli alle mani a forza buchi e di trapani, di mensole e di viti. Ora lo so perché dopo l’aliante mugellano lavoravo di mano: perché l’altra faccia del volo era la matrice, perché tu eri la fata e io Geppetto. Rifacevo via via il bagno, la sala, il letto, lo scolapiatti, la libreria, le fodere... Volevo un figlio insomma, din don, un bambino vero. Vedo le tue sopracciglia folte, scolpite, il ventre piatto, vedo lui che si passa le dita tra i capelli. Vi colgo che avanzate piano piano. Danzate, sembra, o vi rallento io a suon di respiri.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 3 agosto 2010