L’urlo del cigno

Silvio Bernelli



Oggi che la musica ha perso la centralità che aveva un tempo nella vita delle persone, e tutto il suono (o quasi) è diventato luccicante e stupido (pop-olare?), ha senso parlare di musica rock d’avanguardia? C’è ancora spazio per una musica che sia d’autore, ma anche muscolare; tosta nel senso migliore del termine, ma anche colta? The seer degli Swans è una risposta affermativa a entrambe le domande.

Anzi, dopo trent’anni di carriera – che comprendono anche i tredici di stop tra la metà degli anni ‘90 e l’uscita del roccioso My father will guide me up a rope to the sky nel 2010 – il gruppo newyorkese sforna quello che è forse il suo capolavoro, un doppio cd (triplo in vinile) ai livelli del sommo Children of god del 1987. “The seer è la sintesi di tutta i nostro dischi precedenti” ha dichiarato il leader del gruppo Michael Gira. Infatti i testi di The seer raccontano l’umanità dolente protagonista di tutti i pezzi degli Swans e la musica colpisce al cervello con una forza d’urto impressionante, come sempre. Mother of the world sfiora la soglia d’inascoltabilità del secondo disco degli Swans Cop (1982), non più attraverso un muro di distorsioni ma grazie a un intro in dispari che sfida la pazienza dell’ascoltatore per quattro minuti; poi il pezzo si srotola in una delle filastrocche ipnotiche tipiche delle band, non lontana dalle atmosfere più acustiche di Love of life (1992), una delle perle nascoste della musica di quel decennio. La title-track The seer è una cavalcata di oltre 30 minuti che richiama in modo infinitamente più ellittico e violento il Quartetto per archi ed elicotteri di Stockhausen, riecheggiando il rumorismo dell’esordio Filth (1983) e le rapsodie chitarristiche di The great annihilator (1995). Song of the warrior ripropone il pianoforte di Greed (1986) e grazie alla voce di Karen O degli Yeah Yeah Yeah riporta alla memoria le melodie oblique di Jarboe, vecchia cantante degli Swans. I ventitré minuti di The apostate ripropongono le atmosfere sospese e minacciose di tutti i lavori della band newyorkese, esplodendo poi in un chitarrismo straziante che cita la Sinfonia delle sirene di Avraamov. Ci sono insomma tutti i temi cari agli Swans e anche molte idee nuove nelle due ore di musica di The seer. Un lavoro che per essere apprezzato nel modo giusto andrebbe ascoltato dal vivo. Un concerto degli Swans è una delle più intense esperienze che possano capitare. I fendenti chitarristici e gli stacchi viscerali del basso sanno penetrare nella pancia in un modo che probabilmente nella scena musicale di oggi non ha eguali. Nell’attesa di un possibile tour italiano, ci si può chiudere nella propria stanzetta, ascoltarsi il cd a tutto volume e lasciarsi investire dall’assalto sonoro degli Swans. Un po’ come si faceva una volta. Quando Robert Fripp imbastiva per St. Elmo’s fire di Brian Eno quello che forse è l’assolo di chitarra più bello della storia; quando i Sonic Youth entravano nella Top 40 americana; quando alla musica non si chiedevano solo rassicurazione e divertimento e il rock d’avanguardia aveva il suo senso.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica musica il 17 settembre 2012