La vacanza del Dio potente

Maria Cerino



Sono alta dieci centimetri in meno di Roberto. Per questo quando siamo in spiaggia, e io non indosso le scarpe con il tacco, il nostro sguardo non è alla stessa altezza. Roberto potrebbe spogliare con gli occhi una qualunque delle donne alle mie spalle, sfilarle di dosso il costume, fingendo di fissare un punto indefinito e immateriale persino, senza che io me ne accorga. Ecco, tutto quello che desidero per una vacanza perfetta è il non dovermi preoccupare di dove e chi Roberto guarda. In agenzia, per la prenotazione, ho chiesto Un posto tranquillo, sa uno di quei luoghi dove vanno a fare il bagno i vecchi.
In macchina durante le tre ore di viaggio Roberto mi ha interrogato sul perché, tra tante località balneari vicine, abbia scelto un piccolo paesino sperduto dove non si capisce se si è in territorio campano, lucano o calabro persino. Dovevamo proprio cercare la fine del mondo, mi domanda sorridendo quando sbagliando un’uscita finiamo alla stazione di Marina di Maratea e gli unici due hotel vicini sono palazzi diroccati. Poi inizia a parlare di altro, e fuma. Ha sbottonato il terzo e il quarto bottone della camicia e io prendo velocemente un appunto mentale, ricordarsi di riabbottonarli prima di scendere. Il fatto che lui non capisca, che non si accorga di come abbia organizzato la nostra vacanza, mi fa una certa tenerezza. Allora vorrei quasi dirgli Ma sì, invertiamo e ritorniamo sulle costa cilentana dove c’è gente e ci sono giovani gambe sode di giovani donne con gambe più lunghe delle mie. Mi ricordo dei bottoni e della sua camicia e ritorno a pensare che Acquafredda sia il posto ideale. Mi stringe la mano sulla coscia, magari intuendo una qualche preoccupazione e io interpreto questa sua iniziativa come un via libera, nel senso che se siamo sempre soli, Roberto e io, sulla strada e in macchina, ma ora lo siamo in un modo diverso, intimo. Mi piego sulle sue gambe e do un paio di morsetti alla patta, Roberto sorride divertito e mentre alzo la testa con gli occhi spalancati e la bocca semiaperta mi sfiora il mento Non ora per favore. Lui è lusingato e io diffidente. Ritorna a toccarmi la coscia. Noto l’anello che gli ho messo al dito, controllo che anche il mio stia al suo posto e mi tranquillizzo.
C’è un unico modo per farsi amare da uomini come Roberto: diventarne l’ossessione sessuale. La sola condizione esistenziale da tenere presente tutti i giorni e per l’intera giornata è quella di avere un corpo, anzi, di più: essere un corpo. Non che non si parli, non ci si confronti, non si facciano di quei discorsi sulla politica e l’alternativa a sinistra e i vecchi attori sociali, la letteratura americana, il cinema francese e le battute di Woody Allen, la fame nel mondo. Solo che chiuso un pensiero ci guardiamo in faccia e neanche colpevoli cominciamo a toccarci, non me ne frega un cazzo la voglio scopare, lo voglio scopare. Scopiamo.
Arriviamo in spiaggia alla controra, siamo soli almeno nel raggio di una settantina di metri. Ci stendiamo sulla stessa sdraio, Roberto e io, più vicini. Mi chiama boccuccia con tenerezza pensando, di sicuro, a quello che è accaduto in albergo, prima di scendere. Ho fatto in modo di non fare l’amore, cioè di non farmi penetrare poiché il Cytotec invece che causarmi il ciclo con un paio di giorni d’anticipo - a questo serve l’uso improprio di un farmaco per curare in realtà l’ulcera - e permettermi quindi di godere della vacanza per intero, ha portato contrazioni uterine e anali dolorosissime con relative perdite di liquido melmoso e rosastro dalla vagina. Così, abbiamo fatto l’amore nel solo modo che ci fa sentire di volerci bene; ho bacia e strofinando il suo cazzo sui miei occhi sotto il mio naso, sulle labbra e poi le guance e ancora il collo, l’ho leccato e serrato, intrappolato tra i denti. Più la mia bocca è chiusa e morbida più la sua reazione è dura e forte, ci coccoliamo in questo modo - nei nostri vent’anni di differenza e d’amore -, mentre Roberto viene io bevo, e ci vogliamo bene.
Sulla sdraio faccio scendere un po’ il costume, quasi a scoprire i capezzoli; Roberto non lo sopporta, che mi scopra così, impudicamente, aggiusta il reggiseno. Ripetiamo la stessa scena per un quarto d’ora, come un gioco, una specie di perversione esercitata per mezzo della gelosia in un momento in cui manca l’elemento fondamentale della gelosia, l’altro, l’estraneo. Sfiniti dal caldo, dal prima in albergo, dalla nuotata e dal giochetto del bikini, ci addormentiamo sulla stessa sdraio con le mani strette e le gambe incrociate.
Arrivano le voci degli altri bagnanti, nel torpore del sonno, sarà passato del tempo. Roberto ha cambiato posizione e entrambi ci diamo le spalle senza toccarci. Apro gli occhi. C’è una vecchia obesa che porta un secchio d’acqua con cui riempire una piscina gonfiabile in cui l’eventuale marito tiene in fresco i piedi. La donna ha vene varicose che le percorrono le gambe chiatte e chili di cellulite che le fanno sembrare la pelle leggera, panna montata. Accanto c’è il figlio menomato di una quarantina d’anni che mangia un gelato al cioccolato. La vecchia fa avanti e indietro con il secchio per riempire la piscina che mai si riempie considerata l’acqua che perde durante il tragitto e quella che esce dalla piscina ogni volta che il marito alza i piedi e li poggia su un bordo, così la piscina s’inclina e l’acqua scorre via. La donna è paziente, le sue gambe sono pazienti e il gelato del figlio sembra non finire mai. La stessa scena è pressoché ripetuta ad ogni ombrellone tra quelli che riesco a vedere. Donne che riempiono piscine gonfiabili d’acqua per i piedi di mariti o per piccoli nipotini neonati senza padri né madri; e hanno tutte pancia e cellulite e vene varicose blu, viola. Nella folla incrocio altri due occhi che sembrano puntarmi da lontano; all’inizio sono solo gli occhi che vedo, poi la visuale si allarga: una paralitica sugli ottant’anni si è ribaltata con la sedia a rotelle. Mi guarda mentre rimane distesa con solo parte della bocca aperta e nella sabbia; un’altra signora che le sta vicino ride per l’accaduto, sguaiata, senza alzarla.
Chiudo gli occhi; anche quelli di Roberto sono chiusi o sta, invece, guardando la pancia di tutti i vecchi che ha dal suo lato. In silenzio. Non ci tocchiamo.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 luglio 2010