Scrivere in cammino

Maria Tasinato



Qualche mese fa, la filosofa scrittrice Maria Tasinato mi aveva informato della sua intenzione di compiere ancora il Cammino di Santiago di Compostela. Incuriosito, le avevo domandato se aveva intenzione di scriverne. Dalla meta del suo viaggio, mi ha spedito questa bella lettera manoscritta; l’ho trovata così intensa da chiederle il permesso di pubblicarla così com’era, mantenendone la freschezza d’improvvisazione. La trascrivo qui e ve la propongo con grande piacere. Grazie di cuore a Maria per le sue parole e la sua generosità.
T. S.


Santiago 10.6.10

Caro Tiziano,
tu pensi che sia facile scrivere del cammino, invece è una cosa difficilissima. Posso scriverti solo adesso perché sono arrivata alla meta. A guardar bene, il pellegrino avrebbe molto tempo a disposizione: normalmente non riesce a camminare oltre le due del pomeriggio. I motivi sono tanti: non si può strafare dovendo camminare più di trenta giorni - ma sarebbe lo stesso anche se si camminasse poco più di una settimana, perché i piedi, i muscoli e i tendini chiedono di riposare varie ore al giorno. Poi ci sono noiosi problemi logistici: se si arriva più tardi si rischia di trovare il rifugio già completo e di dover camminare altri km, cosa che è particolarmente faticosa. Fatta la fila per la doccia, e dopo essersi occupati del bucato quotidiano - indispensabile perché lo zaino deve essere il più leggero possibile, se non ci si vuole beccare una tendinite... - resterebbero, prima della cena, altre 2-3 ore. Invece, si preferisce chiacchierare con altri pellegrini, attività non sempre semplicissima perché lo si fa spesso in una lingua che non è quella materna per nessuno dei parlanti. Io, ad esempio, parlo solo spagnolo e francese e mi rifiuto di esprimermi in inglese, lingua che detesto e che non imparerò mai. Questo significa che mi posso trovare a parlare spagnolo con un non-latino, tipo un danese, un olandese, uno svedese o un australiano etc. e, in questo caso, non si può fare tanto i maccheronici, perché altrimenti non ci si capisce. E di che si parla? Si parla solo del cammino: delle tappe che si son fatte o, se già le si conosce, perché tanti rifanno il cammino varie volte, di quelle che si faranno. Quando poi si sta un poco soli, non si fa altro che fare progetti sul giorno dopo e si è presi dalla frenesia del conteggio dei km. Ah, dimenticavo: ci sono sempre chiese stupende da visitare, mediamente molto più antiche e sorprendenti di quelle italiane, chiese che hanno orari assurdi, visto che aprono solo dopo le cinque, le sette, le otto della sera. Quanto al dopocena, esso non esiste perché si va a letto molto presto, dovendosi alzare sempre quando il sole non è sorto. Tutto il cammino è, infatti, molto ad occidente, per cui l’alba è tardiva e il tramonto non arriva mai. Tutti questi particolari fanno sì che si viva assolutamente immersi nel presente: non esiste più nessun legame - ad esempio ci si disinteressa totalmente di quello che accade nel mondo o in Italia - con tutto ciò che non è strettamente legato all’hic et nunc... e scrivere è precisamente uscire dal nostro presente: cosa impossibile per ogni pellegrino. A dire il vero, si scrive qualcosa: uno sciattissimo diario della tappa che si è fatta, sulle opere d’arte visitate, sui paesini attraversati, sui km fatti quel giorno, talora sui tipi strani incontrati. Chi non lo fa rischia di perdere del tutto il senso del tempo e, peggio, di confondere una tappa con un’altra. Un’annotazione: non ha nessun senso fare il cammino in coppia o, in generale, in compagnia. Se lo si fa, si finisce per non conoscere quasi nessuno, e s’incontrano talora persone non banali. Molti italiani partono da soli ma poi non ce la fanno e molto presto si uniscono ad altri connazionali, e fanno tutto il cammino ricostruendo un gruppo pseudofamigliare... che patetici! Certo può capitare di fare un paio di tappe con qualcuno, però è saggio ed è bene interrompere prima che la compagnia diventi un legame o, peggio, un peso. I pellegrini migliori, tra quelli che si incontrano, fanno con te solo qualche pezzo di una tappa e poi casomai, senza obblighi, ci si può incontrare alla fine della giornata. Quanta autentica gioia c’è invece nel reincontrare qualche persona simpatica che si è persa di vista da una decina di giorni! Allora sì che c’è della gioia genuina! E poi non ha senso camminare sempre in compagnia per tanti altri motivi: non si vedono bene gli straordinari paesaggi, si devono seguire i ritmi dell’affaticamento di un corpo che non è il nostro, il quale muta le sue possibilità di resistenza giorno per giorno. E soprattutto non si gode dello straordinario silenzio che circonda chi cammina.

Ora ti racconto un’altra cosa che ha a che fare con il nostro rapporto con gli oggetti. Ebbene, il cammino è ideale perché ci rendiamo conto che siamo circondati da cose che non ci servono veramente, così che, tornati alla vita normale, si è presi da attacchi di minimalismo: via tutto quello che non è necessario! L’oggetto diventa un nemico: diventa qualcosa che, anche se non si cammina, comunque, assume lo statuto di qualcosa che pesa sulle nostre spalle... perciò ci si scatena in repulisti generali! Ma, anche durante il cammino, il rapporto è poco scontato: ci si deve preparare a perdere quasi tutto quello che si ha, escluso lo zaino e il sacco a pelo e il completo per ripararsi dalla pioggia e varie carte necessarie. Spesso ci si sveglia presto (anche perché quasi tutti russano fortissimo) e, per non disturbare gli altri che ancora dormono (nessuno nei rifugi, tuttavia, può stare dopo le otto di mattina), si finisce per sistemare lo zaino nella semioscurità... conclusione: si perdono cinture, pile, magliette, occhiali da sole - indispensabili!! -, creme per i piedi - pure indispensabili - , calzini, mutande etc. Talvolta si è costretti a sostituirli... talaltra, dopo il disappunto iniziale, si finisce per vederlo come un segno del destino e non si sostituisce nada!... Bene! Così si cammina più leggeri! Tutto sommato, un’esperienza parecchio istruttiva!

Santiago 12.6.2010

Adesso ti racconto una cosa molto personale: il rapporto con il mio bastone. Partendo in aereo, col bagaglio a mano, non mi ero potuta portare uno di quelli che uso abitualmente in montagna e, fin dall’inizio, avevo cominciato ad avere bisogno di qualcosa per non scivolare nelle strade fangose (nella Navarra e nella Rioja c’è un fango di argilla rossa, molto colloso e pesante, che garantisce cadute rovinose e pericolose ad ogni passo)... sì, ma che cosa? La maggior parte dei pellegrini usa quegli orrendi bastoncini che assomigliano alle racchette da sci. Beh, saranno pure comodi e salutari per scaricare la pressione sulle ginocchia, ma a me fanno venire il nervoso totale solo a vederli! Altri pellegrini si comprano un bastone tutto lucido, di solito smisurato, che ha un’aria "finta" che ti raccomando. Pochissimi altri pellegrini, fra cui la sottoscritta, preferiscono farsene uno nel primo boschetto che trovano. Così ho fatto io. Scegliere "el palo" (così si chiama in spagnolo) non è stato facile. Tutti i rami a terra erano fradici perché pioveva a dirotto e tutti mi sembravano marci. Ne ho scelto uno robusto ma molto storto nella parte inferiore, però simpaticamente adatto per essere impugnato. L’ho troncato all’altezza giusta perché odio i bastoni troppo lunghi. Gli ho dato pure un nome, dopo un po’. L’ho chiamato QUASIMODO, come il gobbo di Notre-Dame. Dopo un giorno era perfettamente asciutto e si è rivelato il mio "compagno" ideale per tutto il cammino.
"Compagno" è una parola che non ho usato mai: non ho mai avuto una fede politica così radicale (nonostante mi sia sempre sentita di sinistra) e, perciò, non ho mai fatto parte di un gruppo politico. Inoltre, non ho mai parlato di qualcuno come de "il mio compagno"... non sono un animale di coppia. Ma Quasimodo sì, è stato il mio compagnero. Molte volte l’ho perso, perché spesso ci si ferma a tirare fuori qualcosa per coprirsi dalla pioggia o semplicemente si fa una sosta in un bar a mangiare un boccadillo (el peregrino siempre tiene un hambre de lovos) e dimenticare il bastone è un attimo. Ogni volta sono tornata indietro, anche di chilometri, e l’ho trovato lì ad aspettarmi... forse perché era così brutto che a nessun pellegrino faceva gola... io lo definivo così: "El mi palo es el mas feo de todo il camino, pero el mas confortable." Adesso, prima di tornare, me ne sono dovuta sbarazzare, dopo averlo tenuto due giorni, in albergo, in camera con me. Avrei voluto gettarlo in un fiume perché tornasse a quell’acqua dove l’avevo trovato, ma Santiago non ha fiumi. L’ho lasciato in un bel giardinetto pubblico dove avevo visto due mendicanti; chissà che non potesse servire a uno di loro! L’ho appoggiato a un albero secolare... e mi si è spezzato il cuore...

Ecco quel poco che son riuscita a scriverti sul cammino. Oggi (dopo 43 giorni di fuga totale) torno alla vita civile e ho molta paura di non farcela a sopportarla.
Maria








pubblicato da nella rubrica dal vivo il 26 luglio 2010