L’ossessione rumena

Andrea Tarabbia



Di tutte le impressioni che hanno in qualche modo acceso la mia infanzia, la più viva e la più forte è stata la condanna e l’esecuzione di Elena e Nicolae Ceauşescu. Non so spiegare il perché: nel 1989 avevo undici anni e del mondo non sapevo niente. Considero quell’anno – di cui ho ricordi per così dire in bianco e nero – un anno decisivo per me: all’improvviso, il mondo mi stava entrando nella testa con un impeto e una violenza insopprimibili. Tre anni prima, quando la mamma era incinta di Marta, c’era stata la nube di Černobyl, con tutta la sua coda di paure e ossessioni (mi ricordo un momento in particolare: la mamma con il pancione davanti ai vetri chiusi delle finestre che discute con il papà che li vuole aprire perché ha caldo e dice che non succederà niente). Ma Černobyl era un fatto per così dire etereo, invisibile: al di là di qualche immagine alla televisione, la minaccia della nube era per me – che avevo otto anni e aspettavo l’arrivo di un fratellino o una sorellina – qualcosa di impalpabile che facevo fatica a rubricare sotto qualche categoria. Era qualcosa che era nell’aria, forse. Anche la caduta del Muro mi aveva impressionato, ma solo fino a un certo punto: probabilmente non ero ancora in grado di comprenderne la portata epocale. Vedevo delle persone che abbattevano un muro che sapevo tagliava in due una città – Berlino – di cui avevo notizie dai libri di scuola per via di Hitler. Mi dicevano che un’epoca stava finendo, e che quelli che stavano a est sarebbero stati finalmente liberi. Io non sapevo molto bene, credo, che cosa fosse la libertà: ne avevo quell’idea bucolica e ovvia che può avere un ragazzino nato e cresciuto in un ambiente borghese, che studia, che è bravo a scuola e che sta scoprendo l’onanismo e la musica rock.
Soprattutto, non sapevo che cosa potesse voler dire vivere «dall’altra parte», perché per me le parti del mondo erano state fino ad allora una e una sola. Mi dicevano che la gente che viveva a est si affacciava alle finestre e guardava oltre la cortina (una delle parole che in quei giorni stavo imparando) e vedeva dall’altra parte l’impero delle luci, le insegne luminose, i parchi divertimento. Per me Berlino era una città dove quelli dell’est spiavano quelli dell’ovest che si divertivano, ma non riuscivo a capire del tutto perché dovesse essere tanto triste la vita di chi guarda rispetto a chi si diverte: anche io, del resto, stavo sempre ai margini delle feste dei compagni di scuola, mi inibivo sulle autoscontro, facevo fatica a stare a mio agio con quelli della mia età che parlavano di motorini e non sono mai salito su un calcinculo. Soprattutto, la «cortina» era per me qualcosa di solido: mi immaginavo una sorta di banco di nebbia perenne e impenetrabile, oltre il quale non si poteva andare. Eppure, siccome sono sempre stato attratto delle folle, i giorni dell’abbattimento del Muro ero sovraeccitato. L’idea che migliaia di persone si rovesciassero contro qualcosa di solido per tirarlo giù mi piaceva e mi emozionava. In più, tutti sembravano felici, e anche in casa c’era quel fermento che solo la Storia riesce a provocare nelle persone comuni. Capivo lontanamente che qualcosa stava succedendo.

Nelle vacanze di Natale di quell’anno, però, la Romania si sollevò. Io non sapevo niente della Romania, e non avevo nemmeno mai sentito nominare Ceauşescu. Il papà e la mamma mi spiegavano che era un dittatore, che anche lui faceva parte del «blocco» (di cui ormai conoscevo le caratteristiche generali grazie ai fatti di novembre), ma avevo la sensazione che anche loro stessero imparando in tempo reale le cose che mi raccontavano, perché nessuno, nella mia famiglia, si era mai interessato a Bucarest. la storia dell’insurrezione rumena, non so perché, mi si è infilata nella testa: il giorno di Natale del 1989, dopo una fuga tragicomica durata tre giorni (prima in elicottero, poi in macchina e a piedi) i coniugi Ceauşescu venivano catturati, processati in tre ore da un tribunale che non riconoscevano e fucilati da tre soldati semplici dopo 55 minuti di camera di consiglio. Mi ricordo le immagini del processo, con questi due vecchietti dall’aria apatica e contadina avvolti nei cappotti e confinati nell’angolo di una stanza che sembra una trattoria, la dominante gialla nelle immagini, la voce concitata di un giudice che non viene mai inquadrato, mentre loro si guardano attorno quasi senza capire che cosa stia veramente succedendo. Mi ricordo le immagini degli attimi immediatamente precedenti l’esecuzione, che venne fatta di fretta, con oltre cento colpi di kalašnikov sparati contro i due corpi. Mi ricordo il frigorifero nei sotterranei del palazzo del Comitato Centrale, a Bucarest, dove Zoia, la figlia del dittatore, teneva dei pezzi di carne per i suoi cani. Più del Muro, la morte di Ceauşescu ha rappresentato per me la fine di qualcosa e, al tempo stesso, l’embrione di una presa di coscienza da parte mia dell’esistenza del mondo. Forse perché, al di là di tutto, la storia della sua fine è comunque la storia di una persona, e i racconti orrendi sulla vita al Palazzo sono storie che mi hanno messo in contatto per la prima volta con la quotidiana possibilità dell’esistenza del male.

Facendo qualche ricerca veloce su Ceauşescu ho scoperto alcune cose curiose e sinistre: ad esempio, che Elena e Nicolae, tra i vari riconoscimenti più o meno spontanei che ricevettero quando erano in vita, ottennero anche quello di Cavalieri di Gran Croce della Repubblica Italiana, per il quale però non sono riuscito a trovare la motivazione: presumo però che sia qualcosa che abbia a che fare con una certa e provata indipendenza dallo stalinismo, cosa per cui la Romania era seconda solo alla Jugoslavia di Tito.

La notizia di questi giorni è la riesumazione dei cadaveri della coppia. La Romania tira fuori dalla terra il corpo del dittatore e quello della moglie per accertarsi che siano veramente loro. Le voci che si rincorrono sono che il corpo di lui sia tutto sommato ancora ben conservato, nonostante la moltitudine di buchi che lo puntellano e che sono ancora visibili soprattutto nei vestiti. Quello che mi sorprende è che, per ventun anni, la Romania deve aver convissuto con il dubbio che quei due corpi non fossero realmente quello del dittatore e della moglie. Essendo morti praticamente in diretta televisiva, non credo possano sussistere dubbi sul fatto che il 25 dicembre del 1989 l’esecuzione fu fatta e che andò per così dire a buon fine. Tuttavia i rumeni – in primis il figlio Nicu, morto di cirrosi nel 1996 dopo una vita da playboy e una relazione violenta e mai del tutto trasparente con Nadia Comăneci – hanno vissuto per tutto questo tempo chiedendosi se sotto la piccola lapide di famiglia riposassero veramente il dittatore e la moglie. In un certo senso, penso, una nazione non si libera mai dei propri mostri: so che alcune frange dell’intelligencija rumena negli ultimi anni hanno cominciato a rivalutare certi aspetti del venticinquennio di Ceauşescu, così come, ad esempio, nella Russia di Medvedev aumentano i nostalgici dello stalinismo. Ma, per quello che so io, non era mai successo che un morto di un’altra epoca ossessionasse così tanto i vivi da farne riaprire la tomba: pare addirittura che da vent’anni, il giorno di Natale, la tv rumena ritrasmetta le scene del processo e dell’esecuzione, come se fosse una sorta di monito in cui però, mi pare, riecheggiano un’ossessione e qualcosa di irrisolto. Grava su tutto questo una cappa spettrale e affascinante che non mi so spiegare, qualcosa che è possibile solo nel dopomondo est-europeo:

«Ho sognato di stare rinchiuso dentro a un vaso di vetro che sembrava però intagliato come in un cristallo di rocca. Mi rigiravo qua e là nel barattolo che proiettava ogni tanto arcobaleni e guardavo con grande soddisfazione, attraverso le pareti trasparenti, il mondo fluido e pulsante che stava intorno. Un uccello veniva remigando dai monti lontani e, a mano a mano che si avvicinava, s’ingrandiva inarcandosi lungo le pareti ricurve. Quando arrivò molto vicino, vidi il suo immenso occhio a mandorla, che d’improvviso mi comprendeva interamente, dilatarsi come attraverso una lente d’ingrandimento. Mi coprii il volto con una sensazione incredibile di vergogna e piacere. Quando ripresi a guardare, osservai che sulla parete del vaso, che scintillava meravigliosamente, era comparsa l’esile sagoma di una porta. Mi precipitai verso di essa terrorizzato al pensiero che potesse essere aperta. Ma mi risollevai subito: un lucchetto enorme, molle come fosse di carne, pendeva dalla porta. Lungo il sentiero che scendeva dalle montagne lontane e s’interrompeva davanti alla mia porta, veniva giù una bimbetta. Da come camminava in direzione della porta, con grandi fiocchi alle treccine e la boccuccia umida, pareva seria e bene educata. Le pareti del barattolo erano diventate limpide e diritte come cristallo e provai d’un tratto un’angoscia irrazionale, un terrore come non mi è mai più capitato di provare. La bimba è giunta davanti alla porta e ha cominciato a battere con i pugni piccini, madreperlacei, sullo spesso cristallo. Per l’angoscia mi sono buttato a terra e ho preso a dimenarmi, ma senza perderla mai di vista. Quando ha messo le mani sul lucchetto, ho sentito le mie viscere straziarsi e scoppiarmi il cuore. Ha rotto il lucchetto e, con le mani imbrattate di sangue, ha sospinto la pesante porta di quarzo. È rimasta impietrita sulla soglia in un atteggiamento che non posso descrivervi, perché non esistono parole in grado di farlo. E d’un tratto, mentre mi allontanavo per il sentiero che conduceva verso i monti lontani, ho visto la scena da un punto alle spalle della bimba, sicché con lo sguardo ho potuto comprendere una superficie sempre maggiore delle massicce pareti di vetro o ghiaccio o cristallo del barattolo, che non era affatto un barattolo, bensì un immenso castello, una costruzione ottusa, con cornicioni e stucchi, modanature e gorgoni, lucernari e balconi, merlature, torri e grondaie solo ed esclusivamente di materia fredda e traslucida. Al centro delle mille sale dalle pareti trasparenti stavamo io, steso in terra, e la bimbetta nel vano della porta spalancata, e alle sue spalle, dall’atrio del castello fino alla stanza centrale, centinaia di porte aperte con i lucchetti insanguinati».

Mircea Cărtărescu, Nostalgia, Roma, Voland 2003








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 22 luglio 2010