“… e fu ridotta a un deserto” # 3

Teo Lorini



Il più recente contributo a questa tendenza si intitola L’uomo verticale ed è il romanzo che segna il passaggio di Davide Longo da Marcos y Marcos, l’editore che lo ha lanciato, a Fandango Libri. Il protagonista, come nei due libri di Avoledo, è uno scrittore di successo che ha mandato a rotoli carriera, ispirazione e – soprattutto - famiglia buttandosi a capofitto nella relazione con una studentessa molto più giovane. Ritiratosi nel paesino natale fra le colline piemontesi, Leonardo passa le giornate in un’inerzia interrotta solo dal ritorno alle letture più amate e da periodiche spedizioni verso la città. È proprio dal racconto di uno di questi viaggi che Longo inizia a tratteggiare il ritratto di un’Italia del futuro prossimo dove torna a trionfare l’eterna e sempre nuova ferocia dell’uomo sull’uomo. Un governo che inizialmente parrebbe autoritario, ma in realtà si rivela fragile come un castello di sabbia, ha schierato truppe e ronde per la lotta e il controllo di fantomatici "esterni" e, mentre si moltiplicano gli episodi di xenofobia e giustizia sommaria, le armate della Guardia nazionale insorgono dando vita a una sorta di anarchia militare. Dalle banche alla posta, dall’energia all’approvvigionamento, risorse e strutture sociali vacillano e si sfaldano; bande di adolescenti attraversano il Paese in carovane simili alle orde barbariche della saga australiana di Mad Max; la gente comune oscilla tra la speranza di un espatrio in Francia o in Svizzera (le cui frontiere sono però rigorosamente presidiate) e la resa alla logica della sopraffazione più primitiva. All’improvviso Alessandra, l’ex-moglie di Leonardo, torna a farsi viva per affidargli la loro figlia, Lucia, e il fratellastro di quest’ultima, Alberto, nato da un nuovo matrimonio. Dopo il saccheggio della sua casa, l’imbelle Leonardo si metterà con i due ragazzi in un incerto viaggio verso il confine che rivela più di un debito con La strada di McCarthy (ma c’è almeno una sequenza, lo stupro in un campo paramilitare, che richiama istantaneamente le disturbanti violenze di Cecità). Anche Leonardo e Lucia cadranno in mano ai nuovi barbari di quest’era di apocalisse e solo tramite un sacrificio altrettanto selvaggio il padre riuscirà a liberare la figlia e avviarsi a cavallo di un elefante verso un futuro che, ancora una volta, richiama un’altra opera, il finale del film che Truffaut trasse dal Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Echi e suggestioni non sono una novità nella scrittura di Longo (ad esempio nel 2004, in un’intervista a «Pulp Libri» l’autore piemontese menzionava i forti debiti della sua opera prima, Un mattino a Irgalem, verso l’Apocalypse now di Coppola); nell’Uomo verticale tuttavia questa combinazione di richiami e tessere mnemoniche sembra funzionare meno bene e innestarsi con minore scorrevolezza nell’intreccio. All’origine di questa fatica c’è forse una trama che pare costruita per accumulo e senza un disegno unitario, a danno dell’equilibrio complessivo del romanzo, al quale avrebbe forse giovato una misura più contenuta (soprattutto nella parte iniziale) e un maggiore controllo dei molteplici spunti narrativi: molti dei personaggi incontrati da Leonardo appaiono e scompaiono tanto rapidamente da lasciare l’impressione di figure senza profondità, altri (su tutti il misterioso Sebastiano, classico fool portatore di una visione altra rispetto alle persone normali) fanno presagire un ruolo più importante che però alla fine non si concretizza. Anche lo stile di Longo ha subito una trasformazione radicale, il lavorìo di cesello e distillazione che producevano la prosa evocativa delle sue prime prove ha lasciato qui il posto a una scrittura infinitamente più piana, più discorsiva che se da un lato la rende più fluida, dall’altro impoverisce sia il piacere della lettura sia la potenza di quell’impasto linguistico che Longo dominava magistralmente in Irgalem e nello splendido Mangiatore di pietre.

A completare l’appello mancano due antologie molto diverse fra loro. La prima è quell’Anteprima nazionale che Giorgio Vasta ha curato lo scorso anno per minimum fax, chiedendo a nove autori già molto affermati una "immaginazione sull’Italia prossima ventura" e ponendo come orizzonte di riferimento il giro di due o tre decadi. Nella sua acuta introduzione, Vasta si guardava bene dall’indicare una direzione necessariamente cupa, o addirittura apocalittica, e anzi esortava a ritrovare "il coraggio dell’immaginazione politica e sociale" affrontando "a viso aperto" prefigurazioni e ipotesi del tempo che verrà. Di quel volume colpiva però il modo in cui praticamente tutti i contributi, da quelli più velleitari e lambiccati a quelli davvero riusciti (Avoledo tanto per cambiare, Pincio, Evangelisti) avessero come sfondo un futuro di regresso e devastazione, totalitario e violento. La scrittura, ancora una volta, rispecchia la cupezza di un decennio deturpato da conflitti apparentemente irredimibili, così tribali e feroci da imprigionare quella scaturigine d’immaginazione a cui Vasta faceva coraggiosamente appello.

E se in Anteprima nazionale questa prospettiva appare come una risultante, in Voi non ci sarete (Agenzia X, 2009) essa è addirittura una premessa. I nove autori hanno tra 20 e 30 anni; sono, così il curatore Alessandro Bertante, "la prima generazione della contemporaneità industriale che vede compromesso il proprio futuro" (dalla precarietà del lavoro, dalla dissipazione delle risorse planetarie, dall’incrudelire di guerre e recessioni combinate in una "crisi totale") al punto che una delle sue frasi paradigmatiche è Enjoy the moment, così concentrata sull’istante da escludere qualsiasi visione dell’avvenire. Qual è allora "l’immaginario apocalittico" di questa generazione "per forza di cose refrattaria alle pulsioni politiche e sociali del Novecento"? Per la verità Voi non ci sarete non aiuta a circoscriverlo con precisione: troppo dissimili tra loro i contributi e troppo diseguali gli esiti. In alcuni casi, ad esempio, impressiona l’atteggiamento compiaciuto che, a dispetto della giovane età degli autori, sembra già affidare la riuscita del testo al puro mestiere, a tutto discapito dell’autentico slancio creativo. Meglio allora quei racconti che peccano per eccesso di foga e magari inciampano nella retorica o cedono qua e là quanto a tenuta stilistica ma almeno ripudiano tecnicismi ed esibizioni, privilegiando invece la sincerità dell’urgenza. E meglio ancora il coraggio di chi si gioca fino in fondo il rischio e l’ardimento di un’immaginazione libera da schemi. È il caso del racconto del napoletano Peppe Fiore, delizioso sin dal suo chilometrico titolo, "Fondamenti di odontoiatria preventiva all’impatto dei corpi celesti". In scena, un papa Ratzinger a cui le fitte di un ascesso purulento scatenano un’altrettanto dolorosa crisi vocazionale. Oltre a una lingua già saldamente padroneggiata, capace di colpire il lettore per la novità del suo timbro, il racconto di Fiore ha il pregio di riportare "l’immaginario apocalittico" alla sua origine primaria, a quel bisogno di trascendenza e sacralità che ora più che mai si impone, assumendo le forme, parimenti inquietanti, dell’ansia millenaristica e della ricerca di profeti e "uomini forti".
Tornano allora alla mente alcune pagine illuminanti di Jung, composte alla vigilia delle due guerre mondiali, come il trattato Sull’inconscio (1918) o le Lezioni londinesi (1935). In esse lo studioso svizzero aveva tratteggiato il modo in cui le epoche più difficili e "permeate di inquietudine e disorientamento" catalizzano gli archetipi dell’inconscio collettivo, e la loro potenza generativa di immaginazioni travolgenti e contagiose. Non è forse troppo ardito prevedere che altre opere arricchiranno questa iniziale mappatura, e che altri scrittori avvertiranno l’esigenza di tratteggiare scenari futuri per fornire la propria interpretazione del complesso presente che stiamo attraversando.

(Le prime due parti dell’articolo si trovano qui e qui)

Pubblicato su «Pulp libri» n. 84 (marzo-aprile 2010)








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 10 luglio 2010