“… e fu ridotta a un deserto” # 2

Teo Lorini



Più di recente è stato Cormac McCarthy a immaginare il tramonto del genere umano; al centro de La strada (2006) c’è infatti il viaggio di un padre e un figlio verso il sud di ciò che rimane degli Stati Uniti, dopo che un olocausto -volutamente non descritto né specificato- ha reso sterili campi e frutteti e trasformato l’intero pianeta in una landa gelida e cinerea, ostile a qualsiasi forma di vita. Lungo il loro cammino i due incontreranno predoni randagi, comunità di cannibali e compagnie di saccheggiatori in una sorta di buio medioevo post-atomico dove la crudeltà della regressione volge in disillusione beffarda qualsiasi speranza, anche quella di tramandare il ricordo del passato. Fra tutte le opere di McCarthy, La strada è forse quella in cui l’autore della Trilogia della frontiera si allontana di più dall’onnipresente modello faulkneriano asciugando il proprio stile sino a un livello di concisione superiore persino alla rarefatta incisività di Non è un paese per vecchi.

Volgendo ora lo sguardo alle suggestioni apocalittiche all’interno della più recente narrativa italiana, nel breve giro di un paio d’anni, a partire cioè dalla tarda primavera del 2008, è possibile annoverare (ma l’elenco non ha pretese d’esaustività) almeno quattro romanzi e due antologie: una fioritura di opere tanto concentrata da configurarsi come vera e propria tendenza.

Ben due di questi titoli si debbono a Tullio Avoledo che ha, per così dire, inaugurato il filone con l’eccellente La ragazza di Vajont (Einaudi, 2008). Sfondo del romanzo è l’Italia di un futuro molto prossimo dove il potere è in mano a un regime totalitario e razzista con tanto di pulizie etniche e anagrafi che annoverano i gradi di purezza del sangue di ciascun cittadino; a ciò si aggiunge una sorta di inverno perenne causato forse da un cataclisma climatico e sicuramente complicato dal progressivo esaurimento delle risorse energetiche. Entro tale paesaggio Avoledo ha ambientato la storia di uno scrittore profondamente compromesso con la dittatura e ormai rassegnato a convivere con la propria colpevolezza, ma a cui l’incontro con una ’mezzosangue’ restituisce uno slancio imprevisto e l’energia per tentare un riscatto che prima appariva impossibile.
Avoledo si conferma così lettore intelligente e narratore abilissimo a giostrare fra i generi senza legarsi a nessuno di essi. Da sempre l’autore friulano ama frequentare le ucronie, i futuri alternativi, gli scenari prodotti con scarti -non necessariamente macroscopici- dalla nostra realtà (si pensi a Lo stato dell’unione o all’ottimo Tre sono le cose misteriose), alla maniera di un maestro come Philip K. Dick. Quel Dick che Avoledo omaggia esplicitamente nel suo ultimo lavoro, L’anno dei dodici inverni. Anche qui abbiamo un futuro nel quale l’incubo personale del protagonista si intreccia con quello collettivo di un’umanità sempre più deprivata di risorse, prostrata da cataclismi e guerre (si fa cenno a un "secondo 11 settembre") e in balia di culti stravaganti come la Chiesa della Divina Bomba, i cui libri sacri sono per l’appunto gli opera omnia di San Filippo (Dick, ovviamente). Il protagonista dell’Anno dei dodici inverni viene incaricato dal vescovo Prosser di viaggiare indietro nel tempo per pedinare l’autore della Svastica sul sole e scrivere un "Vangelo di Dick" (ogni doppiosenso è puramente voluto). In cambio, otterrà di usare la cronomacchina di proprietà della Chiesa per aggiustare le ferite che nel passato hanno condizionato l’esistenza di Chiara Grandi, una 26enne tanto seducente quanto problematica e autodistruttiva con cui egli aveva intrecciato una relazione extraconiugale, sfociata nella fine del suo matrimonio e nella dolorosa morte di Chiara. Rispetto alla Ragazza di Vajont, l’intreccio dell’Anno dei dodici inverni si rivela ancora più complesso e avvincente e si fa leggere con piacere, fermandosi sempre prima di diventare compiaciuto. Tuttavia, proprio nell’episodio-motore di tutta la trama, Avoledo risulta meno ispirato e ripercorre anzi la nascita del rapporto fra il suo io-narrante e la ragazza che gli scombussola vita e matrimonio con intonazione meccanica e quasi cronachistica, in un contrasto quantomeno curioso col tono felicemente romanzesco e trascinante del resto dell’opera.

Fra gli esempi mirabili di "apocalisse italiana" non va dimenticato Alessandro De Roma. La fine dei giorni, apparso per l’editore nuorese Il Maestrale pressoché in contemporanea con La ragazza di Vajont, si svolge in una Torino che ha perso la sua tradizionale allure di capitale sabauda del rigore e dell’equilibrio burocratico-aziendalista per trasformarsi nello scenario di nuova barbarie, fra brutali saccheggi e la resa abietta al dilagante contagio di un’amnesia che trasforma progressivamente le persone comuni in fragili dementi. Come nel caso di Avoledo, l’immaginazione di De Roma ha solide radici nel presente, manifeste nell’allegoria della perdita di memoria e della regressione, ma l’autore sardo le corrobora con una voce sicura, capace di tenere saldamente il proprio passo fra una solennità scandita e quasi mai eccessiva, e accellerazioni fulminee che aprono squarci possenti e visionari.

(2 - continua. La prima parte è qui)

Pubblicato su «Pulp libri» n. 84 (marzo-aprile 2010)








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 9 luglio 2010