“… e fu ridotta a un deserto” # 1

Teo Lorini



All’indomani della distruzione del World Trade Center fu organizzato, su iniziativa di Antonio Moresco e Dario Voltolini, un convegno che si svolse a Milano il 24 novembre 2001. Una delle riflessioni poste a premessa di quell’incontro sottolineava come, di fronte alla violenza e alla repentinità dell’11 settembre, tutte le consuetudini che avevano dominato la vita culturale e mentale degli ultimi decenni rivelassero la loro grottesca insostenibilità: le dichiarazioni rassicuranti in cui si asseriva che tutto è ripetizione, combinazione, dejà vu; che nulla è più imprevedibile e tutto è pacificamente interscambiabile e appiattito sulla mera dimensione orizzontale; e ancora che con il nuovo millennio le occasioni di conflitto e alterità erano finite e chiuse e pacificate; e infine che il 2001 inaugurava un’epoca, se non necessariamente pacifica, di certo stabilizzata, verosimilmente prospera e persino controllabile entro un margine ridotto di casualità e di rischio. Alla luce del profondo stravolgimento manifestato da quel sanguinoso esordio di millennio, gli organizzatori del convegno chiedevano a ciascuno dei partecipanti di dare un contributo svincolato da posizioni precostituite, schemi asfittici e lambiccati distinguo, per esprimere invece la propria sensibilità di scrittori, di registi, di filosofi. Perché se davvero, come si ripeteva da ogni parte, "niente sarebbe più stato come prima", proprio dall’arte poteva venire uno slancio a porsi integralmente e senza schermi di fronte a questo tutto così radicalmente diverso e nuovo, senza rifugiarsi in retoriche e finzioni preconfezionate.

Gli atti di quell’incontro furono poi pubblicati nel 2002 da Feltrinelli con il titolo Scrivere sul fronte occidentale e, se dall’esterno essi furono oggetto di stroncature preconcette e attacchi strumentali (la vicenda è riassunta nelle Lettere a nessuno di Antonio Moresco), anche dall’interno, dai contributi cioè raccolti in quel volume, si levavano voci che affermarono, ora con argomentazioni articolate, ora con mal dissimulato qualunquismo, che tutto sommato nulla era cambiato, che la letteratura e la realtà in cui essa nasce siano e soprattutto debbano restare indipendenti e separate a tutti i costi.

Quelle posizioni tornano in mente oggi, assieme al dubbio che forse i due ambiti non siano poi così tanto indipendenti e impermeabili se, a neppure dieci anni dall’attentato del WTC e nel deflagrare di un’urgenza ambientale, che nel 2001 era ancora sottotraccia, la narrativa italiana assiste a una significativa moltiplicazione di "Cronache dalla fine del mondo" (così recita il sottotitolo d’una recentissima antologia uscita per i tipi di AgenziaX sulla quale cui si tornerà) e immaginazioni d’un futuro catastrofico e tenebroso che muovono dai topoi della più classica fantascienza apocalittica, iscrivendoli in un percorso narrativo più ampio nel quale l’immaginazione del domani divenga chiave per la decrittazione dell’oggi.

I segnali, ovviamente, esistevano da prima dell’11 settembre 2001 ed erano già stati intercettati dalla sensibilità degli scrittori più grandi, portatori di un’idea più radicale di letteratura. Del 1995 è ad esempio il dilagare della Cecità immaginata dal premio nobel José Saramago, un’epidemia che porta con sé il disfacimento di ogni struttura sociale e il ritorno di una violenza sopraffattoria, di un bellum omnium contra omnes che resta in costante agguato appena al di sotto del livello di progresso e civilizzazione che l’uomo costruisce e dietro cui si rifugia.

Nello stesso periodo Antonio Moresco inizia la stesura dei suoi Canti del caos, conclusi e pubblicati nel 2009 da Mondadori. Proprio nei Canti - e in particolare nella terza parte - c’è uno degli azzardi più liberi e coraggiosi che la letteratura abbia conosciuto negli ultimi decenni. Nella descrizione, incoercibile e scatenata, di un mondo sospeso sull’orlo delle sue trasformazioni sociali, scientifiche, economiche, genetiche, cosmiche, Moresco infiamma la propria scrittura, la plasma, la distorce e la spinge sino al cuore del collasso e della ricapitolazione di ciò che l’esperienza umana ci ha permesso sin qui di conoscere, per addentrarsi in un territorio ancora inesplorato da lui stesso definito increazione

(1 - continua)

Pubblicato su «Pulp libri» n. 84 (marzo-aprile 2010)








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 8 luglio 2010