Dittico dal corpo

Maria Cerino



Il dolore è sistematico, usa sempre la solita strada quando vuole farsi sentire. Il mio dolore vive nella pancia dal primo ricordo che ne ho. C’è gente – e potrei dire chiunque lasciando un sospeso per me sola – che si tocca la testa e sospira Che male mi fa; ci sono persone che hanno la fortuna di vivere un dramma e dannarsi, urlare, arrivare persino alla morte ma riuscire a tenerlo sospeso in qualche luogo astratto, il dolore. C’è l’abitudine della malattia e il suo confine esatto della pratica sentimentale. E la pancia.

Se esistesse un modo per aprire un corpo e vederci non solo le budella e i polmoni e il fumo di cui si è abusato e gli zuccheri in eccesso, io prenderei un coltellaccio e mi taglierei il ventre, ci scaverei dentro con due mani e posati sul tavolo le ovaie e le tube e tutto il liquido di quel paio di volte che ho rischiato d’esser madre, le interiora, gli altri mi guarderebbero non come si guarda una pazza ma mi verrebbero incontro scusandosi di non aver capito e mi rimetterebbero le ovaie e le tube al loro posto e ingoierebbero il liquido per poi risputarlo nel ventre, mi cucirebbero la pelle e io ne sarei finalmente liberata. Vivi adesso, mi direbbero, vivi.

Forse ho sempre sbagliato codice quando si è trattato di parlarne. A cinque anni passavo le giornate a strofinarmi la testa di una barbie sul ventre, la tenevo dalle gambe. Era morbida e si accartocciava su se stessa così ne sentivo il collo duro, l’inizio della spina dorsale che pungeva. Ero una predestinata, una bimba nata con la pancia di carne e dolore. O un esperimento da laboratorio in cui i geni erano stati incrociati con quelli di uno squalo o di una pantera, magari di un falco, un qualsiasi predatore e che io per quella metà d’impulso mischiata alla bontà cristiana non potevo che divorare a mia volta.

Sono nata con il male alla pancia e ogni volta che ho pianto ho pianto di questo male e ogni volta che ho trattenuto il pianto ho tentato di soggiogare questo male. Nessuno può immaginare cosa significhi nascere con un dolore e conviverci per l’intera esistenza. La mattina, quando non sogno di fuggire da una pancia che mi insegue giurandomi che sono sua, mi capita di dimenticarmi per pochi secondi di averne una e sento la testa e le gambe, le mani che formicolano, penso magari questo è il giorno, il giorno in cui passa. Cado in preda a un’estasi quasi mi fosse concesso di diventare qualcosa di normale anche se in ritardo; come chi perde un braccio e dopo anni, all’improvviso, se lo ritrova lì dov’era. Allora corre in strada solo con i pantaloni del pigiama e ferma gli estranei indicando il braccio e piangendo di gioia urla Ho il mio braccio, il mio braccio e gli sconosciuti scappano via senza condividere un secondo di felicità, quindi l’uomo ritorna nel suo letto convinto che il suo braccio è solo un comunissimo braccio. Ecco, non ho mai detto a nessuno del mio mal di pancia perché per chiunque non sarebbe altro che un mal di pancia. Provateci voi a essere una pancia tutti i giorni, ogni ora, a toccarvi il culo e pensare alla pancia, a mangiare un panino e pensare alla pancia a farvi prendere da un cazzo e pensare alla pancia. E siete così tanto pancia che il pensiero del cibo e della merda neanche li collegate alla pancia ma li tenete sospesi e distanti come tutti gli altri, uguali alla passeggiata con il cane o al vicino che accende le luci di natale l’intero anno.

Qualche volta mi fermo davanti alla finestra e guardo le pance dei passanti. Sono tutte così indiscrete che non sembrano esserci in alcuna maniera se non in quell’armonia con le gambe e con la testa: hanno pance di cui essere orgogliosi, gli altri.

Per lungo tempo le donne incinte sono state le mie preferite, le vedevo passarmi accanto quasi pronte a rotolar via per quanto erano pancia e se la tenevano tra le mani senza alcuna vergogna. E tutto il mondo le rispetta, non ne ride ma nazi si sposta e lascia spazio non alla donna che porta la pancia ma alla pancia proprio. Una volta ne ho fermato anche una e l’ho guardata come non posso guardare nessun’altra pancia senza non sembrare folle; la donna mi ha detto Puoi toccare e o l’ho sfiorata e poi ho messo le dita sulla mia come una benedizione, come se quella sconosciuta fosse uno sciamano e mi potesse guarire.

Mi ero convinta che la soluzione potesse essere una gravidanza e ho fatto in modo di rimanere incinta. Il dolore era raddoppiato e invece che sentirla con l’amore con cui si sentono i ventri gonfi e incinti io la sentivo con odio, la mia. Era la pancia di un’obesa invece che quella di una mamma. Un giorno sono stata per ore in bagno a cercare di vomitare, volevo torturare lo stomaco a tal punto da ribellarsi alla pancia in modo che diventasse una lotta tra loro due e non riguardasse più me. Non ho vomitate ed è stato meglio, probabilmente lo stomaco avrebbe sconfitto la pancia per poi diventare il mio nuovo imperatore, nulla può cambiare oramai è certo. Ho pensato persino di uccidermi ma ne sono troppo spaventata. Ho annodato un cappio con cui impiccarmi, un anno fa. Lo tengo conservato in un mobile della cucina, non si sa mai.

Non è un mal di pancia ad ammazzarti, diceva scherzando mio nonno da bambina. Quindi morirò come dovrò morire, magari di un tumore ai polmoni o al seno – solo con uno strato di pelle e senza più un capello – lamentandomi fino all’ultimo del mal di pancia tanto che i medici mi manderanno a casa a crepare, da sola con il cancro in corpo, di mal di pancia.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 1 luglio 2010