Ci hai provato, James

Marco Rossari



Appena messa insieme la raccoltina di racconti, lo scrittore si sentì appagato. I protagonisti delle storie erano persone comuni alle prese con faccende di vita quotidiana. Una bella trovata era stata quella di dividere le novelle in quattro sezioni, una per ogni fase della vita: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica. Lo stile era realistico, ma con una leggera vena simbolista. Ogni vicenda – almeno così gli sembrava – provava a diventare universale, attraverso un’intuizione fulminea o un’epifania interiore.

Facendo colazione, comunicò alla moglie di avere terminato il libro. Gonfia di orgoglio e di speranze, lei si congratulò. Nel pomeriggio andarono al parco con i bambini. Lui guardava le nuvole correre in cielo. La vita sembrava una tavola imbandita.

Nei giorni successivi, lo scrittore spedì il dattiloscritto a tutti gli editori e si mise in attesa. Se i primi rifiuti non lo scoraggiarono, gli ultimi gli arrecarono un dolore grande. Grande sì, ma istruttivo. Evidentemente si era accontentato di raccontare vicende effimere. Minime, a dir poco. A chi poteva importare di qualche anima perduta tra le vie della città, nella spirale della vita, raccontata con una prosa semplice? Storielle familiari e sociali, minuzie da tinello e da camera da letto! Chi poteva interessarsi a racconti intitolati Un incontro o Una madre?
"Nessuno!" sbottarono all’unisono lo scrittore e la moglie, quasi euforici.
Avevano le loro belle ragioni gli editori a disdegnare i suoi sforzi!

Lo scrittore non aveva intenzione di demordere. Avrebbe dovuto parlare di una sola vicenda, scegliere il romanzo di formazione, mettere in scena un unico protagonista: questo sì che avrebbe potuto catturare l’attenzione degli editori (e poi dei lettori, pensava arrossendo). Si mise d’impegno e, col tempo, portò a termine un ambizioso romanzo sull’educazione sentimentale di un ragazzo inquieto. Questa volta il nostro non s’era limitato alla nube passeggera di un ricordo o di una rivelazione, narrata in qualche paginetta di ordinario realismo. Eh no, qui il disagio del protagonista si accompagnava a una voglia di fuga, che gettava una luce sinistra sulla meschinità del paese dov’era nato e sulle ambizioni di un’intera generazione! Aveva preso il nome del protagonista dalla mitologia greca ("E non dall’elenco telefonico, come nei racconti" aveva ammiccato verso la moglie), in più chiudeva la vicenda con l’ambizione di diventare un artista. Il libro era più corposo dell’altro. E poi era un romanzo! Aveva un titolo ambizioso, meno descrittivo, più colto. Lo spedì con il cuore pieno di speranza e, tornato a casa dalla moglie, le disse: "Vedrai che questa volta andrà bene".

Festeggiarono con qualche bicchiere di troppo. Alla mattina, quando i ragazzi li svegliarono per andare a scuola, andarono incontro al mondo a testa alta.
Invece niente.
Un grande silenzio.
Questa volta le case editrici non si degnarono nemmeno di spedire una lettera personalizzata, giusto qualche formula prestampata. A cena la tensione si tagliava con il coltello, così la moglie si ritirò di buon’ora. A tarda notte, lo scrittore si prese la testa fra le mani e fu tentato di rinunciare. Si sentiva un viaggiatore senza meta, un reietto nei marosi, un uomo senza terra.
"Exilus" mormorò, in preda alla birra scura. Si attaccò a quella parola come a un’ancora di salvezza e cercò di trascinarsi a letto.

La mattina dopo, nonostante la feroce emicrania, quella parola gli diede la forza per affrontare il nuovo giorno. Gli ci volle un po’, ma in testa cominciò a prendere forma un’idea molto, ma molto più ambiziosa delle altre. Neppure paragonabile, a dirla tutta. Quelle di prima, le quisquilie dei racconti e l’inezia del romanzo di formazione, erano storie pescate dalla sua vita: questa avrebbe dovuto trovare lo spessore del mito.
"Attento, caro" lo ammonì la moglie, sospettosa. "Il mito l’hai già usato per battezzare il protagonista dell’altro romanzo e non ti ha portato tanto bene." "Ci sarà anche lui, invece!" rispose lo scrittore, infervorato. "Ci saranno tutti! E molto altro ancora!"
La moglie lo occhieggiò preoccupata.
Il nostro si lanciò nel lavoro. Doveva racimolare le forze e lanciarsi nell’impresa, abbandonare gli ormeggi e fidarsi del suo istinto: seguire le sirene fino al limite del mondo.
Partì.

Gli ci vollero sette anni, ma alla fine tirò fuori da quel cuore così audace un volume enorme che alla struttura della sua città aveva sovrapposto quella del mare, alle vicende del suo protagonista le esperienze mitologiche, alle personalità della vita moderna quelle del pantheon divino, attraversando ogni strada della città, ogni citazione dotta, ogni parte del corpo, ogni colore del creato, con uno stile ogni volta diverso a seconda dell’argomento. Un guanto di sfida al mondo dell’editoria… Macché, alla cultura… Se non addirittura al pianeta intero!
Lo scrittore era esausto, felice. Sua moglie, spaventata oltre ogni dire, gli corresse amorevolmente le pagine. I ragazzi si erano ormai sposati e accasati e lei, a dirla tutta, si sentiva un po’ sola. Abbandonata con un cuore fanatico. Non era nemmeno facile parlarne con le amiche. La parola "scrittore" che un tempo le aveva spinte a fargli tante moine, adesso suscitava certi inequivocabili sorrisini.
Non restava che incrociare le dita.

Un mese, sei mesi, due anni.
Niente.
Zero.
Nemmeno una lettera prestampata.
Dagli editori emanava un silenzio quasi rancoroso. Solo uno si degnò di rispondere, con una letterina piccata in cui rimproverava allo scrittore di avere dimenticato la punteggiatura nelle ultime pagine.

Lo scrittore era prostrato, piegato in due, quasi sconfitto. Gironzolava per le strade della città e contemplava il cielo dove le nuvole non correvano più, ma incombevano plumbee. Pensava alla vita, penava la vita. Si baloccava con questi giochi di parole e intanto contava i fili d’erba, le vene di una mano, le finestre di una casa. Tartagliava frasi senza senso e spesso lo scambiavano per lo scemo del villaggio. Balbettava e canticchiava. Le filastrocche oscene e i limerick spinti gli erano sempre piaciuti. Per non impazzire, non restava che giocare. Tornava a casa dalle sue peregrinazioni e trascriveva intere conversazioni origliate al pub, così per il gusto di farlo. Prendeva il nome di cento fiumi e li trasformava in parole assonanti, consonanti, rimate, comunque omofone. Poi ne ricamava un poemetto sull’acqua. Li leggeva ai nipotini, che si divertivano un mondo.
"C’è più bellezza nel loro riso che in qualunque edizione rilegata," si sorprese a pensare.
E gioca che ti gioca si ritrovò a contemplare frammenti e brani con maggiore determinazione. Com’era affascinante quella distorsione del linguaggio! Non era simile a tante frasi lasciate a metà, ai pensieri tronchi che ronzano in testa alle persone, alle parole che non ricordiamo bene? La vita passava attraverso il pensiero, certo, ma inevitabilmente attraverso il linguaggio. E com’era questo linguaggio? Qualcuno aveva mai provato a scriverlo? Raccolte le ultime forze, con la voce di un invasato, lo scrittore tuonò: "Ci proverò io!"

Una mappatura uno a uno della mente, un moderno geroglifico della vita onirica, un magma fluido di parole, neologismi, paronomasie, bisticci, vocaboli polisemici, crasi, invenzioni. Una riproduzione di quell’eterno work in progress che è la vita della mente e quella del linguaggio e infine quella del mondo. Gli ci vollero diciassette anni per venirne a capo. Diciassette anni di appunti, riscritture, visioni, scomposizioni, deliri, gioie. Diciassette anni che gli costarono quasi la perdita della vista e che lo spinsero a chiudere il libro forse con leggero anticipo, nella certezza che nessuno avrebbe mai pubblicato una cosa del genere, nel terrore che leggeva negli occhi della moglie, nello sguardo compassionevole dei figli adulti.
"E tuo padre come sta?" chiedevano gli amici al pub.
"Un disastro," rispondeva il figlio.
"Vuole ancora scrivere?"
"Che vuoi, ci prova…"
A tavola, la domenica, era un mortorio. Le famiglie dei figli arrivavano e calava il silenzio: le mogli tacevano imbarazzate e i nipotini ammutolivano. Sapevano che ogni parola avrebbe innescato una reazione a catena nella mente del nonno malato. Il senso sgusciava da una lettera a una parola a un dittongo a un suffisso, senza mai trovare requie. La scrittura – la voce – diventava segno, interpretazione, simbolo.

Nei giorni finali lo scrittore si lasciò crescere la barba, cominciò a mugolare strani versi, si barricò in cantina, dove la scrittura traboccava dai fogli e proseguiva sui muri. Un figlio, sceso di soppiatto mentre lui era in bagno, trovò alla luce della torcia una pittografia con ossa di animali e gusci di tartaruga. Acrofoni, ideogrammi: la torcia tremolò per una corrente d’aria e il figlio si voltò di scatto.
"Che ci fai nel mio studio?" domandò lo scrittore, lugubre.
"N-niente, papà."
E niente fu anche ciò che ne venne allo scrittore. Trovata una forma plausibile, la spedì a un solo editore, che rispose con una lettera di insulti.

Di lì a poco lo scrittore, stremato dallo sforzo e dall’infelicità, morì. Sul letto di morte, guardò con occhi imploranti la moglie.
"Ci hai provato, James" rispose lei in lacrime. "Dio solo sa se ci hai provato."








pubblicato da m.rossari nella rubrica racconti il 6 luglio 2010