Tutto va via da sé

Dario Borso



Paul Celan ha dato su taccuino una definizione privata del suo disagio psichico: «delirio di relazione». Il giorno è l’8 maggio 1965, lo stesso del ricovero in una clinica privata di Le Vésinet, fuori Parigi. Nelle lettere alla moglie Gisèle ricorre da allora la metafora del «filo perso», mentre la cosa si consegna pubblicamente il 15 ottobre, nella poesia Carte traverse: «Il bene comune, dieci / quintali di / folie à deux». Avrebbe potuto anche dire «tredici anni di matrimonio»: Gisèle gli ha appena dichiarato che non se la sente più – il delirio di relazione cresce su una realtà incombente di separazione. Dapprima, a fine ottobre, PC vaga solo per la Provenza fino a Isle-sur-la-Sorgue, dove manca René Char; tre settimane dopo fa un viaggio-lampo in Svizzera per chiedere consiglio a Starobinski, e la notte del 23 novembre, giorno del suo quarantacinquesimo compleanno, si presenta in Rue de Longchamp e tenta di accoltellare Gisèle.
Dal punto di vista della «relazione», la situazione è fissata in una poesia del 21 novembre, Assediato: «I deliri: di’ / che sono deliri, / di bocche e / scritti e segni assassini, / dilli inventati / da te. // Non dire: / la pioggia piove. / Di’: / piove. // Di’ / Non dire / Di’ / Non dire / Di’ / Non dire».

Prelevato in camicia di forza, il 28 novembre PC viene internato all’ospedale psichiatrico di Garches, dove resta fino al 5 dicembre, quando viene trasferito in una clinica privata a Suresnes. Dal 6 inizia una corrispondenza tra familiari, con divieto assoluto di visita. PC vuole sapere del figlioletto Eric e chiede di farsi mandare le Poesie scelte di Paul Éluard; Gisèle risponde il giorno dopo: «Bisogna che ti curi, bisogna che torni su, stavi così male da più di due mesi. Hai atteso troppo, ora bisogna, bisogna assolutamente che ritrovi la tua calma, la tua vera persona. […] Coraggio, bisogna vincere la malattia, bisogna che tu viva, che tu scriva, che ti ritrovi nel vero. Con questa speranza G.». L’8 dicembre, PC stende un appunto disperato: «È ancora chiaro nella mia testa: venissero uomini. Potrei anche ricominciare. Vieni morte, vieni oggi»; e il 9 risponde: «Bisogna vincere la malattia, mi dici. Benissimo, ma qui mi si è semplicemente comunicato, a viva voce, che ero internato. Ti rendi conto di cosa vuol dire? Bisogna che tu faccia di tutto perché io lasci Suresnes […]. Ti prendo in parola: Con questa speranza!».
La sera stessa, dopo due settimane di astinenza, PC ricomincia a comporre: «Civetta di vita, il tuo grido, / non conto quante volte. / Anche devi scarcerare». E il giorno dopo stila una dozzina di aforismi: «Tutto va via da sé»; «Battere tutti i vocaboli-base alla porta della cella singola»; «Chiesero al morente di sete se non lo disturbasse il gocciolio nella cella vicina, e promisero di porre rimedio»; «Complementari ai tecnocrati: gli psicocrati»; «Non il metrico, ma il dismetrico, ove s’incontrano o si accavallano il lirico e il tragico, fa della poesia poesia». Quasi ad applicazione dell’ultimo, PC scrive dal 12 al 16 dicembre sette poesie dominate da cupo sarcasmo, per poi nuovamente tacere: «Poiché ogni linfa mi abbandona, guardo voi, faggi». Intanto Gisèle cerca un posto alla clinica universitaria di La Verrière, ma invano, e la corrispondenza dirada fin quasi a interrompersi. Così il 21: «Dammi tue notizie. Bisogna volere uscirne, bisogna voler guarire» – ma il giorno stesso, leggiucchiando Éluard, PC sottolinea: «Delirio perpetuo ci siamo detti tutto»; «Coltelli come statue del furore».
Scarni biglietti d’auguri a Natale; lunghe vacanze di madre e figlio sulle nevi svizzere; poi Gisèle che riapre il suo atelier d’incisione, Eric che inizia tedesco a scuola… PC invece si esercita in proverbi: «Dio li fa e poi li accoppa», e in lettere fittizie: «Ti ringrazio per la tua una-, due-, tre- e tantevoltità, ti ringrazio per tutti i buoni consigli – il Consiglio Supremo può ora contare sulla mia collaborazione – e ti saluto invano ma verosimilissimamente di cuore». Il 20 gennaio Gisèle gli scrive preoccupata: «Non ho più notizie di te da parecchi giorni, se non attraverso i medici»; PC risponde, secco: «Ti amo. Tutto, in me, vorrebbe dirtelo». Gisèle ancora, il 26: «Mi parli così poco nelle tue lettere. Ci siamo visti l’ultima volta in un momento così drammatico»; cinque giorni dopo, PC: «E’ tanto che ti devo una lettera, e a più riprese ho preso la rincorsa per scrivertene una. Ma che dire? Con noto e ignoto… ricamo… ricamo dal lato buono direi, dal lato protetto pure. Non leggo punto – è pietoso». Infine, il 3 febbraio, ancora PC: «Possa la mia penna tornare un po’ più agile, un po’ più vicina alle cose che accadono di là dai miei orizzonti-muraglia».

Il 7 febbraio PC viene trasferito all’ospedale psichiatrico Sainte-Anne, reparto universitario del prof. Delay, e lì il 10 può vedere per un’ora Gisèle, a ottanta giorni dall’ultima volta. La corrispondenza torna a farsi fitta, quasi quotidiana. PC: «Grazie di essere venuta ieri, questo mi dà speranza per tutti noi»; Gisèle, il 13: «Non dimenticare che vivo vicinissima a te, che penso a te continuamente e che niente di quanto ti succede può essermi estraneo». E il giorno dopo: «Vuoi, quando tornerò, che ti porti le ultime stampe che ho fatto di questi tempi, per mostrartele? […] Ogni volta che ne faccio una, ho coscienza del tuo apporto immenso in esse. Non una delle mie stampe sarebbe lì senza te. Lo sai. E quando mi hai detto che nelle mie incisioni riconosci le tue poesie, niente potevi dirmi di più bello e più grande per me». PC, il 15: «Non sai – no, sai benissimo cosa la tua lettera [del 13] costituisce per me»; e il giorno dopo: «Ho avuto, verso mezzogiorno, la tua lettera del 14 – è ancora, come le precedenti, piena d’anima, è una gioia. […] Brevità di questa lettera – sai che anche ciò deve migliorare». E difatti già il 17, senza attendere risposta: «Vieni questa domenica e porta qualcuna delle tue stampe». Lunedì 21, Gisèle: «Sono stata contenta, ieri, di averti trovato meglio, nettamente meglio, e sono stata contenta del tuo coraggio di curarti»; e il 22, PC: «Mia cara, la buona novella: non ho niente agli occhi, ma dovrò portare occhiali […]. E tu? Le tue stampe sono bellissime. Lo sai bene. E la mia poesia starà sempre volentieri nei suoi [sic] bagliori, luci, nei suoi borri, e guidare [sic] dalle sue asprezze».
Il 23, mercoledì delle Ceneri, PC dimentica per la quarta volta consecutiva di celebrare con Gisèle il «piccolo anniversario» delle nozze; il 25, dopo due mesi di sterilità assoluta, abbozza la prima versione di Intorno al viso tuo.
La corrispondenza riprende il primo marzo, con Gisèle: «Come spesso dopo un lavoro fruttuoso di parecchie settimane, ora è come se un gran vuoto s’installasse, come se non avessi più niente da trasmettere con l’incisione […]. Ogni volta, lo sai bene, l’ho imparato con te, è un ricominciare, si può solo infischiarsene delle proprie trovate e guardarsi dalle proprie conoscenze, ma ripartire come se non si sapesse niente. Tutto il passato, l’acquisito è là, ma è verso l’ignoto che si trova il nuovo». Il 3, dopo che Gisèle gli ha annunciato l’acquisto degli occhiali e un progetto di mostra comune: «Le mie lenti, tanto attese, si sono sedute, tutte dorate, addirittura doratissime, sul mio naso e mi aiutano a scrivere questa lettera. Per leggere, è di un aiuto veramente valido, quanto a ciò che c’è da guardare attraverso tutta la giornata i miei occhiali non si prestano affatto (per il momento?) […]. Il vernissage del Goethe-Institut con l’esposizione del libro e delle tue stampe – per quando bisogna fissarlo? Sarò sempre qui? Spero di no». Infine, il 4 al figlio: «Sai che il 19 marzo è il compleanno della mamma? Di sicuro ci hai già pensato – forse puoi dirmi cosa desidera mamma. Potrei allora passarti i soldi di cui hai bisogno per comprarlo. Dirò a mamma di renderti da parte mia i soldi che mi hai prestato un giorno e che non ti ho ancora reso. Ma ci sarà ancora altro: due poesiole, in tedesco, che ti passo in questa busta». Si tratta della stesura definitiva di Intorno al viso tuo e Oro fuso, composta quattro giorni prima.
Il 10 terza visita, che la sera stessa Gisèle commenta: «Ogni volta che vengo, sento che stai un po’ meglio. Ci vuole tanta pazienza, tanto coraggio. Ma stai per uscirne, e questa volta bisogna che duri». Lunedì 14, PC: «Tra qualche giorno è il tuo compleanno, è vero, ci vedremo prima, giovedì prossimo, ma vedo che non è previsto niente di "compleannoso" veramente, allora mi viene l’idea di chiedere un permesso per quel giorno. […] Ti chiedo ancora una cosa: l’Antologia di Poesia russa a cura di Elsa Triolet (per mia documentazione), e il Mallarmé prefato da Sartre». Gisèle, subito: «Bisogna che tu ti ritrovi realmente nel vero, nel tuo vero tu, allora potrai di nuovo, ne sono sicura, scrivere, leggere, lavorare, e vivere malgrado le difficoltà e le ingiustizie che ci circondano. Allora saprai e potrai riconoscere e gioire anche di ciò che non è brutto ed esiste»; e il 16, PC: «La tua lettera di lunedì, davanti a me, letta e riletta. Ecco la tua anima, alta, una vela per me, che naviga. (Qui, pensato per te ancora, il ricordo di Saint-John Perse e del suo Canto dell’Aliena.)».
Il 17 marzo, durante la quarta visita Gisèle consegna i libri a PC, che gliene chiede altri due dal suo studio: l’Ulisse di Joyce e il Tao Tê Ching di Lao-tse. Eric poi, al ritorno della mamma non resiste, e Gisèle riferisce: «Stasera dunque sul mio tavolo ci sono le tue poesie, delle rose e la stilografica. Grazie per tutto ciò […]. Sono stata così contenta di vederti oggi. Ho avuto l’impressione che eravamo più vicini tra noi. Ti ringrazio del tuo coraggio e della tua pazienza che ti aiuteranno a recuperare e a ripartire». In simultanea, PC scrive Pietra contestata e sigla «A Gisèle, per il 19 marzo 1966»; il mattino dopo spedisce, accompagnandola così: «Amata mia, bisogna che continuiamo, no? Possano le sette rose, sotto una forma nuova, essere presenti, per te e per nostro figlio».

Dal 19 marzo al 2 maggio PC compone altre trentadue poesie, ventitré delle quali spedisce via via a Gisèle, dedicandogliene dieci; finché il 2 stesso inizia una cura d’insulina, già ventilata in marzo dall’équipe medica. Uno scambio del 23 aprile dà il polso della situazione. PC: «Domani, senz’altro, comincerà la cura all’insulina, e ti scrivo per dirti che sono, da ieri, un po’ in ansia. Ho perfino pensato, stamattina – dopo una notte non troppo buona –, di andare a trovare i medici per parlargli. Ma non lo farò. "Non c’è ripiegamento", dice René Char sulla pietra che ci ha donato, "ma una pazienza millenaria"»; Gisèle: «Delay mi ha ribadito che non è una vera cura d’insulina (non è mai stato a favore). Solo qualche puntura allo scopo di stimolare la tua memoria, le tue forze di concentrazione e per rendere duraturo il miglioramento del tuo stato». Ancora, il 5 maggio: «A poco a poco, le tue forze rinasceranno. Sarà il momento per te, con calma, di riprendere i manoscritti, di batterli a macchina, di organizzarli […]. Le grandi margherite che ami saranno in fiore lungo il muro, ci saranno rose»; e il mattino dopo: «Sono appena riuscita a raggiungere D. che, penso, ti vedrà in mattinata. Mi ha molto rassicurata. Niente d’inquietante, mio caro, in queste ore spiacevoli che hai passato. Il trattamento sarà rivisto in funzione delle reazioni di questi giorni e tutto andrà bene». Ma PC, il 7: «Sei piena di bei progetti – sì, vedrò le tue rose, le tue margherite. Nostro figlio. Gli amici. Sono un po’ stufo, ma terrò. Scusa la mia scrittura. D. è stato in Avenue d’Iéna [Goethe-Institut], deve avertene parlato. Gentilissimo. Ma dove sono le mie forze?»; e il 9: «Ho dormicchiato, è pomeriggio, tre ore e mezza. Stamattina, la puntura, che mi ha reso un po’ madido. Aumento a settanta domani. La mia mano poco ferma, come vedi». Le lettere diradano, Gisèle non scrive più, da PC solo dispacci. Il 18: «E’ giorno di riposo oggi, poca insulina, e prendo, un po’ in ritardo, lo so bene, la penna per dirti che ti penso»; il 22: «Il trattamento segue il suo corso, senza storie, – salvo per il mio vicino che ha avuto un’assai spettacolare crisi convulsiva ieri, proprio all’inizio, sicché l’hanno subito rizuccherato, senza aver potuto evitare che il povero si mordesse la lingua. Ma in fondo non sono che alla mia sedicesima puntura (o "pera", come si dice qui), e con l’aiuto della Pentecoste, morderò ancora un bel pezzo di giugno. Ma pazienterò»; il 24: «Il mio trattamento, stamattina, è andato normalmente: verso le dieci e mezza, dopo sonnolenza e traspirazione e, stavolta, senza accompagnamento di "divagazioni" – cito il rapporto dell’infermiere, il signor Mann (come Thomas) – ero rizuccherato e in piedi. Per il mio vicino fu più lungo e, di nuovo, assai penoso da vedere. Gli fanno "lo shock comatoso", mentre a me lo "shock umido". (Imparo, vedi.) L’hanno rizuccherato con un’endovenosa per riportarlo dal "paradiso"». Gisèle torna a scrivere il 3 giugno: «Ho appena sentito il dott. D. Continua a essere contento dei risultati della cura. Deve vedere il dott. Deniker stamattina per decidere la fine della cura, è una questione di giorni. Le quattro-cinque settimane previste contano a partire soltanto da una certa dose d’insulina, i primi giorni dunque non contano». E l’11 infatti PC esce.

La seconda metà del ’66 vede PC impegnato a comporre il futuro Fili di sole. Un nuovo crollo però lo porterà a tentare il suicidio (con un tagliacarte): il 30 gennaio 1967, salvato da Gisèle, viene operato al polmone sinistro all’ospedale Boucicaut, e da lì trasferito il 13 febbraio nel reparto del dott. Delay, dove rimarrà ricoverato fino al 17 ottobre. Appena rimessosi, tra marzo e giugno conclude Fili di sole, e a luglio raccoglie in un fascicolo a sé le trentacinque poesie scritte in ospedale più di un anno prima, segnando sopra: «Delirio / Oscurato (17.7.67) / Per il poema dopo Fili di sole». All’epoca dunque PC pensava al ciclo di Sainte-Anne come al nucleo di una nuova raccolta, dal titolo ancora incerto. Senonché il 22 gennaio 1968 il suo nuovo editore Siegfried Unseld gli scrive da Francoforte chiedendogli materiale inedito per un volume collettaneo di autori Suhrkamp; e PC risponde positivamente il 29: «In allegato undici poesie per il volume da Lei progettato Da opere abbandonate […]. Come titolo complessivo prego di mettere Oscurato». Il libro uscirà così a cura di Unseld stesso nel luglio ’68 (due mesi prima di Fili di sole) con contributi tra gli altri di Samuel Beckett, Peter Weiss, Uwe Johnson, Martin Walser e Nelly Sachs. In premessa il curatore spiega trattarsi di «testi che vennero "abbandonati", dunque non proseguiti, non completati o non pubblicati»; e la nota redazionale a fine-libro suona (semifalsa): «Paul Celan, Oscurato. Ciclo frammentario. I testi sono nati nella primavera del ’66. L’autore ha distrutto la maggior parte delle poesie connesse».

Il fascicolo in questione, rinvenuto nell’ufficio di PC dopo la morte, conteneva un quaderno scolastico e fogli sparsi. Nel quaderno sono trascritte ventisei poesie del ciclo intero; le rimanenti nove stanno nei fogli sparsi, e per datazione precedono quelle del quaderno. Al momento d’inviare a Unseld, PC trasceglie nove poesie dal quaderno più due dai fogli sparsi, e le ordina secondo un criterio non strettamente cronologico. Nell’ultima abitazione di PC poi si sono trovati altri fogli sparsi di versioni diverse, e nella corrispondenza con Gisèle compaiono ventisei poesie, in versione non sempre definitiva. L’edizione cui si fa qui riferimento è il vol. XII dei Werke, a cura di Rolf Bücher e Andreas Lohr, che presenta prima il ciclo delle undici poesie pubblicate nel ’68, poi le restanti ventiquattro in ordine cronologico. Si è altresì considerata l’edizione precedente, del 1991, a cura di Bertrand Badiou e Jean-Claude Rambach, che aveva presentato in sequenza le undici pubblicate, le ventiquattro del quaderno e le nove dei fogli sparsi. Per il tipo di ricostruzione qui proposta, abbiamo optato per una terza soluzione, che ha il merito di avvicinarsi assai più alla "realtà dei fatti": prima presenteremo in ordine cronologico le sette poesie dei fogli sparsi rimaste escluse dalla pubblicazione del ’68, poi le undici pubblicate, e infine le diciassette del quaderno rimaste allora escluse, nell’ordine in cui stanno.

Infine sulla traduzione, per dire che abbiamo tenuto fede a una dichiarazione resa da PC in Rue de Longchamp mesi dopo, il 26 dicembre 1966: «E non musicalizzo più […]. Ora distinguo rigorosamente tra lirica e musica. Il disegno mi è più congeniale, solo che ombreggio più di Gisèle, ombreggio apposta qualche contorno, per rispetto alla verità della nuance, fedele al mio realismo psichico. E per quanto concerne le mie presunte cifrature, direi piuttosto: polisemia senza maschera, che così corrisponde esattamente alla mia sensibilità per l’accavallarsi dei concetti, il sovrapporsi dei riferimenti. Poi conoscete anche il fenomeno dell’interferenza, azione reciproca di onde coerenti che s’incontrano. Siete al corrente del trasformarsi e rovesciarsi dialettico – il mutamento nel contiguo, nel successivo, nell’opposto. A ciò corrisponde la mia polisemia (che compare solo in certi punti di svolta, certi assi di rotazione). Essa tiene conto anche del fatto che in ogni oggetto osserviamo sfaccettature che mostrano l’oggetto da più angoli visuali, in più "rifrazioni" e "tagli", che non sono affatto solo "apparenza". Mi adopero a riprodurre in parole porzioni almeno dell’analisi spettrale degli oggetti, di mostrarli contemporaneamente in più aspetti e compenetrazioni con altri oggetti: vicini, consecutivi, opposti. Poiché purtroppo non sono in grado di mostrare gli oggetti da tutti i lati. Resto nelle mie cose aderente al sensibile; esse non pretendono mai al "soprasensibile", non mi viene, sarebbe posa».








pubblicato da t.lorini nella rubrica poesia il 27 giugno 2010