De minimis curat…

andrea amerio



L’opera e la figura di Antonia Pozzi negli ultimi anni hanno conosciuto una forte riscoperta editoriale, ma non solo.

Del 2008 sono i Diari e altri scritti a cura di Onorina Dino e Matteo Vecchio usciti per Viennepierre, l’editore che nello stesso anno dà alle stampe anche l’Epistolario (1933-1938) a cura di O. Dina e T. Gadenz. Del 2007 invece è Nelle immagini l’anima, un libro che raccoglie le foto scattate dalla giovane poetessa nei luoghi a lei più cari, a cura di O. Pellegatta e O. Dino, per l’editore Ancora.

Lasciando il campo editoriale è da segnalare il film/documentario Poesia che mi guardi, uscito nelle sale (poche in verità) nel novembre 2009, per la regia di Martina Spada, e lo spettacolo teatrale di cui dicevamo in apertura, dal titolo Antonia Pozzi: per troppa vita che ho nel sangue, messo in scena dal Farneto Teatro, di e con Elisabetta Vergani, che debutta domani alle 21 in anteprima nazionale in forma di "primo studio" al festival di Campsirago, presso la Chiesa dei SS Filippo e Giacomo a Ello, piccolo comune in provincia di Lecco, luogo pozziano per eccellenza (la famiglia Pozzi possedeva una casa di campagna a Pasturo, in Valsassina).
Fatti i dovuti complimenti alla coraggiosa regista Marina Spada, e dopo un doveroso in bocca al lupo all’impresa della bella e talentuosa Elisabetta Vergani, veniamo alle dolenti note, che riguardano esclusivamente il mondo dell’editoria.
Nel gennaio 2009, Garzanti pubblica negli Elefanti (la prestigiosa collana che accoglie le poesie di Porta, Rosselli, De Signoribus, Raboni, Insana) un corposo volume titolato Tutte le opere di Antonia Pozzi, curato da Alessandra Cenni, autrice nel 2002 per Rizzoli di un romanzo biografico edito nella collana Saggi italiani dal titolo In riva alla vita. Storia di Antonia Pozzi poetessa.
Tutte le opere, dunque. Era ora, ci voleva. Peccato che nel volume curato da Alessandra Cenni manchi all’appello il saggio dedicato alla formazione letteraria di Flaubert pubblicato dalla stessa Garzanti nel lontano 1940, che certo a qualcuno avrebbe fatto piacere leggere.

E va bene, non saranno tutte le opere ma almeno ci saranno tutte le poesie. Sbagliato: mancano del tutto le poesie comprese nel volume Poesia, mi confesso con te pubblicato da Viennepierre nel 2004 a cura di Onorina Dino. Poco male, direte, non facciamo i pignoli, è un caso. Però mancano anche le traduzioni da Manfred Hausmann e da Aldous Huxley. Uffa, però ci sono gli apparati, ricchi, aggiornati, indispensabili. Sì ma per lo più sono prelevati di peso, salvo alcune piccole modifiche, dalle precedenti edizioni curate dalla stessa Cenni assieme alla già citata Onorina Dino. Da La vita sognata (Scheiwiller 1986), Diari (Scheiwiller 1989) e soprattutto da Parole, il volume edito dalla stessa Garzanti nel 1998 a cura dalle due studiose. Curioso però che in questa nuova edizione il nome di Onorina Dino scompaia, così come negli apparati bibliografici scompare l’articolo Gli scritti della poetessa Antonia Pozzi («Corriere della Sera», 28 ottobre 2002) a firma della stessa Onorina Dino, e, soprattutto, non resta traccia della recensione della Dino al romanzo biografico della Cenni pubblicato per Rizzoli di cui in dicevamo in apertura. Recensione che ha per titolo ’Il volto nuovo’ ovvero il tradimento di Antonia Pozzi («Otto/Novecento: rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria», XXVI, 3, 2002, pp. 71-108).

Non sarà per caso che il peccato, il "tradimento", commesso dalla Dino nella sua recensione possa essere di aver avanzato riserve sul romanzo biografico dell’amica curatrice Alessandra Cenni? Per caso non si sarà insinuato anche qui, anche in questi luoghi angusti e invisibili di studio specialistico, anche nella registrazione apparentemente neutrale di una compilazione bibliografica, il germe della ripicca, o della censura? Oppure semplicemente la Cenni ha dimenticato l’esistenza della persona con cui ha curato tanti volumi?

Tralasciamo poi che negli apparati del libro Garzanti non vengano tenuti in debito conto i notevoli contributi di Graziella Bernabò, di Gabriele Scaramuzza (che, a pagina 670 nella bibliografia, diventa «Scaramazza») di Fulvio Papi e di altri studiosi che si sono occupati con risultati degnissimi della Pozzi. Tralasciamo che la zia Pina, sorella della mamma della poetessa, diventa la zia «Fina» (p. 413); che la signora Frua, citata in una delle prime lettere, diventi la signora «Prua» (pagina 423) e che nella nota anteposta alla sezione che presenta le lettere e i diari si citi Maria Gramignola Cavagna Sangiuliani, l’amatissima nonna Nena, chiamandola con il nome della madre della poetessa, Lina Cavagna Sangiuliani, figlia di Maria Gramignola (pagina 410).

Tralasciamo, dico, perché Montale scriveva a ragione che "gli angeli resteranno inespungibili refusi" e dio solo sa quanto la lotta contro il diabolico refuso sia impari. Detto questo però, come si fa a ignorare le pecche di un’edizione a vasta diffusione che qualifica come inedite lettere già pubblicate nell’edizione Archinto del 2002 (L’età delle parole è finita. Lettere) curata, tanto per cambiare, da Alessandra Cenni e Onorina Dino?

Che dire? Su Ibs il volume pubblicato da Garzanti risulta "al momento non disponibile".

Si vede che la poesia è molto amata, e a ragione. Infatti mi piace pensare che un volumone di scritti di una poetessa morta suicida a ventisei anni per la cieca ipocrisia maschilista dell’Italia mussoliniana sbanchi il botteghino, ma soprattutto mi piace pensare di non trovarlo nelle librerie perché mi sovviene una sua bellissima Canzonetta, che riproduco in chiusura di questo mio "intervento da dietro", aggiungendo che non posso evitare di riscontrare l’amaro, ironico paradosso per cui questi episodi vengono a interessare uno dei pochi autori del novecento che, memore dell’ammonimento manzoniano messo in scena nell’episodio della biblioteca di Don Ferrante, abbia tematizzato in versi la pochezza, la povertà, la meschinità del libro – e del circostante mondo di attese e speranze che si dispiega varcate le soglie rampicanti del paratesto.

Eccola:

Canzonetta

Ciascuno la propria tristezza
se la compra dove vuole -
anche in una bottega nera
austera
tra libri impolverati
che si liquidano a prezzi
dimezzati -
libri inutili -
tutti i Tragici Greci –
ma se il greco non lo sai
più –
mi sai dire perché li hai
comprati?
libri inutili -
Poesie per i bambini –
coi fantoccini
colorati -
ma se non hai bambini
tu
mi sai dire perché li hai
comprati?
se non avrai dei bimbi mai
più
mi sai dire per chi
li hai
sciupati
i tuoi soldi
così?
Ciascuno la propria tristezza
se la compra dove vuole -
come vuole -
anche qui –

Viva l’Italia!

Nota

L’articolo riprende e in parte rielabora una lettera aperta del 19 aprile 2009 inviata del prof. Matteo Vecchio dell’università di Firenze, chi qui ringrazio.








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 24 giugno 2010