Wicked Messenger

Teo Lorini



Il prossimo marzo cadrà il 50° anniversario del debutto discografico di Bob Dylan. Dopo mezzo secolo, colui che è stato osannato come poeta, insultato come traditore (celebre il "Giuda!" che gli gridò un fan a Manchester nel ’66), che è stato idolatrato come "voce di una generazione" e dato innumerevoli volte per finito, che si è definito semplicemente a song and dance man e che nelle parole di Tom Petty, uno dei molti suoi compagni di strada, ha "influenzato assolutamente tutto" resta un enigma. Nella vasta congerie di opere ispirate da questo mistero inafferrabile, è eloquente il titolo del film di Todd Haynes: I’m not there.
Dylan è proprio così, quando si cerca di definirlo e costringerlo in una categoria, lui è già da qualche altra parte.

Va benissimo allora provare, come fa Wicked Messenger, a prendere in considerazione solo una parte, quella per molti versi più rigogliosa e sorprendente, della sua lunghissima carriera. Marqusee ricostruisce molto dettagliatamente il quadro di complesse tensioni ideali e politiche che travagliò gli USA nel decennio ’60. Se è indubbio che il giovane Dylan del revival folk e delle protest songs fu un alfiere di quell’epoca e un punto di riferimento per i sostenitori di quelle istanze, è altrettanto vero che l’autore di It ain’t me, babe s’affrancò ben presto dal movimento con una "svolta elettrica" prima incompresa e poi -al solito- rivalutata, il cui debutto si fa comunemente risalire alla contestata esibizione di Newport, 25 luglio 1965. Marqusee si addentra coraggiosamente nel ginepraio di beffarde citazioni e allusioni sfuggenti che innervano i testi della trilogia di album composti da Dylan tra il ’65 e il ’66 a ritmi anfetaminici. Poi lo lambisce nei mesi della cantina di Big Pink, indagati da G. Marcus nella sua Repubblica invisibile (Arcana, 1997) e giunge fino alle sedute d’incisione – appena tre (!), per la cronaca – da cui scaturì un album incommensurabile come John Wesley Harding.

Tirate le somme, Wicked Messenger non arriva a rivelare l’arcano incarnato nell’opera di Dylan né ha la profondità di quel saggio di Carrera (La voce di Bob Dylan, Feltrinelli 2001) che rimane una pietra miliare. Però ha il pregio di tratteggiare con grande passione un decennio destinato a rimanere cruciale per chiunque, persino per l’enigma chiamato Bob Dylan.

Pubblicato su «Pulp Libri» (n.85).








pubblicato da t.lorini nella rubrica musica il 23 giugno 2010