L’orrore attende il nostro risveglio

Anna Ruchat



«In quest’ansia di ritoccare l’immagine che si intendeva tramandare di sé risiede, a mio avviso, uno dei principali motivi per cui un’intera generazione di autori tedeschi si rivelò incapace di descrivere e di consegnare alla nostra memoria ciò di cui era stata testimone». Questo scrive W.G. Sebald nella sua Storia naturale della distruzione [1] che raccoglie una serie di lezioni tenute a Zurigo nel 1997 sul tema dell’elaborazione della memoria della distruzione (in particolare dei bombardamenti aerei alleati che rasero al suolo le città tedesche). Punto di partenza della riflessione di Sebald è il racconto che Carl Seelig [2] fa di un’escursione con Robert Walser, avvenuta il 27 luglio 1943 alla vigilia del bombardamento aereo su Amburgo che uccise più di 50.000 civili e distrusse intere strade e quartieri. «Nel viaggio di ritorno ci facciamo, da una stazione all’altra, più taciturni. Soltanto una volta, indicandomi un’altura boscosa, Robert sussurra: "Non torniamo forse a casa più ricchi? Non è stata una giornata magnifica?" Io gli ficco in tasca ancora qualche dolciume. Al momento di salutarlo, di colpo, il suo volto tragico mi spaventa. Quella lunga stretta di mano…»: è come se passasse il rumore della storia nell’improvviso sdoppiamento tra la bellezza del paesaggio e la tragicità dello sguardo sul volto di Walser. Sebald dice che il racconto di Seelig lo ha aiutato «a capire da quale prospettiva volgere lo sguardo sui terribili avvenimenti di quegli anni.» [3] Non dice però altro sulla prospettiva, che forse è solo quella doppiamente esterna del paese senza guerra e della follia, ma forse anche di una normalità inaccettata e intollerabile. D’altra parte la Svizzera rappresenta proprio quella normalità che prescinde dalla tragedia e che in un certo senso la ignora. Sebald si interroga sul «modo in cui la memoria fa i conti con eventi che trascendono i limiti di tollerabilità» [4]: perché i tedeschi non hanno reagito ai feroci bombardamenti delle città? Perché gli scrittori tedeschi ne hanno sempre taciuto? E Sebald conclude «perché fummo proprio noi a provocare la distruzione delle città nelle quali vivevamo allora» [5], corresponsabili delle atrocità perpetrate dal regime hitleriano. La cecità storica dei tedeschi, la rimozione dell’«annientamento senza precedenti» [6] che ha investito la Germania, è dovuta al fatto che i tedeschi sono stati complici dei crimini del Terzo Reich. Ma non è forse proprio il risucchio della normalità, che sempre prescinde dalla tragedia, ad azzerare la reazione dei tedeschi? E la Svizzera? Che non è stata bombardata, che non ha subito distruzioni, come ha pagato il prezzo dell’autoconservazione? Con quali rimozioni? Con quale ottundimento delle coscienze? E gli scrittori svizzeri come hanno saputo consegnare alla memoria un’esperienza di apnea, di preservazione se non altro apparente, non meno imbarazzante in certe sue fasce di compromesso, nelle numerose sacche infauste, di tanta altra tragica storia d’Europa? E quanto l’esperienza forte della guerra diventa paradigma di una condizione bloccata come quella descritta da Ludwig Hohl nelle sue note: «Svizzera. La rigidità cattura via via, senza che loro lo notino, anche i migliori e vengono ricoperti da una glassa. Tu guardi questa situazione con orrore e temi che, un po’ per volta, ne siano completamente ricoperti». [7]

Max Frisch si accorge molto presto di quanto le condizioni di chi sta dentro il grande bunker elvetico siano pericolosamente esterne ed estranee al rumore del tempo e della storia: «che cos’è successo, in realtà?» si chiede Frisch chiamato alla mobilitazione nel 1939 «Stiamo, col fucile sotto il braccio, in una patria che un bel giorno è stata accerchiata. Un po’ stupidamente il filo spinato si erge nelle nostre città…la guerra, come un temporale, rimbomba in lontananza… il fulmine, l’annientamento ci vengono risparmiati. Vittoria e sconfitta ci vengono risparmiate. Tutto ci viene risparmiato, prove d’ogni genere. È inquietante vedere quanti ancora non se ne accorgono; l’orrore attende il nostro risveglio». [8]

Ma non sono soltanto gli svizzeri a rendersi conto di quanto contraddittoria e rischiosa, di quanto opaca sia in fondo, fin dall’inizio la posizione della neutralità.
Thomas Mann, illustre esule mai più rientrato in Germania dopo che nel 1933 era stato sorpreso in Svizzera dall’ascesa di Hitler, tacque fino al 1936 per non compromettere sé stesso e il proprio editore, nella speranza di non perdere i propri beni e la cittadinanza, ma anche per non mettere in imbarazzo il paese che lo ospitava, la Svizzera. Romperà il silenzio sul regime hitleriano anche grazie alle pressioni dei figli che lo spingono a schierarsi con l’altra emigrazione, non quella dorata e silenziosa che sopravvive nel piccolo paese senza mare, ma quella organizzata che si muove tra mille scontri interni e contraddizioni nella zona grigia del confronto con la storia, proprio sulla "Neue Zürcher Zeitung". [9] Se in Germania l’assorbimento della persecuzione, del genocidio e della stessa distruzione delle città in un regime di normalità, che si modella costantemente sulla storia e sulla cronaca, fa perno su una condizione umana, sull’istinto di autoconservazione, in Svizzera è invece lo stato, sono le istituzioni e anche le singole associazioni di categoria a farsi carico di una "normalità", di un ordine, a suo modo avulso dalla storia.

Difficile l’esercizio della neutralità, difficile preservare un confine senza alzare barriere, difficile decidere quando e chi può entrare nell’isola felice e stabilire il prezzo di quella "felicità". Difficile dire, più banalmente, quale "normalità", quale paradigma d’ordine, possa fare da sponda all’orrore. E qui la domanda, per la Svizzera, non è molto diversa da quella che pone Sebald. Dove finisce il compromesso e dove inizia la complicità? Quale consapevolezza c’è tra i cittadini? Quale disponibilità c’è, da parte degli scrittori, a elaborare il tema della gabbia?

Questo libro bello e importante di Stefan Keller è una possibile risposta, un tassello, almeno, che ci aiuta a capire: Joseph Sprung, ebreo respinto per ben due volte alla frontiera svizzera e infine consegnato a sedici anni, nel 1943, alle SS e trasferito direttamente dal confine svizzero ad Auschwitz, Joseph Sprung che quasi novantenne decide di denunciare il governo elvetico, non per chiedere un risarcimento ma per ottenere giustizia, per avere una sorta di riscatto morale al torto subito, mette in luce le contraddizioni della neutralità tutelata, di un ordine che non solo preserva, ma che, per preservare, alla fine collabora, diventando puntualmente funzionale al regime nazista:

La commissione, guidata dal docente di storia di Zurigo, Jean-François Bergier, composta quasi per la metà da specialisti stranieri, aveva infatti concentrato la propria attenzione sulle motivazioni e sul punto di vista della vittima, non su quelli del popolo, delle autorità e dei politici svizzeri: essa tentò di presentare numerosi casi specifici che illustrassero le misure concretamente adottate ai confini e all’interno del territorio nazionale nei confronti dei fuggiaschi tra il 1933 e il 1945. Le autorità svizzere, così si legge nella conclusione della relazione, con la loro politica di difesa antisemitica nei confronti degli ebrei hanno contribuito – più o meno intenzionalmente – a far sì che il regime nazista "raggiungesse il proprio scopo". [10]
Sul periodo successivo al 1942 la commissione scrisse:

"Non ci sono fattori che inducano a pensare che l’apertura dei confini avrebbe provocato un attacco da parte delle potenze dell’Asse o causato difficoltà economiche insormontabili. Tuttavia la Svizzera negò il proprio aiuto a uomini in gravissimo pericolo di vita". [11]

Nel 2000 il giudice Karl Harttmann, a fronte delle accuse di Spring, dichiarerà che «Nella seconda guerra mondiale la Svizzera non si è schierata e per questo motivo non può aver commesso crimini di guerra», dunque «le accuse si dimostrano infondate e all’imputato non spetta alcun risarcimento». Esiste dunque, dentro lo stato, ma anche nelle istituzioni e nelle associazioni riconosciute, un principio d’ordine chiamato neutralità che organizza il comportamento conforme dei cittadini. La "normalità" in Svizzera non è un processo di adattamento – feroce, perverso – alla storia, semplicemente ne prescinde, in quanto ben più potenti dei movimenti del tempo sono le strutture di protezione a salvaguardia di quello che Dürrenmatt chiamerà il carcere-Svizzera. Durante l’ultimo conflitto mondiale, ad esempio, la Società Svizzera degli Scrittori [12] si impegnò «affinché gli autori ebrei stranieri non varcassero la frontiera, redigendo essa stessa dei rapporti, indirizzati alla Polizia degli stranieri, decisivi in merito all’accoglienza o al respingimento degli emigranti che si presentavano alla frontiera. I membri della SSS avevano definito in questo modo le linee guida della loro attività delatoria: solo gli scrittori eminenti dovevano essere autorizzati a lavorare e a soggiornare in Svizzera. Per contro, gli scribacchini d’ogni risma, che venivano accusati di cercare asilo in Svizzera unicamente per «approfittare della congiuntura», dovevano essere trattati «senza pietà». I rapporti che il segretariato della SSS ha redatto per la Polizia degli stranieri specificamente fino al 1945, ma episodicamente sino alla fine degli anni ’50, erano improntati all’idea della difesa spirituale del paese, ed esibivano un atteggiamento fondamentalmente delatorio. Si consideravano «eminenti» infatti, quegli «autori agiati, non impegnati politicamente, che scrivevano testi conservatori sia nel contenuto sia nello stile». Il punto è che proprio le strutture di controllo interne, queste diverse forme di preservazione del sistema, sono assolutamente consustanziali al principio di neutralità. Poiché agiscono secondo un fondamento d’ordine indipendente dalle leggi del conflitto, non si esauriscono con la fine della guerra ma sopravvivono a oltranza, fino ai movimenti di rottura, quando qualcuno si schiera, denuncia, e allora viene alla luce il congegno con tutta la sua sistematica e ciclica degenerazione. C’è però una differenza sostanziale che riguarda il ruolo degli scrittori svizzeri nell’elaborazione dei fatti che di volta in volta vengono alla luce. Di contro a una letteratura tedesca che fatica a raccontare, la letteratura e più tardi il cinema svizzero si configurano come strumenti di denuncia. Addirittura il gruppo Olten, costola della SSS che si emancipa nel 1970 proprio per esercitare una forma di controllo democratico sulle strutture del sistema confederale, riporta nel suo statuto questa clausola: il Gruppo Olten «sostiene le iniziative politiche che mirano ad una spartizione equa dei beni, ad una democratizzazione dell’economia e delle istituzioni di diritto pubblico, alla salvaguardia del mondo contro le distruzioni militari e civili e al rispetto dei diritti dell’uomo».

Già nell’immediato dopoguerra Max Frisch – svizzero e quindi risparmiato, ma anagraficamente coinvolto – descrive nel diario lo stato di abbattimento e depressione in cui versano le città tedesche. Frisch, che esce dal paese del lungo sonno, dalla gabbia dorata in cui niente è mai mancato davvero, si addentra, a poche decine di chilometri di distanza, tra macerie abitate da vite svuotate, da fantasmi in esilio e racconta la frustrazione di chi scrive, la difficoltà di chi si avvicina a un mondo parallelo che immediatamente lo risucchia.
In fondo tutto quello che scriviamo in questi giorni non è nient’altro che disperata legittima difesa, che va di continuo a scapito della veridicità, immancabilmente; perché chi nel fondo rimanesse vero, non tornerebbe più indietro, una volta messo piede nel caos, oppure lo farebbe solo dopo averlo trasformato.
Nel mezzo c’è solo insincerità. [13]

Sarà sostenuta dai colleghi scrittori anche Mariella Mehr, scrittrice zingara e svizzera che con l’aiuto di alcuni giornalisti, denuncia l’operato della Pro Juventute, l’associazione nazionale con scopi assistenziali e benefici che ha portato avanti dal 1929 al 1974 un "programma" di stampo filonazista chiamato Bambini della strada maestra. L’iniziativa prevedeva l’estirpazione del fenomeno zingaro: i bambini venivano tolti alle madri, le madri venivano sterilizzate, i rapporti tra il clan, i genitori, e i figli venivano ostacolati o addirittura interrotti…
L’intera opera letteraria di Mariella Mehr è un atto di denuncia, non solo nei confronti della Pro Juventute, ma più in generale verso le istituzioni chiuse e la rigidità sterile di ogni apparato che sistematicamente si arrocca ed espelle il diverso. [14]

Dunque la neutralità della Svizzera, intesa come sistema chiuso, bloccato, è paradigma di un più generale isolamento, di una più capillare autoreferenzialità e di un controllo interno che saranno il tema ricorrente della più acuta e ironica letteratura svizzera del secondo Novecento.

Sistemi chiusi, metafore di un paese che non risponde alle regole della storia, ma solo a quelle interne dell’autoconservazione, sono anche l’Andorra di Max Frisch e il Minotauro di Dürrenmatt, il Waschküchenschüssel di Lötscher, il Lattaio di Bichsel e persino la Typhoid Mary di Federspiel: un gioco asfittico dal quale non si esce e che fatalmente si specchia nell’idillio di Walser.

È anche questa dunque l’importanza di un libro come Dalla Svizzera ad Auschwitz di Stefan Keller, che non si limita a ricostruire, attraverso la voce di Spring, intrecciata agli atti processuali, un pezzo di storia svizzera, ma denuncia con coraggio un atteggiamento sempre vivo, una sconcertante linea di continuità sorretta nel tempo da un conformismo istituzionale che fa emotivamente appello alla tradizione: la difesa a oltranza del suo imprescindibile ruolo economico, quello di tesoreria d’Europa e del mondo, che salda ogni decisione in materia politica, sociale e di rapporti con gli altri paesi.
Se la Germania ha dovuto «ritoccare l’immagine che intendeva tramandare di sé» [15], la Svizzera, nonostante il Rapporto Bergier, non ne ha sentito la necessità: un paese che si astiene, che facilmente dimentica. «Un carcere» scrive Dürrenmatt nel 1991, «in cui gli svizzeri si sono rifugiati poiché tutto fuori dal carcere stava crollando e poiché loro soltanto in carcere sono certi di non essere aggrediti; gli svizzeri si sentono liberi, più liberi di tutti gli altri esseri umani, liberi in quanto prigionieri nel carcere della neutralità». [16]

Dalla Svizzera ad Auschwitz, di Stefan Keller, ed. Armando Dadò, pp. 250, euro 16.80 (franchi 25).


Note




[1] Winfred Georg Sebald, Storia naturale della distruzione, Milano, Adelphi 2004, traduzione di Ada Vigliani, p.13

[2] Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Milano, Adelphi 1981 p. 63, traduzione di Emilio Castellani, p.63

[3] Winfred Georg Sebald, op. cit., p. 11.

[4] Ivi, p. 82.

[5] Ivi,p. 103.

[6] Ivi, p. 18.

[7] Ludwig Hohl, Die Notizen, oder von der unvoreiligen Versöhnung, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1984, VIII, 70, p. 508.

[8] Max Frisch, Fogli dal tascapane, Casagrande, Bellinzona 2000, traduzione di Daniela Idra p.126.

[9] Thomas Mann, Lettera a Korrodi (1936) in Fratello Hitler e altri scritti sulla questione ebraica, Mondadori, Milano 2005, traduzione di Cristina Lombardo e Chiara Origlio, pp. 69-78

[10] Stefan Keller, Die Rückkehr, Rotpunkt Verlag 2003. Qui a pagina 224-225.

[11] Ibidem, p. 225.

[12] Le notizie sulla Società Svizzera degli Scrittori e sul Gruppo Olten sono tratte soprattutto dal sito della attuale Associazione degli scrittori, ads www.a-d-s.ch/home/

[13] Max Frisch, Tagebuch 1946-1949, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1958, pp. 33-34.

[14] Cfr. tra l’altro: Mariella Mehr, Von Mäusen und Menschen, [Uomini e topi], testo scritto in occasione del conferimento della Laurea ad honorem della Facoltà di storia e filosofia di Basilea il 26.11.1998 e a tutt’oggi inedito anche in tedesco. Traduzione di Simona Polverino.

[15] Winfred Georg Sebald, op. cit., p. 13.

[16] Friedrich Dürrenmatt, Die Schweiz – ein Gefängnis, Rede auf Vaclav Havel in Kants Hoffnung Diogenes 1991, p. 15. Traduzione italiana, Dadò 2005.





pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 22 giugno 2010