Le mani di Alda

Benedetta Centovalli



Proprio nei giorni di Natale, mettendo in ordine la nuova libreria, tra montagne di scatole, mi è venuto incontro il ricordo indelebile di Alda Merini. Da un contenitore Ikea sono usciti decine di piccoli libretti "Pulcinoelefante" di Alda, confezionati con amorosa pazienza e gusto d’artista da Alberto Casiraghi, tante fotografie con dedica, carte dalla scrittura illeggibile e poesie scritte a macchina (Alda usava la macchina con il nastro consumato e batteva sul primo foglio che restava bianco mentre sugli altri con la carta carbone si imprimevano i caratteri dei suoi versi). Alda golosa di ravioli e di dolci, sempre con la sigaretta in mano, con indosso qualcosa di vistoso: un fiore rosso, una grossa collana, degli orecchini sgargianti, un anello con pietra, una borsa colorata. Alda che compra due volte qualcosa che gli piace, due ombrelli a pois, due delfini di peluche, due spille di strass, due poster di Nanni Moretti o di Charlie Chaplin. Alda nella sua casa impossibile sui Navigli, con il pavimento cosparso di soldi, di sigarette, zeppa di fotografie e con i muri usati come agenda telefonica. Con il letto disfatto e il ventilatore sempre in funzione, con le lenzuola segnate dalla cenere accesa delle sigarette, l’armadio, il crocifisso. Eccola che telefona e detta le sue poesie agli amici, che chiama per una visita, che racconta di Vanni, che suona il pianoforte. Su e giù per Ripa Ticinese, nei bar che l’hanno ospitata tante volte, nella chiesa dove si rifugiava, nei negozietti che frequentava. Ho conosciuto Alda a metà degli anni Novanta, mi piaceva la sua poesia. Ho pubblicato nel 1995 un libro di prose poetiche, il suo primo successo di vendite, La pazza della porta accanto, a cura di Chicca Gagliardo e Guido Spaini, e poi su licenza di Scheiwiller L’altra verità. Diario di una diversa, e altri libri come le poesie La volpe e il sipario e Aforismi e magie, una selezione delle plaquette di Casiraghi con i disegni dello stesso microeditore. Tra le foto di Alda nel mio studio c’è anche un suo nudo di Giuliano Grittini, un intenso ritratto in bianco e nero e la foto con Raffaele La Capria al Premio Procida-Elsa Morante nel 1997.
La poesia e il suo corpo poetico, Alda si divertiva con l’obiettivo fotografico, lo corteggiava. Come quando saliva su un palcoscenico, sapeva stare davanti alla gente, la sapeva coinvolgere e commuovere, la teneva in pugno. Ho sempre pensato che la lunga consuetudine al dolore e alla reclusione le avessero fatto da potente vaccino. Sopravvivere al manicomio era stata la sua esperienza decisiva, ma era sopravvissuta al manicomio e alla follia grazie alla poesia. La poesia aveva salvato la sua vita. Alla poesia doveva tutto. Ai ritratti degli ultimi anni si erano aggiunte delle bellissime fotografie delle sue mani scattate da Grittini durante un ricovero al San Paolo di Milano. Si vedono solo le mani, lo smalto rosso, una stampella, le lenzuola, le bende, l’anello, la sigaretta, una sciarpa di seta. Mani che parlano. Sulle immagini ci sono dei segni: nomi, parole, numeri telefonici (Alda Merini, La magia delle mani, fotografie di Giuliano Grittini, Milano, La vita felice, 2007). "O mano bianca sede di mille studiati argomenti / dove l’amore germoglia in gergo di puro pensiero".

"Stilos", febbraio 2010








pubblicato da b.centovalli nella rubrica poesia il 19 giugno 2010