Betty Boop. Critica “en travesti”

Andrea Amerio



Il discorso contro critici, pedanti, eruditi, teorici è un topos letterario antico e inesauribile, da Zoilo al manzoniano Don Ferrante, da Sainte-Beuve a Longanesi. Fra le molte diramazioni che ne costituiscono il frastagliato profilo, una conduce diritta al mito romantico dell’artista “per natura”, genio innato e in una qualche misura inconsapevole.

****

I critici sono o non sono i giudici naturali di noi poveri autori? Sono o non sono i supremi custodi della legge dell’Arte? Se cominciamo a discutere la loro autorità, sa come potrebbe finire? Che un bel giorno essi pianteranno lì la loro missione; e allora addio garbo, misura, buon gusto, buon senso: tutti i freni saranno sciolti, a scempio del bello, del buono e del vero!

Federico De Roberto, lettera a Treves

Nelle Passeggiate romane Stendhal ricorda gli incontri con Canova: «Ci è capitato di discutere spesso con il Canova … Per quanto fossimo brillanti, Canova non ci ascoltava affatto: le discussioni estetiche non lo interessavano … Era figlio di un semplice operaio e la felice ignoranza nella quale era vissuto per tutta la giovinezza l’aveva preservato dal contagio delle teorie estetiche, da Lessing e da Winckelmann, dalla loro retorica sul mito apollineo, e infine dallo Schlegel. … Soltanto perché non siamo dei veri artisti tutte queste teorie ci interessano e mantengono viva la conversazione … Abbiamo bisogno di discutere perché ci manca la fantasia».

Al netto del pregiudizio romantico della “felice ignoranza” Stendhal vedeva giusto nel registrare una certa catatonia critica del genio. E poteva ritenersi fortunato del suo laconico Canova, perché, quando si tratta di giudizi, un critico, per quanto severo e intransigente, non eguaglierà mai la violenza efferata e irriflessa del Genio e dell’Idiota.

Esempi? Ecco alcune perle del Dottor Destouches, in arte Cèline: Shakespeare “Corneliano un po’ rompicoglioni”, Racine “svenevole stronzo”, Balzac “senza stile”, Kafka, “idem”, Rimbaud “baro”, Proust “testa di cazzo”, “meticcio” “ebreo”; Sartre “parassita, piccola canaglia, sporco mocciosetto”, Gide “pedante, arzigogolato, checca, vuoto assoluto”, Brasillach “coglione, masochista, omosessuale”, Sagan “servetta degenerata”. Meglio Dostoevskij, che se la cava con “sinistro”, e Joyce, “lento”.

Venendo agli idioti, prendiamo tale Émile Couturier, esaminatore del Ministero della Guerra. Nel 1895 gli fu affidato il compito di valutare i componimenti scritti dai candidati per un posto di collaboratore a una rivista pubblicata dallo stesso Ministero. Tra questi c’era Paul Valéry. “Il soggetto non è qualificato. Il francese è barbaro. Il candidato è uno spirito assolutamente nebuloso … Il suo posto è in qualche giornalaccio. È un volgare decadente, un Paul Varlaine (sic!) in prosa di cui l’amministrazione non sa che farsi”. (Però chi esprime giudizi tanto pesanti – “Il francese è barbaro”, a Valéry! , che se ha un difetto è di essere troppo raffinato – poi non sa nemmeno scrivere correttamente il nome di Verlaine).

Ma passiamo al nocciolo della faccenda, alla questione del valore della critica, che è poi banale, se volete.

Il 4 novembre 1940 un diciottenne Beppe Fenoglio scrive all’amico Giovanni Drago (nonno dello scrittore Marco, che ringrazio per la segnalazione): “le preoccupazioni ed i calcoli posizionistici, sono dighe ridicole al prorompere delle passioni sentite. M’informi di avere terminato una dissertazione filosofica sull’arte. Ascoltami: erro pensando che è stata una reazione del cervello contro il cuore che ha tante cose da dire, ma non sa, e forse non può, esprimere? Tu sei più portato alla poesia che alla critica, ami troppo il sentimento, per sostituirlo durevolmente colla logica, concordi troppo con me nell’affermare che la pensosa disquisizione critica non vale il più microscopico briciolo di poesia vera”.

Fare critica letteraria a queste condizioni, con questa consapevolezza – sapendo cioè che quel briciolo, quella scintilla di poesia, di valore, che tanto vogliamo esperire, può, da sola, scavalcare, incendiare e distruggere tutto il nostro prezioso castello teorico – ecco io credo che sia proprio questo a rendere il lavoro del critico interessante davvero. Il bello – il senso – è questo. E senza quel rischio non ne varrebbe la pena. Se per andare sul sicuro la critica si vuole vaccinata contro un morbo potenzialmente fatale, contro quest’insidia, tradisce il suo mandato. Viceversa se accetta con entusiasmo la sua sfida può dimostrarsi uno straordinario esercizio di gratuità, sensibilità e disinteresse. In sua assenza ne fanno le veci altri feroci satrapi: pochi Celine intenti a celebrare innocui quanto insensati auto da fe e tanti, troppi, Couturier: torvi amministratori di carriere, anonimi detentori di un potere squallido e arbitrario.

Spiace ammetterlo, ma la critica serve. Serve nel senso che ce n’è bisogno, e serve nel senso che è necessario “giocare di ruolo” e, all’occorrenza, per riconoscere il più microscopico briciolo di poesia, metter su la divisa da Betty Boop e passare una serata a servire Canova.

Che poi, chissà, magari dona.

Riferimenti

F. De Roberto, Documenti umani, Treves, Milano 1888, Stendhal, Passeggiate Romane, Laterza, Roma-Bari 1973, B. Fenoglio, Lettere 1940-1962, a cura di L. Bufano, Einaudi, Torino 2002; S. Lanuzza, Maledetto Céline Un manuale del caos, Stampa Alternativa, Roma 2010; assolutamente da leggere il recente Karl Löwith, Paul Valéry Tratti fondamentali del suo pensiero filosofico, a cura di B. Scapolo, uscito nel maggio 2012 per la bella “Collana di Filosofia” diretta da Marco Vozza (l’editore è Ananke, di Torino). Altre piccole riflessioni sul ruolo della critica letteraria, qui.








pubblicato da a.amerio nella rubrica in teoria il 15 settembre 2012