Lottizzare la rete #2 - A porta vuota

Andrea Amerio



Su di giri come Volonté nei panni di Enrico Mattei, una superfetazione di anarchici impazziti fiutano miele. Mosconi che s’ostinano a ronzare. Come tirarli giù senza disturbare il traffico aereo?

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- Ahi ahi qui bisogna correre ai ripari se no finisce che pagano privati cittadini per scrivere liberamente quello che vogliono, senza censure, senza barriere, senza forme predefinite immediatamente riconoscibili, senza limite di battute…

- Che vuoi dire?

- Voglio dire che questi ci prendono gusto e dopo il Pulizer vorranno anche i soldi; si atteggeranno a professionisti senza far parte di un ordine, e ad un certo punto potranno addirittura pretendere di essere ascoltati, di non essere pilotati… Mi vengono i brividi.

- Che si fa?

- Ci sono! Ci vuole un tappo, e un imbuto: una struttura e tanti soldi a chi dovrà gestirla.

- Un ordine, un accademia?

- Macché ordine, macché accademia… ci vuole un allevamento, ecco, un bell’allevamento

- Eh che brutta parola… diciamo che ci vuole un format.

- Sì giusto, va bene, un format, un format sterile per i nostri bei maialini…

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La scrittura viene scambiata sul mercato, ma non per questo è una merce equiparabili alle altre. Perché? Innanzitutto perché talvolta fortunatamente non è un bene pienamente intercambiabile (come non è possibile sostituire un disco della PFM con un disco di Lou Reed); inoltre non ha data di scadenza. Infatti mentre anche la carne in scatola dopo un po’ fa i vermi, «la nobiltà de la imaginazione e de l’anima intellettiva», come la chiama Restoro D’Arezzo, questa bazzecola fatta di segni su carta, di corpi, di suoni, di immagini fisse e in movimento, ancorata ad un qualsiasi supporto e formato (tele, pagine, vinili, audio e video cassette, cd dvd, mp3, epub), attraversa più o meno incolume gli anni. Le merci sono oggetti di consumo deperibile, gli oggetti culturali non scompaiono nel soddisfacimento immediato di un bisogno. Eppure le biodiversità dell’insalata oggi sembrano più tutelate delle bio diversità culturali, anche perché nel secondo caso i danni nell’immediato non sono così riconoscibili: l’anima non soffre di colesterolo.

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Negli ultimi vent’anni abbiamo conosciuto una propagazione delle opere di genio senza pari, tanto che anche milioni di cittadini asserviti socialmente ed esclusi dalle diverse forme di proprietà possono vedere film, leggere e ascoltare musica. L’impressione tuttavia è quella di una smisurata mangiatoia, il "magnadone" di Jacopone da Todi. Non dico nulla di nuovo, ovvio. Da Marx in avanti, molti intellettuali - dai teorici della scuola di Francoforte a Guy Debord e Pierre Bourdieu – hanno criticato aspramente la civiltà dei consumi in nome dell’alienazione delle masse, le quali, come i cani di Pavlov, desiderando merci che il sistema induce loro a desiderare, smarrendo ogni autonomia e libertà di scelta. Ma queste formulazioni oggi sono inerti senza il contraccolpo di un’azione che abbia ricaduta immediata sul presente, sul mercato, sui soldi che vengono rubati alla comunità.

Le masse possono accedere alle opere dell’ingegno proprio perché queste sono diventate dei beni di mercati di massa: alla nascita e allo sviluppo di questo mercato la sfida di mantenere, ampliare e regolamentare l’accesso ai media in modo tale da proteggere la diversità culturale. È su questi terreni che si deve andare a giocare se si vuole scardinarne "il brutto poter che a comun danno impera", se si vuole opporre resistenza all’ingranaggio di normalizzazione, duplicazione e sostituzione che lavora incessante. Per non rassegnarsi a sopravvivere in una nicchia di velluto e parquet, o in una riserva protetta.
Per chi si interessa di ciò che avviene nella cultura italiana ci sono siti di letteratura che cominciano ad avere un’autorialità e un corollario auratico che potrebbe definirsi "storico" (come l’ormai leggendaria "Società delle menti" di Clarence); organismi di cultura e d’intervento che addirittura necessitano di una "verifica dei poteri 2.0", come titola un bel saggio di Michele Sisto e Francesco Guglieri in uscita sul prossimo numero di «Allegoria». Dunque credo che tutte queste realtà debbano prendere coscienza di un’eventualità e una prospettiva a mio avviso non troppo remota e unirsi per fare fronte comune contro ciò che si prefigura all’orizzonte ed è già in larga parte realizzato: la lottizzazione economica della scrittura in rete.

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Lottizzare la rete? ah! che follia! Non ce la faranno mai. È come mettere l’Idra a guinzaglio. Continueremo a scrivere, liberi, volontari e indipendenti. La trappola del volontariato funziona così: soddisfa la morale, non l’etica. Ma mia nonna che aveva visto due guerre diceva "pensala peggio che la indovinerai", e così mentre battendo il cinque stiamo ancora facendo le nostre telefonatine per organizzare la squadretta per la partita, mentre stiamo appena per alzare la cornetta sorridenti, a comporre il numero per prenotare un campetto polveroso in una periferia qualunque, dall’altra parte risponde subito il gestore che ci avvisa che la partita è cominciata da un pezzo e l’altra squadra è già in campo. Ha già segnato tre gol a porta vuota. Mi pare di sentirlo che mi schiuma per telefono: "Marcel Vulpis prende palla a metà campo… avanza indisturbato sulla fascia, taglia verso la porta, tira, traversa, riconquista la sfera sul rimpallo, colpo di testa… goool… gooooooooooool …
Pronto? Sì, pronto mi sente? Siete 4 a zero".

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Questo per dire che in questo confronto già siamo partiti con il piede sbagliato. E poi, vi chiederete, chi cazzo è quel Marcel Vulpis, il centravanti che ha segnato? Facciamo così: più tardi vi dico quello che mi è sembrato di aver capito su questa faccenda…

(2- continua)








pubblicato da a.amerio nella rubrica giornalismo e verità il 15 giugno 2010