La strana storia della signora Zappalà di Gambolò

Giovanni Giovannetti



Devastante. Nella provincia di Pavia oltre duemila famiglie sono a rischio di sfratto. Per la precisione, tra sfratti pendenti (844) e richieste di esecuzione (1.172) si sommano 2.016 casi. Aumentano del 27 per cento gli sfratti per morosità (nel 2009 se ne sono avuti 790, di cui 127 a Pavia); calano del 10 per cento quelli per finita locazione. Da una parte il legittimo diritto dei proprietari; dall’altra le ragioni di molte famiglie, soprattutto quelle monoreddito o improvvisamente senza lavoro.
Prendiamo il caso della signora Irene Zappalà di Gambolò. Quarant’anni, due figli, lavorava come addetta alla cucina presso la casa di riposo "Fratelli Carnevale" di Marcianò. Dopo una vertenza sindacale nel 2006 nonostante l’asma, si ritrova relegata alle pulizie degli scantinati («per rappresaglia»), e infine licenziata nel 2008. Da quel momento per lei solo attività lavorative saltuarie, pagate in nero (ad esempio, lavora come inserviente di cucina al ristorante "Quattro stagioni" di Remondò. Venti ore mensili per 360 euro quando, per il solo affitto, ne dovrebbe esborsare 330) e il progressivo scivolare giù, nell’indifferenza generale fino allo sfratto ormai esecutivo, rimandato per la quarta volta – l’ultima – all’8 luglio.
Soluzioni abitative ce ne sarebbero: in attesa di un alloggio popolare (era dodicesima; un anno dopo si è ritrovata diciottesima...) la signora potrebbe trovare provvisoria dimora alla stazione ferroviaria di Remondò, che il Comune detiene in comodato d’uso; Irene si è offerta di curarne apertura e pulizia. C’è poi un alloggio presso la Fondazione Fratelli Carnevale, in ristrutturazione.
Irene Zappalà chiede pane e lavoro; in Comune allargano le braccia. Così l’unico aiuto concreto le è oggi offerto dai Sinti. Sì, gli zingari residenti a Gambolò, che ogni tanto le portano alimenti. Come racconta Franco Ovara Bianchi, «quando vado a comprare il pane per le famiglie che vivono nel campo lo prendo anche per Irene». Il portavoce della comunità Sinti gambolese si è anche offerto di ospitarla in una delle roulottes del campo lungo il torrente Terdoppio.
Insomma, una inedita solidarietà tra marginali "storici" – come appunto gli zingari – e questi nuovi marginalizzati, la cui interazione supera finalmente le categorie peraltro mobili di "etnia", "cultura", "identità". Interazione che smentisce l’artificio dei presunti "conflitti culturali", branditi come clave da élite politiche che soffiano sul fuoco dell’intolleranza e del pregiudizio, istigando all’odio "razziale" nei confronti degli zingari e degli stranieri.
In Lomellina e in particolare in paesi come Tromello e Gambolò troviamo "gagi" che sembrano Sinti (ovvero gli zingari lombardo-piemontesi) e Sinti che sembrano "gagi". Il processo di assimilazione è favorito anche dai numerosi matrimoni tra zingari e gambolesi. Per chi non lo sapesse, nel gergo degli scarpinanti i gagé («contadini») sono coloro che non appartengono al popolo dei Rom (gli «uomini» per antonomasia); dunque gagé sono tutti gli «altri».
La storia dei primi insediamenti viene raccontata da Nevina Andreta in un saggio ("Nel paese dei dritti", ne L’albero del canto) di cui sono stato lontano editore nel 1985. Andreta li colloca al 1879, «quando vennero in territorio gambolese gli appartenenti alle famiglie Allegranza e Vinotti, che s’imparentarono con altri ceppi di nomadi, famiglie che in seguito richiesero la residenza a Gambolò». Erano giostrai, artisti da circo, suonatori ambulanti, sensali di cavalli, maniscalchi... Insomma, il mondo dei marginali – Sinti o gagi – contiguo a quello della piazza, modo frequentato dai cantastorie di Tromello Giacinto Cavallini e Vincenzina Mellini, o Adriano Callegari di Pavia, o Antonio Ferrari di Belgioioso; quel microcosmo della "leggera" magistralmente raccontato dall’imbonitore mantovano Arturo Frizzi nell’autobiografico Il ciarlatano (1902). Un mondo altrettanto contiguo ad altre figure di marginali: ad esempio i cercatori d’oro, i ghiaiaroli e i navaroli di Po e Ticino; ad esempio i cordai di Calvatone nel cremonese e Castelponzone nel mantovano. Insieme a Gambolò, Castelponzone viene ricordata da Glauco Sanga come il «paese dei dritti». L’elenco comprende anche Sant’Angelo Lodigiano, Pozzolo Formigaro in provincia di Alessandria e Vescovato presso Cremona. Sono paesi popolati da marginali borderline, in continuo movimento, «quelli che nel periodo di passaggio dall’età medievale all’età moderna non vivevano del lavoro della terra, ma si dedicavano ad altre svariate attività che si potrebbero definire "di servizio"» (Sanga) o peggio, attività alternative alle consolidate forme di reddito o agricolo o industriale. Gli abitanti di questi paesi erano considerati «"ladri e furfanti" […] Né Castelponzone né gli altri "paesi di ladri" sono paesi di contadini; le attività economiche erano altre»: ad esempio, lo spettacolo; come a Gambolò, il paese dei giostrai.
Il Paese dei giostrai e – nonostante divisioni e contraddizioni – il paese della convivenza e della solidarietà. Lo sottolinea Nevina: il Comune aveva «la fama di grande lungimiranza nel concedere l’iscrizione all’interno delle proprie liste anagrafiche a nomadi di ogni categoria» tanto che ne arrivavano persino dall’estero: ai nuclei storici delle famiglie ormai sedentarie degli Allegranza, Vinotti, Picci, Bianchi, Sambiase, Ruffini, Sabino, Costantini, Delli, Vacchina si sono poi aggiunti gli Hudorovich e gli Offman, originari di San Pietro del Carso (la slovena Pivka) e Budapest; persone che, prima di trovare asilo a Gambolò, erano apolidi.
Da 84 anni la comunità Sinti di Gambolò dimora in riva al Terdoppio, poco fuori il paese. Lungo il torrente incontriamo cinque delle numerose famiglie qui residenti, ma ancora pochi anni fa tra queste roulottes c’erano più di venti casati: sono giostrai, venditori ambulanti di scope centrini fiori e piante; alcuni vanno per ferro; altri stagionalmente lavorano nell’allestimento invernale delle luminarie natalizie o, in agricoltura, nella raccolta di pomodori uva e ortaggi; qualcuno ha trovato impiego nell’edilizia.

Se questo è il retroterra, allora non deve stupire la solidarietà fra compaesani in sostituzione della pubblica amministrazione di centrodestra, che oggi non prevede welfare locale, arrivando persino a minacciare la chiusura della fontana a cui vanno i Sinti del campo.
Del resto viviamo in Italia, Paese che, nell’Europa a 15, è penultima nella classifica delle spese sociali per il contenimento del rischio di povertà e l’unica – insieme alla Grecia – a non prevedere un assegno minimo per chi versa nel disagio: l’aiuto arriva solo al 4 per cento della popolazione, mentre in Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Germania e Irlanda la percentuale sale al 50 per cento. In Italia, una famiglia su cinque è oggi in seria difficoltà. L’indebitamento totale dei 23 milioni e mezzo di famiglie italiane ammonta a 490 miliardi di euro (dal 2002 al 2007 è quasi raddoppiato), per una media di 15.764 euro a famiglia.
In Europa e negli Stati Uniti la perdita della casa – per l’impossibilità di pagare il mutuo – sta spingendo milioni di famiglie nell’indigenza. In Italia va anche peggio. Anche in provincia di Pavia molti anziani con la pensione sociale «non si possono più permettere di mangiare due volte al giorno e altri in estremo tentativo di risparmio la sera diluiscono la scodella del latte con un po’ d’acqua», come ha rilevato Fabrizio Merli (" La Provincia Pavese, 3 maggio 2008). E Maria Grazia Piccaluga così scrive: «Alla mensa dei poveri si è presentato solo una volta a mezzogiorno. Quando il bisogno ha superato la vergogna. Ha mangiato a testa bassa, guardando solo il suo piatto. E non è più tornato [...] Il pensionato timido e imbarazzato non si è più fatto vedere. "Sono in tanti gli anziani che hanno bisogno, ma in genere non chiedono. Piuttosto vanno a rovistare tra gli scarti del mercato" spiega una volontaria corrucciando la fronte. Un dato però è significativo: gli italiani che siedono alla mensa dei poveri sono ormai diventati numerosi quanto gli stranieri. Anziani soli, ma anche giovani senza lavoro, uomini (e qualche donna) con un vissuto travagliato alle spalle che non riescono più a reinserirsi nel mondo del lavoro» (20 agosto 2008).
La precarizzazione dei lavoratori imporrebbe alle amministrazioni locali politiche volte a contenere la disoccupazione, e la ricerca di una via che porti al reinserimento nel mondo del lavoro. Quanto meno servirebbe il tampone di un fondo sociale di solidarietà.
Invece piove sul bagnato. Nei primi mesi di quest’anno in provincia di Pavia sono andati in cassa integrazione altri 1.600 lavoratori. In crisi sono 75 aziende edili e meccaniche, che vanno a sommarsi alle 237 dei mesi scorsi, 160 delle quali appartenenti al settore artigianato. Si salvano i settori lattiero-caseario, risiero e viti-vinicolo; sono in sofferenza le imprese con meno di 50 dipendenti, il 90 per cento delle fabbriche della provincia.
In Italia, in un anno la cassa integrazione è cresciuta del 443 per cento! Ma è più inquietante il destino dei 4.121.000 lavoratori precari – il 15 per cento della forza lavoro – 300.000 dei quali rischiano la disoccupazione. Analogamente ai dati nazionali, sono precari il 15 per cento di quanti lavorano in provincia; sono altresì precari buona parte dei 12.000 pendolari che lavorano a Milano.
Il già sterile tessuto produttivo pavese si deve così misurare con la crisi globale e patisce un calo degli ordini tra il 20 e il 25 per cento. Meno soldi in busta paga significa meno consumi durevoli (auto -16 per cento; elettrodomestici -6,9) e non poche difficoltà ad affrontare gli aumenti delle tariffe di alcuni servizi: a Pavia si sono avuti rincari per trasporti, refezione scolastica, centri estivi delle materne e delle elementari, scuole materne a tempo pieno, parcheggi, ecc.
Se a Pavia si piange, a Roma c’è poco da ridere. Le retribuzioni italiane sono oggi inferiori di 8 punti rispetto alla media europea, ma il calo complessivo è del 13 per cento (nel 2000 erano di oltre 4 punti sopra) e, come lamenta Guglielmo Epifani, «cresce sempre di più il senso di insicurezza della popolazione, la precarietà del lavoro, la sfiducia nel futuro e la paura di perdere il benessere e la qualità delle proprie condizioni di vita».
Tuttavia qualcosa non quadra: negli ultimi vent’anni 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Pil – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore, 7.000 euro se escludiamo i lavoratori autonomi. La crisi finanziaria era da tempo in incubazione. La casta politico-economica ha pensato di spalmarla sui lavoratori e sulla piccola e media borghesia al collasso, e sposta su comodi capri espiatori l’«eccesso di paura» di chi si sente scivolare lungo la china della povertà. La frammentazione sociale, la politica del rattoppo, della finta "sicurezza", delle "ordinanze creative" e la pressione mediatica sono strumenti per nascondere la portata ideologica e politica della crisi a cui siamo di fronte: una crisi di civiltà che, allargando lo sguardo, porta a muovere gli eserciti per il controllo delle fonti energetiche, dell’acqua e del cibo.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 10 giugno 2010