La propria voce

Giovanni Spadaccini



Non possiedo il televisore, e non lo dico con un senso di snobistico autocompiacimento o, peggio, per dipingere di me stesso un autoritratto in cui compaio chino su libri e carte noncurante di quello che accade fuori dal mio studio. Non lo possiedo semplicemente perché sono convinto che quell’oggetto sia oggi il veicolo del male assoluto, il mezzo attraverso cui si attua il completo sovvertimento della realtà. Lì dentro avviene qualcosa che ad un occhio nemmeno troppo allenato dovrebbe risultare intollerabile e che invece viene accettato come comune moneta di scambio di significati. Conosco le raffinate analisi che filosofi e sociologi di prima grandezza hanno prodotto sull’argomento nel corso degli ultimi due decenni, eppure ogni volta che rifletto su quelle speculazioni – ripeto: raffinate e molto spesso utili e proficue per intendere certi meccanismi del sistema televisivo – ho sempre l’impressione che qualcosa manchi, che quel rigore, e persino quella durezza dimostrate nello stroncare i libri altrui o nel contrapporsi a teorie formulate da colleghi vengano meno allorché si parla di televisione. Sembra sempre risuonare in sottofondo qualcosa come un finale assolvimento delle colpe della tv, quasi a rimarcarne una sorta di neutralità, quasi che essa potesse anche essere altro, qualcosa di buono, come se parlare di libri o di cultura (questo è il ritornello che compare più spesso nei discorsi dei cosiddetti intellettuali) la rendesse meno diabolica di quello che è. È una menzogna consolatoria. I libri non rendono migliori né la televisione né gli uomini, tanto più che se esistessero programmi televisivi dedicati alla letteratura o alla filosofia sarebbero ignorati con un’alzata di spalle, e probabilmente non li guarderei nemmeno io, che pure me ne interesso. Ciò che compare su quello schermo è, senza riserve, la merda. Facce di merda che vendono, o in alcuni casi regalano, merda a tonnellate.
Al ristorante con alcuni amici, qualche sera fa, ho visto un programma che ben rappresenta il grado di delirio, di totale allucinazione che viene messo in scena dentro quelle scatole. Non ricordo il titolo, ma si trattava di una sorta di festival, di kermesse musicale in cui una giuria, composta da quattro o cinque cosiddetti critici musicali mainstream, coordinati da Mogol, il Federico Moccia della canzone italiana, decretavano la qualità dei testi delle canzoni presentate. Il tutto avveniva in una sorta di arena all’aperto, con la conduzione di Fabrizio Frizzi e di una scosciata di cui non ricordo il nome che avevo incontrato un giorno in piazza della Repubblica a Firenze circondata da un gruppetto di subnormali arrapati che si facevano fotografare accanto a lei. La qualità dei testi era, è quasi superfluo dirlo, imbarazzante. Prima di ogni esibizione – che avveniva ovviamente in playback per non venir meno alle abitudini consolidate – un attorucolo, nei cui occhi brillava la speranza di fare qualche comparsata in filmetti di second’ordine e la gioia di aver messo a segno un buon colpo con una efficace raccomandazione, leggeva il testo della canzone che di lì a poco sarebbe seguita. Io guardavo stupefatto lo spettacolo che mi passava davanti agli occhi, incredulo. Non so chi alla fine abbia vinto il premio per la canzone con il miglior testo, ma sospetto che sia stato quello con la casa discografica più forte dietro le spalle. La qualità, la bellezza delle parole, il messaggio, sentite qui che poesia. Un mare di merda avvelenata. E tutto il pubblico, composto probabilmente di settantenni col pannolone che alla terza canzone si saranno addormentati, giù a spellarsi le mani. L’Italia, l’amore, la bellezza, il sole, il mare, la pace, no alla guerra (ma in qualche caso sì perché dobbiamo aiutare popolazioni in difficoltà), siamo tutti fratelli, è un mondo bellissimo però sono un po’ malinconico perché ho visto la foto di un bambino africano e mi è venuta una tristezza inconsolabile che quasi ci scrivo una canzone.
Perché nessuno riesce a vedere la truffa che si nasconde dietro questi spettacoli e il male e la menzogna che spargono nell’aria? Ho scelto un esempio leggero, uno show che a prima vista non fa male a nessuno, non tocca le cosiddette questioni importanti. E, invece, anche in una cosa così apparentemente innocente si nasconde il delirio e l’orrore di questa società, lo stupro del linguaggio e l’inganno.
Pasolini, l’odioso feticcio di questa sinistra piagnucolosa che non ha più una mezza parola da dire, aveva intuito la potenza disarmante e annichilente di questo mezzo, ma credo che nemmeno nelle sue più disperate previsioni sarebbe arrivato a presagire questo. Un intero paese davanti al monitor. Ragazzi che stanno male, malissimo, che vanno in depressione perché non riescono ad entrare in una di quelle trasmissioni con dei ceffi palestrati e abbronzati che corteggiano bambole gonfiabili che parlano italiano a stento ma per le quali l’essere riconosciute per strada è il sogno che si fa realtà. Il paese delle lamentele, mai della protesta.
Persino un film modesto come Videocracy non è riuscito a sollevare questo tipo di questioni se non, appunto, in una certa sinistra lagnosa che non vede più in là del suo naso. Perché anche la critica si è fatta prevedibile e preconfezionata. Anche la critica, indicando con questo termine tutta una genìa di teste che non fanno che ripetere formule sclerotizzate e ammuffite, fornisce già di prima mattina lo slogan da pronunciare al bar tra il cappuccino e la brioche. «Basta apparire», era il sottotitolo di Videocracy. Sbagliato e superficiale come quasi tutto il film, perché non è vero che basta apparire: si deve apparire secondo certe modalità collaudate, secondo certi schemi preparati e allestiti in precedenza. Se bastasse apparire quei miserabili personaggi che affollano gli studi televisivi non passerebbero ore e giorni a curare il proprio aspetto, tra parrucchiere, palestra eccetera. Comparirebbero con la loro sembianza umana, senza l’involucro costruito nei laboratori di quella che oggi chiamano bellezza ma che è solo travestimento, trucco, finzione, inganno, merda.
Vedo i ragazzi per strada, vestiti da deficienti, con acconciature improbabili, ma in realtà non vedo loro, come loro non vedono sé stessi. Non è nemmeno più imitazione di questo o quel personaggio, bensì la riproduzione di un modello molto riconoscibile e riproducibile perché alla portata quasi di tutti. Non si può essere Scarlett Johansson o Jude Law ma si può essere Belen Rodriguez (fisico permettendo) o Costantino Vitagliano (so che ai più allenati farà sorridere questo nome ormai sicuramente scomparso o relegato in qualche triste televendita notturna di creme dimagranti, ma non me ne viene uno più recente). La cosa importante è non essere se stessi.
In un piccolo racconto di Thomas Bernhard, intitolato L’imitatore di voci, un imitatore, appunto, intrattiene il suo pubblico facendo la parodia di personaggi noti, politici, attori eccetera, ma alla richiesta di svelare la sua propria voce si accorge di non possederne alcuna, lasciando il pubblico deluso e chiudendo la serata tristemente.
La magia nera della televisione, questa sorta di rito voodoo che uccide senza uccidere mai, ha fatto proprio questo: ammutolire le persone sfondandone il cervello e recidendo le lingue alla radice, impedendo di articolare una parola propria. Questo è il male assoluto, di cui qualcuno prima o poi dovrà rendere conto. Se esisteranno ancora esseri umani capaci di domandare.








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 8 giugno 2010