Due prose brevi e una lettera sentimentale

Andrea Cirolla



Relazionismo spiccio

Perde la memoria in continuazione, ma la memoria che consideriamo, della sua vita, non è la memoria dei fatti e di cose e persone, è la memoria degli affetti. Talvolta sembra che ogni suo legame stretto in vita sia ora, d’un tratto, senza storia, che tutti gli siano egualmente stranieri. Guardandolo dall’alto, possiamo vedere le distanze dagli altri crearsi e disfarsi. Al mattino è molto vicino a quella ragazza che gli piace tanto, la saluta dopo il caffè. Poco dopo, quando è ormai sul lavoro, il filo d’aria che li lega si allunga ancora un po’ mentre lei se ne va per compere. Nello stesso tempo si intersecano altre linee, i suoi colleghi si avvicinano per un consulto, poi arretrando tornano a stendere come un elastico il raggio che li allaccia. Riceve la telefonata di un amico in pausa pranzo, stasera vedranno la partita in un bar di paese; un cordone enorme li unisce in una distanza abissale, perché quel suo amico ancora attende di tornare dal viaggio che lo ha portato oltre confine. Quando poi è sera, la distanza che lo unisce all’amico è quasi magicamente ridotta, senza smagliature per la contrazione improvvisa; stanno insieme al bancone del bar con gli occhi sul televisore che dà la partita. Lui pensa però che non potrebbero essere più lontani di così, non ricorda perché vuole bene a quel suo amico, cosa del vivere assieme ha fondato l’affetto. Sulla via del ritorno è confuso, e guardando in cielo nemmeno riconosce il ciclo lunare. Entra in camera da letto, guarda lo specchio e si saluta. Anni e anni in compagnia di se stesso, pensa, dissoluti nel ricordo che li ha rievocati, poco prima, tornando a casa.

***

Una lettera sentimentale

Ho letto tutti i tuoi sillabari e non trovo niente che rimandi all’amore. Vado alla lettera A, prima sezione, ci trovo anaconda, assecondare, ammiraglio, ammirare, ammenda, aria di campagna — ma questo non vale. Sei una donna dai piccoli elenchi eccentrici e dici che non sai innamorarti, ma poi lo si vede dalla confusione che hai amore in tasca, metti i composti già alla prima colonna di temi da trattare per la tua piccola enciclopedia personale. Metti composti dove ogni cosa dovrebbe essere chiamata con un solo, piccolo e semplice nome. Ci vuole chiarezza. Io per esempio sono un orso, eppure non bramisco. Ma poi: bramire o rugliare? Chi l’ha mai capito? Io che sono un orso lo posso dire: sbadiglio, e il mio non si può certo dire un «brontolio sordo e minaccioso». Sono di un bianco chiarissimo, e i contorni non si stagliano nemmeno dallo sfondo della mia stanza, non la incido. Io faccio così, mi adagio dolcemente sulla parete chiara, e sono così semplice e scontato che potrei diventare il poster di me stesso. Ma tu non mi appenderesti certo, e io rimarrei arrotolato contro il battiscopa.

*** Il giudizio

Studia con pigrizia e ha superato il tempo delle scuole con l’inganno. Si mostra interessato, fa domande, piega la testa come per dire sì. Talvolta gli riesce pure un sorriso sicuro, accondiscendente. Così la gente lo crede un uomo colto, un signore su cui fare affidamento. Ma non ha mai imparato nulla, e non lo ha fatto per accidia. È la sua natura che lo ha portato a non assimilare nulla, a dissimulare tutto. Non si potrà mai arrivare a una comprensione dello stato delle cose, pensa, se prima non si è ignorato tutto.








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 13 settembre 2012